Quali sono le regole che disciplinano la tassazione dei compensi dei professionisti italiani che svolgono prestazioni estere? Come deve avvenire la fatturazione? Quando la prestazione estera deve essere tassata nel Paese dove viene svolta?

Se ti appresti a leggere questo articolo molto probabilmente sei un soggetto che esercita attività di arte o professione abituale (c.d. “professionista“) che probabilmente sta per svolgere una prestazione all’estero.

Devi sapere, in questo caso, che un professionista fiscalmente residente in Italia che si trova a dover effettuare una prestazione professionale all’estero è chiamato ad individuare i corretti criteri di collegamento. Questo al fine di applicare correttamente la tassazione del compenso percepito per le prestazioni estere effettuate.

Stesso aspetto, ma diametralmente opposto, è la fattispecie che riguarda il professionista non residente effettua delle prestazioni professionali nel territorio italiano. Anche in questo caso, infatti, è necessario chiedersi quale sia il regime impositivo con quale deve andare a tassare il proprio compenso.

Per andare a sciogliere questi aspetti è necessario andare a coordinare la disciplina fiscale italiana (contenuta nel TUIR) con quella estera, alla luce delle varie Convenzioni contro le doppie imposizioni, firmate dall’Italia e i vari Paesi esteri.

Vediamo quindi, in questo articolo, quali sono i principali aspetti che caratterizzano il regime impositivo dei professionisti che effettuano prestazioni estere.

Prestazioni estere dei professionisti
Prestazioni estere dei professionisti

Come devono essere tassate le prestazioni professionali estere svolte da professionisti residenti in Italia?

Il professionista, soggetto esercente arte o professione abituale, fiscalmente residente in Italia che si trova ad effettuare una prestazione professionale in un Paese estero deve chiedersi se e come deve essere tassato quel compenso.

Per prima cosa è necessario andare a vedere cosa prevede la normativa fiscale italiana su questo argomento. L’obiettivo è quello di andare poi a conciliare le disposizioni nazionali con quanto previsto con la Convenzione contro le doppie imposizioni firmata tra l’Italia e lo Stato estero ove la prestazione professionale è stata eseguita (se esistente).

Per rendere meglio l’idea provo a farti un esempio concreto. Pensa al caso del compenso percepito da un ingegnere edile che si trova a dover effettuare la propria attività professionale per un’azienda estera che ha appena acquistato un immobile in Francia. L’ingegnere ha effettuato la propria prestazione recandosi varie volte nel Paese per i relativi accertamenti e valutazioni da fare.

Ebbene, in questo caso occorre chiedersi dove deve essere tassato il reddito del professionista che presta attività verso un committente estero. Vediamo prima la disciplina nazionale e poi quella convenzionale sull’argomento.

La disciplina fiscale nazionale sulla tassazione delle prestazioni estere dei professionisti

Per quanto riguarda la normativa nazionale contenuta nel Testo Unito delle Imposte sui Redditi (DPR n. 917/86, TUIR) occorre andare ad individuare la disposizione che determina il collegamento del reddito con il soggetto che lo ha percepito. In particolare, la disposizione di riferimento è l’art. 3, comma 1 del TUIR, che disciplina la territorialità del reddito.

Secondo questa disposizione, infatti, sono soggetti a tassazione in Italia i redditi ovunque prodotti da parte di soggetti ivi fiscalmente residenti (per le persone fisiche la residenza fiscale è quella delineata dal precedente art. 2 del TUIR). Questa disposizione, conosciuta come principio della “worldwide taxation” impone la tassazione in Italia dei redditi esteri percepiti da parte di un professionista residente.

Al contrario, questa stessa norma, dispone che per i soggetti non fiscalmente residenti in Italia si rendono imponibili soltanto i redditi prodotti da fonte italiana.

L’articolo 3 del TUIR, tuttavia, deve essere correttamente interpretato deve essere confrontato con l’art. 23, comma 1, lett. d) del TUIR, secondo il quale i redditi da lavoro autonomo sono soggetti a tassazione in Italia se l’attività è esercitata nel territorio Italiano. Altrimenti, qualora l’attività venga svolta all’estero il reddito è soggetto a tassazione estera.

Fatto questo occorre andare ad analizzare quanto indicato nelle previsioni contenute delle diverse Convenzioni contro le doppie imposizioni. Infatti, l’articolo 75 del DPR n. 600/1973, prevede che nell’applicazione delle norme relative alle imposte sui redditi sono fatti salvi gli accordi internazionali resi esecutivi in Italia.

La disciplina fiscale convenzionale sulla tassazione delle prestazioni estere dei professionisti

In tema di lavoro autonomo il modello OCSE contro le doppie imposizioni, all’articolo 14, prevede, per quanto riguarda i redditi dei professionisti che:

“i redditi ce un residente di uno Stato contraente ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività di carattere indipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto residente non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività.

Se egli dispone di una base fissa, i redditi sono imponibili nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui sono imputabili a detta base fissa”…..”con l’espressione libera professione si comprende le attività indipendenti di carattere scientifico, letterario, artistico, educativo, pedagogico, nonché le attività indipendenti dei medici, avvocati, ingegneri, architetti, dentisti e contabili”

art. 14 modello ocse professioni indipendenti

Prima di tutto, andando ad analizzare l’art. 14 del modello OCSE ci dobbiamo soffermare sull’espressione “soltanto in detto Stato“. Questa locuzione, secondo il commentario allo stesso modello indica che l’unica potestà impositiva è quella dello Stato di residenza fiscale del professionista.

Detto questo, l’aspetto più importante di questo articolo è che dirime la questione riguardante la territorialità delle prestazioni estere dei professionisti riguarda l’eventuale presenza (o meno) di una base fissa all’estero da parte del professionista.

Questo significa che la prestazione professionale estera di un professionista residente è territorialmente imponibile solo in Italia in assenza di una base fissa all’estero (es. un ufficio). Qualora, invece, il professionista svolga la prestazione professionale estera all’interno di un ufficio (di proprietà o in affitto) allora tale prestazione si rende imponibile:

  • Nello Stato ove è stata svolta la prestazione;
  • Nello Stato di residenza fiscale del professionista.

Analizziamo a questo punto la presenza di una base fissa all’estero da parte del professionista.

Che cosa si intende per “base fissa all’estero” del professionista?

Con il termine base fissa di lavoro all’estero si intende un luogo fisico che identifica chiaramente il professionista. Ad esempio, uno studio legale che ha una sede estera sarà tenuto obbligatoriamente a dichiarare i redditi dell’ufficio estero nello Stato ove esso è ubicato. In questo modo si viene a creare una doppia tassazione del reddito estero, che sarà soggetto a tassazione sia nello Stato ove è ubicata la sede fissa all’estero, sia nello Stato di residenza fiscale.

Al contrario ipotizziamo il caso di un avvocato che segue una causa internazionale di un cliente all’estero. Se l’avvocato italiano non è dotato di una base fissa in loco, non è tenuto in alcun modo pagare imposte estere per la sua prestazione professionale. Tutta la sua tassazione dei redditi (compresi quelli esteri) avverrà in Italia.

Se pensi al mondo del lavoro online sono tantissimi i professionisti che lavorano quotidianamente, anche da casa, per conto di aziende estere committenti. In questi casi se la prestazione è svolta in Italia e il professionista non ha sede fissa all’estero, la tassazione del relativo reddito deve avvenire in Italia.

Come regolare la doppia imposizione giuridica del reddito del professionista con base fissa all’estero?

Abbiamo detto che il professionista dotato di base fissa all’estero è soggetto ad una doppia imposizione del reddito percepito. Questo sia nello Stato ove è situata la base fissa di lavoro all’estero, sia nello Stato di residenza fiscale.

Questo fenomeno di doppia imposizione giuridica del reddito viene attenuato attraverso l’applicazione del credito per imposte estere. Infatti, l’importo delle imposte pagate all’estero divenute definitive, ovvero non più emendabili, può essere portato a riduzione dell’imposta dovuta in Italia sul reddito complessivo del professionista. Questo è quanto previsto dall’art. 165 del TUIR.

Naturalmente, deve trattarsi di reddito imponibile IRPEF. Nel caso del professionista che opera con regimi fiscali di vantaggio, ad esempio in Regime Forfettario, l’imposta sostitutiva a cui è soggetto, non essendo inserita tra le imposte comprese nelle convenzioni internazionali, non consente la fruizione del credito per imposte estere.


La tassazione delle prestazioni professionali svolte in Italia da parte di professionisti esteri

Una volta analizzate le prestazioni estere dei professionisti italiani vediamo adesso come devono essere tassate le prestazioni professionali svolte in Italia da parte di professionisti esteri.

Come abbiamo visto in precedenza, l’articolo 23 del DPR n. 917/86, prevede che i redditi di lavoro autonomo siano territorialmente rilevanti nello Stato ove essi sono stati percepiti (articolo 23, comma 1, lettera d) del DPR n. 917/86). Stessa cosa vale anche per i redditi diversi derivanti da attività svolte nel territorio dello Stato e per i compensi derivanti dall’utilizzazione di opere dell’ingegno, di brevetti industriali e simili.

Sulla base di questa regola generale è possibile andare a schematizzare le fattispecie che possono venirsi a creare in caso di prestazioni professionali in Italia effettuate da parte del professionista non residente.

Per professionista non residente può trattarsi anche di un soggetto italiano che ha acquisito la residenza in un Paese straniero, iscrivendosi regolarmente all’AIRE.

Criteri di territorialità delle prestazioni svolte in Italia da parte di professionisti non residenti

Al fine di comprendere la modalità di tassazione del professionista non residente, che esercita un’attività professionale in Italia devono essere analizzati i seguenti aspetti:

  • L’applicazione dell’articolo 23 del DPR n. 917/86 – Normativa applicabile se non vi è una convenzione contro le doppie imposizioni siglata tra l’Italia e il Paese di residenza del professionista. In questo caso il professionista estero è tassato in Italia, in quanto ivi è svolta la prestazione. La tassazione è una ritenuta fiscale del 30%, ai sensi dell’articolo 25 del DPR n. 600/1973;
  • Configurazione della base fissa – Se espressamente specificato nella convenzione contro le doppie imposizioni, il professionista è tassato in Italia soltanto se ivi ha ubicato una base fissa (es. ufficio). Anche in questo caso si applica la ritenuta del 30%, ma il professionista dovrà essere in grado di documentare quanti dei suoi redditi derivano dalla base fissa italiana.

Da queste regole possiamo affermare anche che nel caso in cui l’attività professionale di un soggetto estero sia svolta in maniera soltanto occasionale in Italia, la stessa risulterà tassabile soltanto nel Paese di residenza del professionista.

Gli obblighi del sostituto di imposta italiano nelle prestazioni professionali svolte da professionisti esteri

Il fatto che un professionista estero svolga una prestazione professionale in Italia (con o senza la presenza di un base fissa) determina delle conseguenze in capo al sostituto di imposta italiano che elargisce il compenso. Il committente italiano, che assume la qualifica di sostituto di imposta (ex art. 23 del DPR n. 600/73) è tenuto ad applicare al compenso erogato una ritenuta a titolo di imposta (o di acconto in caso di presenza di una base fissa). Questo a meno che non vi sia una convenzione internazionale che preveda diversamente.

La regola generale, infatti, è quella di applicazione della ritenuta da parte del sostituto di imposta italiano.

Vediamo, di seguito, la procedura relativa all’applicazione della ritenuta in uscita per le prestazioni in Italia di professionisti esteri.

La ritenuta a titolo di imposta verso professionisti esteri che operano in Italia

Abbiamo visto che per le prestazioni estere professionali soggette a tassazione in Italia (ex. articolo 23, o al configurarsi di una base fissa), da parte di professionisti non residenti sono soggette ad una ritenuta a titolo di imposta del 30%.

Si tratta di una ritenuta che il soggetto erogante il compenso deve trattenere e versare allo Stato italiano. Questa disciplina è stabilita dall’articolo 25, comma 2 del DPR n. 600/1973, secondo il quale

se i compensi […] sono corrisposti a soggetti non residenti, deve essere operata una ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 30% [..] ne sono esclusi i compensi per prestazioni estere di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti”

art. 25, comma 2, dpr n. 600/73.

Tabella riassuntiva: applicazione della ritenuta in uscita in Italia verso professionisti esteri

Riassumendo, è possibile giungere alle seguenti alternative indicate nella seguente tabella.

FATTISPECIERITENUTA APPLICATA
Professionista residente in uno stato estero che ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in Italia senza una base fissaRitenuta a titolo di imposta del 30%
Professionista residente in uno stato estero che ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in Italia con una base fissaRitenuta a titolo di imposta del 30%
Professionista residente in uno stato estero che non ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in ItaliaRitenuta a titolo di imposta del 30%

In pratica, per i Paesi con cui esiste una Convenzione contro le doppie imposizioni, in assenza di base fissa in Italia è dunque pacifico che la ritenuta del 30% di cui al richiamato articolo 25 del DPR n. 600/73 non deve essere operata.

Gli adempimenti del committente italiano che applica la ritenuta al professionista estero

Nel caso in cui un soggetto committente italiano si trovi di fronte ad una prestazione professionale svolta in Italia da professionista estero deve comportarsi nel modo corretto, ovvero seguire le indicazioni previste dal DPR n. 600/73.

Quando il sostituto di imposta (committente) italiano si trova di fronte ad una prestazione professionale svolta in Italia da parte di un professionista estero deve farsi consegnare un attestato di residenza fiscale estera. Si tratta di un documento firmato dall’autorità fiscale estera che certifica la residenza fiscale del professionista. Tale documento è propedeutico alla richiesta di applicazione del regime convenzionale (che può ridurre o azzerare l’importo della ritenuta in uscita).

Attraverso il certificato di residenza fiscale estera il professionista certifica l’imponibile in tale Stato estero dei redditi percepiti da committente italiano. In questo modo, il committente italiano è esonerato dall’adempimento e non opera nessuna ritenuta in relazione alle prestazioni professionali ricevute.

Inoltre, appare consigliabile (anche se non richiesto espressamente) farsi rilasciare dal professionista straniero una dichiarazione relativa al periodo di complessiva permanenza in Italia nell’anno solare. Nonché, è opportuno anche il rilascio di una dichiarazione di non possedere in Italia una stabile organizzazione o base fissa, onde escludere in maniera categorica l’attrazione alla tassazione in Italia.

Tale documentazione è indispensabile in quanto il sostituto italiano, in sede di elaborazione degli adempimenti fiscali obbligatori, e successivamente in caso di controlli, è tenuto ad illustrare il comportamento assunto.

Cosa fare se il committente italiano ha applicato la ritenuta del 30% anche se non dovuta in base alla convenzione internazionale?

Nel caso in cui il professionista non residente rimanga inciso dalla ritenuta in uscita del 30% (ex art. 25 DPR n. 600/73) da parte del committente italiano, anche se non dovuta in base all’applicazione della convenzione, vi è comunque una via di uscita.

In questo caso il professionista estero può chiedere all’Agenzia delle Entrate italiana il rimborso della ritenuta subita, entro 48 mesi dall’applicazione della stessa. Per approfondire il link seguente:

Aggiornamento modello OCSE di convenzione contro le doppie imposizioni

In merito al modello OCSE di convenzione contro le doppie imposizioni deve essere evidenziato come, a seguito della soppressione dell’articolo 14 (relativo alle regole per le professioni indipendenti), i redditi derivanti dalla libera professione devono essere ora disciplinati dall’articolo 7 (relativo alla stabile organizzazione), quali utili alle imprese.

In pratica, siamo di fronte ad una piena assimilazione del reddito professionale al reddito di impresa. Assimilazione che determina un chiaro rinvio alle disposizioni dell’articolo 5 del modello relativo alla stabile organizzazione. Quindi la necessità di attribuire alla stabile organizzazione gli utili che questa avrebbe conseguito se si fosse trattato di un’impresa distinta e separata che svolge attività identiche o analoghe in condizioni identiche o analoghe.

Di fatto, quindi, il criterio di base non cambia, ma sostanzialmente si ha una assimilazione tra reddito del professionista e reddito di impresa.

Per le prestazioni professionali estere, meglio sede legale o stabile organizzazione estera?

Quando siamo di fronte alla possibilità di effettuare prestazioni professionali estere occorre chiedersi quale sia la modalità migliore per strutturarsi. In particolare, le scelte possibili per un professionista possono essere:

  • Dotarsi di una stabile organizzazione (sede fissa) all’estero;
  • Aprire una sede legale estera dell’attività.

Proviamo ad analizzare meglio la situazione servendoci di un esempio. Ipotizziamo che uno studio di consulenza italiano decida di operare all’estero attraverso una società di diritto locale per erogare consulenze in loco.

Tale scelta consente allo studio professionale italiano di separare la propria attività ed anche la propria responsabilità tributaria nello stato estero. Stato questo ove magari, l’imposta da versare per la società è più bassa rispetto a quella che avrebbe in Italia.

Se tale studio avesse, invece, semplicemente aperto un ufficio in loco, lo stesso avrebbe costituito una stabile organizzazione che avrebbe scontato l’imposta locale ma che sarebbe stata tassata anche in Italia nell’ambito dell’associazione professionale e quindi per trasparenza in capo ai soci.

In pratica, possiamo dire che l’utilizzo di una società di diritto locale in luogo della stabile organizzazione permette di sterilizzare la tassazione, limitandola al prelievo estero.

Come si determinano i contributi previdenziali in caso di prestazioni estere dei professionisti?

Per capire la disciplina previdenziale dei redditi derivanti da prestazioni estere di un professionista residente fiscalmente in Italia, occorre andare a verificare cosa prevede la regolamentazione internazionale di sicurezza sociale.

In particolare, si tratta di analizzare la Regolamentazione 883/2004 vigente dal primo maggio 2010 nei rapporti tra gli Stati della UE. Tale normativa è improntata ad alcuni principi ispiratori fondamentali, uno dei quali è il principio dell’Unicità della legislazione.

Si tratta della disciplina applicabile ad un medesimo soggetto, che individua la legislazione applicabile nei casi in cui un lavoratore autonomo sia già soggetto alla legislazione di sicurezza sociale di un altro Paese membro. Oppure nel caso in cui svolga la propria attività lavorativa contemporaneamente in due o più Stati membri.

Criteri di territorialità dei contributi previdenziali

A tale proposito, la Regolamentazione comunitaria fissa quale principio generale in materia di legislazione applicabile per i lavoratori autonomi, quello della territorialità ovvero della “lex loci laboris“, secondo cui:

i lavoratori occupati nel territorio di uno Stato membro sono soggetti alla legislazione di tale Stato, salve le eccezioni disciplinate dagli articoli 12 e 13 del Regolamento CE n. 883/2004 per i casi di  esercizio di attività lavorativa in più Stati

Regolamentazione 883/2004

In applicazione dei principi di unicità e di territorialità, i richiamati articoli 12 e 13 prevedono che qualora il lavoratore autonomo eserciti la sua attività in più Stati, la legislazione di sicurezza sociale a lui applicabile sarà quella dello Stato di residenza fiscale. Il tutto così come determinato ai sensi dell’articolo 2, comma 2 del DPR n 917/86.

Tale articolo deve essere letto in combinato disposto con l’articolo 4, comma 1 del Modello OCSE di Convenzione contro le doppie imposizioni. Questo se il lavoratore se esercita abitualmente una parte sostanziale della sua attività in tale Stato. Diversamente, il lavoratore deve essere soggetto alla legislazione previdenziale dello Stato membro in cui si trova il centro dei suoi interessi.

Casi pratici di situazioni dubbie risolte dall’INPS

Vediamo di seguito alcune fattispecie dubbie su cui l’INPS ha espresso un parere.

Lavoratore dipendente in Italia e lavoro autonomo all’estero

Il lavoratore dipendente in Italia che, contemporaneamente, esercita un’attività considerata di lavoro autonomo in uno o più Stati membri, è tenuto a iscriversi alla Gestione separata INPS. Tale obbligo sorge a condizione che l’attività di arte o professione abituale rientri tra le attività che per l’INPS hanno l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata (vedi ad esempio il caso di amministratore di società all’estero).

L’obbligo di iscrizione alla Gestione separata INPS si ha anche in caso di lavoratore italiano che operi come subordinato con contemporanea presenza di partita Iva con attività esercitata anche all’estero.

Lavoratore dipendente ed autonomo con attività in Italia ed all’estero

Lavoratore dipendente esercita in Italia anche un’attività professionale (con iscrizione alla Gestione Separata) e, contemporaneamente, esercita un’attività professionale in altro Stato membro. Nel caso il lavoratore è chiamato, comunque, ad essere assicurato in Italia. Questo in quanto in Italia vi esercita l’attività di lavoro subordinato. Inoltre, il lavoratore deve assoggettare alla contribuzione previdenziale il reddito derivante dall’attività professionale svolta all’estero.

Inoltre, il lavoratore dipendente che esercita contemporaneamente un’attività professionale in uno Stato membro è chiamato, comunque, ad essere assicurato in Italia e iscriversi altresì alla Gestione separata quale libero professionista.

Lavoratore con obbligo contributivo estero che svolge attività in Italia

Quando il lavoratore deve essere assoggettato alla legislazione di un altro Stato (senza obblighi di versamento contributivo in Italia) anche qualora eserciti un’attività che in Italia comporti l’iscrizione alla Gestione separata, potrebbero verificarsi due ipotesi.

La prima riguarda il lavoratore subordinato in uno Stato membro che svolga contemporaneamente attività di libero professionista iscritto alla Gestione separata in Italia. In tal caso deve essere assoggettato unicamente alla legislazione dello Stato estero in cui è dipendente.

Anche il lavoratore subordinato che svolge l’attività di amministratore in Italia deve essere comunque assoggettato alla legislazione estera. Quindi, nel caso sia stata presentata denuncia UniEmens e pagata la contribuzione alla Gestione separata, l’azienda non è chiamata ad effettuare alcuna variazione alle denunce inviate. La contribuzione deve, nel caso, essere gestita d’ufficio.

Prestazioni estere dei professionisti: conclusioni

In questo articolo ho cercato di analizzare le situazioni che, praticamente, possono venirsi a creare quando siamo di fronte a prestazioni estere di professionisti italiani o prestazioni professionali in Italia di professionisti esteri.

Si tratta di situazioni che possono leggersi “a specchio“, specialmente se le analizziamo dal punto di vista delle convenzioni internazionali. Naturalmente, come hai visto, ci sono diversi aspetti che devono essere presi in considerazione per determinare i corretti criteri di territorialità dei redditi. In particolare, occorre fare attenzione alle ritenute in uscita da applicare ed alla possibilità, eventuale, di richiedere il rimborso all’Agenzia delle Entrate.

Se hai letto questo articolo e ti stai rendendo conto che necessiti dell’analisi della tua situazione personale, ti invito a contattarci attraverso il form di cui al link seguente. Riceverai il preventivo per una consulenza personalizzata in grado di risolvere i tuoi dubbi sull’argomento.
Soltanto in questo modo, infatti, potrai essere sicuro di evitare di commettere errori, che in futuro possono esserti contestati e quindi sanzionati.

Commenti:
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17 COMMENTI

  1. Buongiorno,
    Vorrei avere delle informazioni e dei chiarimenti sul lavoro autonomo all’estero in UE.

    Sono stata licenziata e sarò in mobilità fino a Settembre 2017, dopo questa data ho diritto ad altri due anni pagati dal Fondo di Solidarietà del Trasporto Aereo. Per quanta riguarda il Fondo di Solidarietà non si può ottenere l’anticipazione come per la mobilità, ma il pagamento mensile.

    Secondo le circolari Inps si può passare da lavoratori ad imprenditori utilizzando l’indennità di mobilità/fondo e quindi svolgere attività autonoma anche all’estero in uno degli stati convenzionati.

    Posso lavorare come libero professionista o creare una SRL.
    – Come libero professionista devo essere iscritta ad un albo professionale in Italia o è valida in Italia l’iscrizione ad un albo professionale estero?

    – La SRL deve essere aperta in Italia o può essere aperta all’estero?

    – Nelle circolari dell’Inps c’è scritto che l’anticipazione può essere riconosciuta anche agli amministratori di società di cui sono soci di capitale. Significa che si può lavorare oppure no?

    La ringrazio anticipatamente per qualsiasi suggerimento voglia darmi.
    Cordiali saluti

  2. L’indennità può essere erogata sia se lei apre una partita Iva come professionista sia se lei avvia un srl e diventa imprenditore. I limiti dipendono dal fondo stesso, per questo la invito a contattare direttamente il Fondo di solidarietà. Se vuole avviare l’attività professionale non è necessario essere iscritti ad un albo professionale.

  3. Buongiorno,
    sono un’architetto polacco, ancora residente in polonia. Inizierò a breve una collaborazione a tempo pieno con uno studio italiano che mi ha chiesto di aprire la partita iva. non essendo abilitato a lavorare come architetto (esame di stato non ancora superato), dovrò aprirne una come disegnatore tecnico o simili. Come devo comportarmi per l’apertura? grazie

  4. Spiegarle tutti gli adempimenti fiscali e previdenziali dovuti è un po’ difficile in questa sede, ma se vuole ne parliamo in privato, così posso anche spiegarle i nostri servizi di consulenza fiscale per i soggetti dotati di partita Iva.

  5. buongiorno,

    sono un italiano e vorrei aprire un attivita individuale di consulenza all’estero (Austria/Slovenia) e fatturare estero su estero. a quale regime fiscale mi devo attenere volendo mantenere la residenza italiana?

  6. Non è possibile fare quello che ha in mente mantenendo la residenza fiscale italiana. Andrà incontro ad una fattispecie che si chiama “esterovestizione“. Se vuole possiamo analizzare in dettaglio la sua situazione e cercare di predisporle la migliore soluzione per lei, evitando anche le problematiche di esteriovestizione.

  7. Buona sera,
    io sono un musicista e vorrei comprendere la questione dei contributi enpals da prestazioni estere. Devo versare l’intera quote del 33%, se nel paese estero sono tassato cosa posso fare? possiamo parlarne privatamente?
    cordialmente

  8. Salve Marco, se la prestazione è svolta all’estero non può trovare applicazione la gestione previdenziale ex Enpals, il datore di lavoro estero non ha alcun obbligo previdenziale con l’Italia.

  9. salve, ho svolto un’attivita’ professionale di relatore ad un congresso a Valenzia (Spagna) ma sono residente in Italia. La fattura che devo emettere come deve essere fatta? (IVA -RITENUTA D’ACCONTO).Potete aiutarmi? Grazie

  10. Buongiorno, nel caso di un professionista italiano maestro di sci che si reca in Francia per un periodo di 4 mesi, la tassazione avviene in italia? Il professionista lavora presso una scuola di sci inglese in Francia. E’ necessario qualche adempimento in Francia? Inoltre a livello previdenziale paga i contributi commercianti in Italia, è corretto?Grazie

  11. In che modo è possibile contattarla in privato? Solo tramite il form? La compilazione del form di contatto comporta automaticamente l’accettazione di un contratto di consulenza per il quale richiedete compenso, o è solo una mail di carattere informativo in modo da valutare e approfondire gli eventuale adempimenti e un’eventuale successiva vostra consulenza a pagamento?

  12. Salve, vorrei chiederle qualche chiarimento.
    Se io ho la residenza fiscale in italia e fornisco un servizio da libera professionista all’estero (fatturando con p.iva comunitaria) dovrò pagare le tasse solo in italia o anche all’estero? c’è un limite di tempo di fatturazione?
    Non sono iscritta all’aire perchè faccio avanti e indietro con Roma e sto continuando li una formazione e voglio lasciarmi l’opzione di poter lavorare in italia.
    Come funziona?
    La ringrazio

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