Per contrastare la pandemia da Covid-19 serve un piano economico condiviso a livello europeo, ma soprattutto un piano di aiuti concreto ed immediato per l’economia nazionale: qualche idea per il Governo.

E’ in programma oggi la riunione dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea per prendere decisioni sugli interventi da mettere in atto per contrastare la crisi epidemiologica da Covid-19. Servono urgentemente provvedimenti sociali, economici e finanziari.

Nove Paesi dell’Eurozona hanno proposto di emettere uno “strumento di debito comune“, si tratta dei cd “Coronabond“, che dovrebbero acquisire titoli del debito pubblico e sostenere l’emissione di debito sul lato della politica monetaria. Tuttavia, su questo fronte si deve registrare l’opposizione di Paesi come la Germania e l’Olanda.

Senza un accordo su cosa fare rimane fermo, almeno per il momento, il potenziale della Banca Centrale Europea (BCE) che ha deciso un “Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp)” per 750 miliardi di euro.

Piano Economico per l'Italia

Rimane, comunque, aperta anche la strada legata all’utilizzo del MES – Fondo Salva Stati (di cui vi abbiamo parlato in questo articolo: “MES: cos’è e come funziona“) per emettere finanziamenti al fine di fronteggiare le urgenze dei singoli Stati richiedenti. Sul punto occorre anche segnalare i possibili rischi derivanti da questo strumento. Prima di appellarsi a strumenti di sostegno come questo occorre conoscere bene come funzionano. Basti pensare che le decisioni all’interno del MES vengono prese all’unanimità dagli Stati sottoscrittori. Quindi, ogni Paese vale “1“, tutti con lo stesso “peso“.

Interventi di politica monetaria a sostegno dell’economia reale

Il vero problema, ad avviso di chi scrive, è che qualsiasi tipo di soluzione sarà presa dalla UE si tratterà sempre di intervento di politica monetaria, che non ha impatto diretto sull’economia reale. In questa prima fase si sta cercando di supportare i vari Stati nella possibilità di emettere ulteriore debito, senza il rischio di una speculazione finanziaria dei mercati.

Fatto questo sarà possibile intervenire, per ciascuno Stato sulla propria economia reale. In questo contesto un ruolo centrale potrebbero averlo anche due enti della UE. Mi riferisco alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) e il FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti). Si tratta di due enti di cui si sente poco spesso parlare ma che possono essere “messi in campo” per evitare una crisi strutturale dell’economia nella UE.

In quest’ottica BEI e FEI potrebbero espandere il proprio campo di operatività, fruendo anche della liquidità del Pandemic Emergency Purchase Programme della BCE. Il vantaggio di questi due enti della UE è di essere direttamente interconnessi sia ai sistemi delle imprese e delle banche dei Paesi UE, sia alle National Promotional Banks. Sostanzialmente, si tratterebbe di fornire in breve tempo liquidità a banche o direttamente alle imprese. In questo modo l’aiuto andrebbe direttamente sull’economia reale.

Un piano economico di aiuti anche a livello nazionale

Aspettare l’Europa non è mai una scelta saggia, o meglio, lo si deve fare, ma nel mentre non possiamo restare a guardare. Sono 25 i miliardi di euro messi sul piatto dal Governo Conte per il prossimo decreto economico che uscirà nel mese di aprile. Non sono il solo a pensarla in questo modo:

“la velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia”

Questo è quanto ha scritto qualche giorno fa Mario Draghi in un’editoriale sul Financial Times. Per l’ex presidente della Banca Centrale Europeadi fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra“.

Parole sicuramente condivisibili, anche perché lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è frutto del ciclo economico, ma è un effetto di eventi terzi, aciclici. Per questo motivo è importante intervenire tempestivamente a sostegno del veloce deterioramento dei redditi privati (di famiglie e imprese).

Per raggiungere tutto questo è inevitabile che la risposta coinvolga un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito del settore privato deve essere assorbita, in tutto o in parte dai bilanci dei governo. Livelli di debito pubblico più elevati saranno una caratteristica permanente delle nostre economie.

In questo contesto quali dovrebbero essere dei provvedimenti da prendere per un piano economico di aiuto a livello nazionale?

Proviamo ad individuare qualche proposta concreta sul lato fiscale e di aiuto alle PMI.

Banche come veicolo per le politiche pubbliche

Le banche hanno la possibilità di creare denaro istantaneamente consentendo gli scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito. Le banche adeguatamente garantite dallo Stato possono erogare fondi alle imprese a costo zero, ovviamente a quelle disposte a salvare posti di lavoro e pronte ad investire. In questo modo le banche possono diventare un veicolo per le politiche pubbliche.

Il capitale che serve a questo scopo deve arrivare dal Governo sotto forma di garanzie statali tutti gli ulteriori scoperti o prestiti.

Garantire la sospensione delle rate dei mutui per tutti a costo zero

In questo momento la sospensione delle rate dei mutui è legata solo ai mutui prima casa per lavoratori dipendenti che si sono visti ridurre l’orario di lavoro, oppure per i professionisti che hanno avuto un calo del fatturato del 33% (in confronto al trimestre precedente).

In quest’ottica sarebbe opportuno estendere la sospensione delle rate dei mutui a casistiche più ampie, senza mettere a carico delle famiglie, gli interessi legati alla sospensione, che in questo momento vengono caricati dagli istituti bancari nei nuovi piani di ammortamento dei mutui sospesi.

Utilizzare la leva fiscale per creare liquidità

Un secondo fronte di interventi dovrebbe arrivare dal lato fiscale. A questo scopo si potrebbe ipotizzare un intervento su più fronti. Ad esempio:

Rimodulazione dei pagamenti fiscali

Il pagamento delle imposte in arrivo a giugno (sul saldo 2019) derivanti dalle dichiarazioni dei redditi potrebbe essere spostato a settembre, rimodulando anche le possibilità di versamento degli acconti sul 2020 (l’utilizzo del metodo storico perderebbe ogni logicità). In questo modo si garantirebbe ulteriore liquidità per il periodo di emergenza alle imprese.

L’idea potrebbe essere quella di prevedere il versamento degli acconti per l’anno in corso dopo i primi nove mesi dell’anno, quando può essere più semplice fare una proiezione del reddito alla fine dell’anno. Sarebbe controproducente far versare acconti d’imposta (a chi può farlo) per importi superiori al dovuto (in base al metodo storico), per poi farli diventare crediti d’imposta non immediatamente spendibili (cosa attualmente possibile solo dopo l’invio della dichiarazione dei redditi).

Rimborso immediato dei crediti d’imposta

Tantissime imprese in queste settimane stanno facendo i conti con i vari crediti d’imposta su cui possono contare. Crediti spendibili nel modello F24, tra cui l’ultimo, quello relativo all’affitto di negozi o botteghe (cat. catastale C/1 pari al 60% della mensilità di marzo). Tuttavia, potrebbe essere opportuno consentire alle imprese di avere un rimborso immediato, almeno di parte, dei crediti fiscali certificati da dichiarazione dei redditi (IVA e/o IRPEF, IRES). In questo modo le imprese potrebbero ricevere ulteriore liquidità immediatamente spendibile, non solo a livello fiscale, ma anche per il pagamento di fornitori e/ per il pagamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti.

Attualmente la possibilità di chiedere a rimborso un credito d’imposta è legata a verifiche e tempistiche statali di erogazione. In questi termini, lasciando inalterate le verifiche, i tempi di rimborso effettivo degli importi verificati potrebbero essere velocizzati attraverso un più celere sostegno statale.

Deducibilità totale degli interessi passivi

La possibilità per le imprese di ottenere liquidità bancaria agevolata ha come contropartita quella di portare con se il costo del debito. Mi riferisco agli interessi passivi, oggi deducibili per le imprese solo nei limiti del 30% del Rol. In questo senso sarebbe auspicabile una deroga a questa disposizione attraverso una deducibilità integrale degli interessi.

La situazione attuale potrebbe portare le imprese, anche quelle che chiuderanno il 2020 in perdita civilistica, ad avere imponibile fiscale, magari legato anche all’indeducibilità degli interessi passivi sui finanziamenti. Per questo un intervento sul tema sarebbe auspicabile.

Riduzione del cuneo fiscale per le imprese che riprenderanno la produzione

Il rischio che al momento della riapertura delle attività produttive molte imprese riprenderanno a ranghi ridotti è molto forte. Dal periodo di sospensione le imprese usciranno con ordini e volumi di produzione sicuramente inferiori alla sospensione. Per questo il rischio è quello di una forte riduzione del numero degli occupati.

Per questo motivo potrebbe essere di aiuto garantire la Cassa Integrazione garantita ai dipendenti delle imprese che si impegneranno al reintegro dei lavoratori nel proprio organico. In questo senso potrebbe essere importante garantire, da subito, a queste imprese, la possibilità di ridurre in modo permanente il proprio cuneo fiscale. In questo si garantirebbe la possibilità di conservare posti di lavoro, riducendo il “costo del lavoro” per l’impresa.

Piano economico per l’Italia: il coraggio di un cambio di passo

Sono sicuro che ti starai chiedendo quale può essere il costo di provvedimenti di questo tipo. Sicuramente ben più dei 25 miliardi di euro che si appresta a mettere sul piatto il Governo ad aprile. Tuttavia, in una situazione come questa non si deve pensare al debito immediato, ma ai vantaggi che potrebbe trarre il sistema Italia nel medio periodo.

Questa situazione di crisi può essere superata, ma soprattutto può essere affrontata attraverso una revisione del nostro sistema economico:

concedere liquidità alle imprese significa permettergli di investire nel futuro, e questo non può che tradursi in posti di lavoro, redditi a famiglie e professionisti e quindi, indirettamente, l’investimento si tradurrebbe in maggiori entrate tributarie (dirette e indirette) che tornano allo Stato

Fare tutto questo, tuttavia, mi rendo conto che non sia affatto semplice.

L’Europa non ha interesse, per come è costruita, a vedere l’Italia che cambia pelle. Anzi, attraverso il MES si sta cercando di imporre strumenti che vincoleranno l’Italia a strumenti di aiuto ed ingerenze nelle politiche economiche nazionali fallimentari (vedi le esperienze storiche di Grecia e Irlanda) e non più accettabili. Per questo motivo occorre avere la forza di fare scelte impopolari (a livello UE), ma che nel lungo periodo potrebbero essere viste come la svolta per il nostro Paese.

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