Ritenuta estera su compensi da chiedere a rimborso

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L’Agenzia delle Entrate conferma che, se non esiste una S.O. all’estero, la ritenuta estera deve essere chiesta a rimborso all’altro Stato. Il professionista residente che subisce la ritenuta non può fruire del credito per imposte estere. Questi deve chiedere a rimborso l’imposta con la dichiarazione dei redditi da presentare nello Stato estero.

Uno degli aspetti che si realizzano con frequenza nel mondo dei lavoratori autonomi è l’esercizio di un’attività per conto di un committente estero.

Immagina il caso di un un ingegnere, un avvocato, o un consulente aziendale che si trova a dover svolgere una prestazione per conto di un committente estero. Immagina anche che questa prestazione venga svolta nello Stato estero del committente. Stato in cui il professionista non ha alcuna sede fissa di affari.

Qualora lo Stato estero decida di applicare una ritenuta in uscita sul compenso del professionista, questi non può portarla in deduzione dal reddito. Nel caso il professionista ha la possibilità di chiedere a rimborso l’imposta estera subita, presentando la dichiarazione dei redditi.

Questo comportamento è stato chiarito anche dall’Agenzia delle Entrate con la risposta ad interpello n 23/E/2019.

Vediamo, quindi, come gestire le ritenute estere subite dai professionisti residenti in Italia.

Cominciamo!

Ritenuta estera su compensi professionali
Ritenuta estera su compensi professionali

RITENUTA ESTERA SUI COMPENSI TECNICI PROFESSIONALI

Attraverso la risposta ad interpello 23 del 1° febbraio 2019 l’Amministrazione finanziaria torna sulla questione delle ritenute estere in uscita.

L’applicazione di ritenute in uscita per professionisti ed imprese italiane che operano all’estero è da sempre una questione problematica.

Le imposte trattenute in Stati esteri, se non riconducibili ad una stabile organizzazione, non possono essere detratte dalle imposte italiane. Sostanzialmente, le ritenute estere trattenute sul compenso del professionista o dell’impresa non concorrono al credito per imposte estere. Credito di cui all’articolo 165 del TUIR.

Questa è la regola generale da rispettare. Se non vi è una stabile organizzazione estera l’imposta trattenuta all’estero non può formare credito in Italia.

Per la definizione di stabile organizzazione occorre fare riferimento a quanto disposto dalla Convenzione contro le doppie imposizioni siglata con lo Stato estero.

RITENUTA ESTERA: LA SITUAZIONE ANALIZZATA DALL’AGENZIA

La fattispecie analizzata dall’Agenzia delle Entrate riguarda una società italiana che ha prestato servizi ingegneristici per un soggetto estero.

Si tratta di un committente albanese per il quale la società ha effettuato disegni e consulenza ed assistenza tecnica il loco. Il tutto per l’obiettivo della costruzione di un hotel.

In dettaglio, la predisposizione dei disegni è stata svolta interamente in Italia. Al contrario, l’assistenza prevedeva, evidentemente, la presenza di personale della società italiana in loco.

Sui compensi percepiti lo Stato della fonte ha prelevato una ritenuta a titolo di imposta del 15%. L’obiettivo è quello di capire se per questa ritenuta l’azienda prestatrice italiana può godere del credito di imposta per redditi esteri.

L’Agenzia delle Entrate, nel fornire la sua risposta riprende le disposizioni generali già fornite con la Circolare n 9/E/2015 (del 5 marzo 2015). Quest’ultimo documento di concentrava sui servizi tecnici prestati:

  • In Stati senza Convenzione con l’Italia, o
  • In Stati in cui la convenzione con l’Italia prevede in modo espresso la forniture di servizi di assistenza tecnica, quale ipotesi di stabile organizzazione.

Nella risposta ad interpello n 23/E/2019 si verte nella situazione, più semplice, dei rapporti con uno Stato (l’Albania):

  • Legato all’Italia con una Convenzione contro le doppie imposizioni (Convenzione firmata in Tirana il 12 dicembre 1994, ratificata con Legge n 175/98);
  • La cui Convenzione è conforme al modello OCSE per quanto riguarda l’articolo 5 sulla Stabile Organizzazione. Definizione, questa, che non ricomprende, quindi, i servizi tecnici.

ARTICOLO 7 CONVENZIONE SUI REDDITI ESTERI SENZA STABILE ORGANIZZAZIONE

Sostanzialmente, l’applicazione dell’articolo 7 della Convenzione internazionale i prelievi subiti dall’azienda italiana non risulterebbero dovuti. Questo, in quanto l’articolo 7 prevede la tassazione esclusiva del reddito d’impresa nello Stato di residenza del percipiente, se questo non ha una stabile organizzazione nello Stato della Fonte.

Occorre quindi astenersi dal detrarre l’imposta estera da quella italiana a norma dell’articolo 165 del TUIR.

L’imposta subita, infatti, deve essere chiesta a rimborso alla stessa Amministrazione finanziaria dello Stato estero. La richiesta di rimborso avviene esclusivamente attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi nello Stato estero.

Si tratta di un’imposta prelevata in assenza dei relativi presupposto e quindi non dovuta. Imposta che non presenta il carattere di “irripetibilità” necessario affinché possa avvenire la sua detrazione nel quadro CE della dichiarazione italiana.

POSIZIONE DI PRASSI COERENTE E STABILE

La soluzione legata alla richiesta di rimborso della ritenuta estera sui compensi di imprese e professionisti italiani si presenta coerente nel tempo.

L’Agenzia delle Entrate, infatti, aveva già espresso parere simile con la Risoluzione n 277/E/2008. Il documento aveva ad oggetto le ritenute subita da un’impresa italiana in Kazakhistan per prestazioni tecniche connesse alla realizzazione di un gasdotto.

Le prestazioni erano rese senza che vi fosse una struttura qualificabile come stabile organizzazione in Kazakhistan. Nella fattispecie, poiché l’installazione necessaria alla realizzazione del gasdotto era stata smantellata dopo sette mesi, e quindi prima del termine di dodici mesi che qualifica in questi casi la S.O. in base alle Convenzioni redatte secondo lo standard usuale.

PRESTAZIONI LEGATE A ROYALTY: APPLICAZIONE DEL CREDITO PER IMPOSTE ESTERE

Che cosa accadrebbe se i compensi transnazionali fossero qualificabili come royalty?

La risposta n. 23/2019 pone, poi, alcune interessanti indicazioni in merito alle conseguenze che avrebbero potuto verificarsi ove le prestazioni rese dalla società italiana fossero considerate individualmente, anziché unitariamente.

Viene infatti rilevato che non rientrano nella nozione convenzionale di royalties:

  • Né i compensi per la redazione di modelli o disegni che non siano già esistenti. Nella fattispecie in commento, invece, i disegni sono svolti “ad hoc” per la realizzazione dell’hotel;
  • Né i servizi di consulenza veri e propri. Servizi non riconducibili alla cessione di informazioni riguardanti esperienze di carattere industriale, commerciale o scientifico in quanto non vi è un trasferimento di know-how al cliente.

Qualora i compensi in questione non fossero stati pattuiti nel contesto di una prestazione unitaria, sarebbero stati inquadrabili tra le royalties.

Le royalties sono un elemento di reddito espressamente preso in considerazione dalla Convenzione Italia / Albania.

In questo caso, la soluzione adottata dall’Agenzia delle Entrate sarebbe stata diversa. In questo caso vi sarebbe stata spettanza del credito sull’imposta non eccedente la misura convenzionale.

RITENUTA ESTERA: CONCLUSIONI

In questo articolo ho cercato di riepilogare le principali indicazioni utili per un’azienda o un professionista che opera senza stabile organizzazione all’estero.

Se la prestazione è compiuta verso committente residente in Stato in Convenzione con l’Italia, non dovrebbe esserci ritenuta in uscita.

Tuttavia, qualora il committente applichi una ritenuta in uscita sul compenso corrisposto, questo importo non potrà costituire credito per imposte estere.

L’impresa o il professionista per recuperare l’importo sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi nello Stato estero per ottenere il rimborso della ritenuta subita. Questo, in quanto non si tratta di ritenuta spettante. La territorialità di quel reddito, infatti, è in Italia, Stato di residenza fiscale del prestatore.

A conclusioni diametralmente opposte è possibile giungere qualora si tratti di compensi sotto forma di royalty.

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