Se stai pensando di avviare un processo di internazionalizzazione della tua impresa devi necessariamente porti delle domande in ottica strategica. Si tratta di andare a pianificare il futuro in un contesto incerto dove internazionalizzare non significa esportare ma piuttosto investire stabilmente in un mercato estero. Di seguito le informazioni che nessuno ti dice sulle modalità vincenti di internazionalizzazione.

La capacità di crescita di un’impresa dipende, oltre che dalla sua organizzazione interna, anche dalla capacità di operare in mercati diversi rispetto a quello da dove proviene. E’ in quest’ottica che un numero sempre crescente di imprese italiane si sta affacciando verso mercati esteri.

Questa scelta è frutto della consapevolezza di come la via dell’internazionalizzazione sia in grado di condurre l’imprenditore verso crescita, potenziamento della propria competitività sul mercato, aumentando i vantaggi rispetto ai rischi.

L’internazionalizzazione, oggi, è un fattore di crescita e sviluppo importante per la competitività delle imprese nel medio lungo periodo. Tuttavia, quello che noto dalla mia esperienza professionale di consulenza in questo settore è che molti imprenditori non analizzano ancora bene gli scenari.

Internazionalizzazione

Molto spesso si pensa che internazionalizzare significa esportare, costituire un’azienda all’estero, avere un ufficio di rappresentanza, senza guardare agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Quando si decide di operare in un mercato estero occorre considerare le dimensioni dell’azienda, gli obiettivi da raggiungere, il prodotto o servizio da commercializzare.

Tutti questi aspetti spesso vengono tralasciati, considerati poco importanti, ma sono la base di ogni processo di internazionalizzazione. Per questo motivo ho deciso di scrivere questo articolo, dedicandolo alle principali strategie per effettuare un’investimento diretto all’estero. Si tratta del passo fondamentale di ogni processo di internazionalizzazione. Vedremo, in particolare, le principali modalità e strategie per sfruttare al meglio le opportunità offerte dai mercati esteri.

Le attività di impresa all’estero

L’internazionalizzazione, ovvero la tendenza delle imprese al dislocamento della produzione/distribuzione in mercati esteri, può assumere modalità differenti. Le variabili da prendere in considerazione in questo contesto sono:

  • L’ambiente circostante all’impresa;
  • Le caratteristiche aziendali interne.

E’ attraverso lo studio di queste due variabili che l’imprenditore deve valutare le modalità di intervento in Paesi esteri. Inutile dire che questa fase è imprescindibile per l’internazionalizzazione di ogni impresa di medio piccole dimensioni, nonché per le multinazionali.

A parte l’ufficio di rappresentanza che, in genere, non consente di svolgere alcuna attività commerciale nel Paese di registrazione, la stabile organizzazione
(branch) si pone come la naturale alternativa alla costituzione di una società.

Le fasi del processo decisionale per la costituzione di una società all’estero

Quando si avvia un processo di internazionalizzazione di impresa, la costituzione di società all’estero deve essere contraddistinta da un processo decisionale che conta diverse fasi:

  • Istituire un’entità giuridica separata per lo specifico svolgimento dell’oggetto sociale (es. produzione o commercializzazione di beni; erogazione di prestazioni di servizi) nel mercato estero di riferimento;
  • Attribuire all’ente estero partecipato una precisa mission, vale a dire una funzione chiaramente individuata nell’ambito del gruppo. Tale funzione può essere la medesima del soggetto controllante (ma territorialmente individuata) o, in taluni casi, può rappresentare solo una parte del business svolto (cd. “specializzazione” dell’attività d’impresa);
  • Creare un solido legame con il territorio, mediante la realizzazione di un complesso organizzato di uomini e mezzi (azienda) idoneo al perseguimento degli
    obiettivi imprenditoriali assegnati;
  • Affidare un patrimonio iniziale (mediante versamento di capitale sociale e/o conferimento di beni materiali ed immateriali), il cui sviluppo ed investimento è destinato ad essere effettuato nel territorio dello Stato in cui la legal entity è costituita ed opera;
  • Registrare un’entità giuridica, autonoma dal soggetto controllante, titolare di distinte posizioni giuridiche attive e passive, soprattutto nei rapporti con enti pubblici e soggetti privati operanti in loco.

Apertura di un’ufficio di rappresentanza all’estero

La presenza sul territorio di uno Stato di imprese estere può manifestarsi attraverso la costituzione di uffici di rappresentanza.

Nel caso in cui una società intenda operare nel territorio di un Paese estero, senza doversi necessariamente costituire in una delle forme societarie previste dalla legislazione di detto Stato, mantenendo in tal modo la propria identità di soggetto estero e il controllo e la gestione della propria attività commerciale nel Paese d’origine, ha a disposizione il suddetto strumento (oltre alla stabile organizzazione).

L’ufficio di rappresentanza rappresenta la forma operativa più semplice da implementare ed è utilizzata soprattutto nei casi in cui la società estera intenda promuovere i prodotti, l’attività o i servizi direttamente in loco, con bassi costi di costituzione e gestione e senza acquisire una soggettività tributaria in detto Stato.

Inoltre, l’ufficio di rappresentanza può essere utilizzato dall’impresa estera per stabilire un “primo contatto” con il territorio, al fine di un successivo insediamento mediante stabile organizzazione o società.

Che cos’è un’ufficio di rappresentanza all’estero?

La normativa italiana non contiene una definizione espressa di ufficio di rappresentanza: a tal proposito, si rinvia a quanto disposto dal Modello OCSE di Convenzione contro le doppie imposizioni.

Si considera ufficio di rappresentanza una sede fissa che svolga funzioni meramente ed esclusivamente promozionali e pubblicitarie, di raccolta di informazioni, di ricerca scientifica o di mercato. Esso, quindi, deve avere esclusivamente una funzione ausiliaria e/o ancillare ovvero prodromica e/o preparatoria alla penetrazione dell’impresa straniera sul mercato di riferimento, (ad esempio, la sola esposizione, acquisto e deposito di beni, raccolta di informazioni, pubblicità, ricerca) non potendo svolgere attività di produzione o di vendita che porterebbero a qualificarlo quale stabile organizzazione.

In sostanza, l’ufficio di rappresentanza costituisce un centro di costo il cui responsabile non ha alcun potere gestionale o di impegnare la società di fronte ai terzi. Questo significa che l’ufficio di rappresentanza non produce alcun reddito, ed i suoi costi sono interamente deducibili per l’impresa madre.

Inoltre, esso non è obbligato alla tenuta dei libri sociali né alla presentazione di bilanci o dichiarazioni dei redditi. Tuttavia, esso è soggetto all’obbligo di tenuta della contabilità ordinaria per la documentazione dei costi e delle spese sostenute (es. personale, cespiti, etc). Tutti costi coperti finanziariamente dalla casa madre.

Ufficio di rappresentanza in Italia per l’internazionalizzazione di entità estere

Guardando all’Italia, l’apertura di un ufficio di rappresentanza è soggetta agli obblighi sopra indicati. Inoltre, è necessaria la denuncia al cd. “REA” (Repertorio delle notizie economiche e amministrative) competente in base al luogo dove si costituisce detto ufficio.

Con riferimento all’assunzione di personale da parte dell’ufficio di rappresentanza, è necessario seguire le procedure e comunicazioni ordinarie verso gli enti preposti, anche in riferimento agli obblighi fiscali e previdenziali connessi al rapporto di lavoro subordinato.

Significativa rilevanza avranno gli effettivi ruoli e funzioni svolti dal suddetto personale in caso di eventuale verifica da parte dell’Amministrazione finanziaria, diretta a far emergere l’esercizio (celato) in Italia di un’attività commerciale per conto della società non residente.

Ad esempio, potrebbero esserci posizioni di distacco operate dall’ufficio di rappresentanza presso imprese clienti nazionali per l’impiego di personale nell’esecuzione di servizi di implementazione di beni, precedentemente venduti dalla casa-madre non residente (che, peraltro, provvede a fatturare tutte le operazioni realizzate).

La costituzione di una stabile organizzazione nel processo di internazionalizzazione

La presenza su territorio estero da parte di un’impresa può concretizzarsi con la costituzione di una stabile organizzazione.

La nozione di “stabile organizzazione” è pressoché universalmente accolta quale presupposto per l’imposizione di un’attività economica svolta da un soggetto in un Paese diverso da quello di residenza della casa-madre. Il rilievo attribuito all’individuazione della sussistenza di una stabile organizzazione scaturisce dalla necessità di ogni Stato di determinare i criteri su cui fondare l’esercizio della potestà impositiva sul reddito d’impresa, conseguito da un soggetto non residente nel territorio dello Stato medesimo.

L’art. 162 del DPR n. 917/1986 (“TUIR”) definisce stabile organizzazione:

“ (…) una sede fissa di affari per mezzo della quale l’impresa non residente esercita in tutto o
in parte la sua attività sul territorio”

La definizione di stabile organizzazione prevista dall’ordinamento interno non si discosta significativamente da quella convenzionale di cui all’art. 5 del Modello OCSE.

La stabile organizzazione implica, in primo luogo, la presenza di una “sede di affari” in presenza (a qualsiasi titolo) di locali, immobili o macchinari, impianti e attrezzature varie per lo svolgimento dell’attività di impresa.

Una sede di affari è configurabile anche nel caso in cui non vi siano locali a disposizione per lo svolgimento di un’attività di impresa, ma l’impresa disponga solamente di un certo spazio. Tale requisito è soddisfatto qualora la sede sia a disposizione dell’impresa estera (“power of disposition test” o “right of use test”), mentre non rileva il tito lo in base al quale l’impresa ne abbia la disponibilità.

Una stabile organizzazione può configurarsi anche qualora la sede di affari non sia di proprietà dell’impresa, né sia dalla stessa detenuta in base a un contratto di locazione (principio della “prevalenza della sostanza sulla forma”).

La stabilità della sede di affari

La caratteristica della fissità della sede di affari va considerata con riferimento sia all’elemento temporale sia all’elemento spaziale.

Dal punto di vista temporale, è necessaria la sussistenza di un elemento soggettivo (la volontà di costituire una sede permanente, indipendentemente dall’effettiva durata della stessa) oppure di un elemento oggettivo (l’effettiva permanenza). Non è necessario che l’attrezzatura, che costituisce la sede di affari, risulti fissa al suolo sul quale poggia, essendo sufficiente la permanenza della stessa in un determinato luogo.

Con riguardo al requisito della fissità dal punto di vista spaziale, si deve ritenere che sussista un’unica sede di affari allorquando, alla luce dell’attività svolta dall’impresa, sia identificabile un determinato spazio che possa considerarsi unico, sia sotto il profilo geografico che da un punto di vista economico/funzionale, malgrado l’attività di affari venga svolta in più luoghi.

Se il comma 2 dell’art. 162 del TUIR indica talune ipotesi specifiche qualificabili
come stabile organizzazione, il comma 4 dell’art. 162 del TUIR individua i casi che
non configurano una stabile organizzazione, anche qualora si riscontri l’esistenza di
una sede fissa di affari, in quanto trattasi di attività caratterizzate da un profilo meramente preparatorio o ausiliario.

Le diverse forme di stabile organizzazione

Il tratto distintivo della stabile organizzazione materiale” si sostanzia nella presenza di una infrastruttura stabile, per il tramite della quale viene svolta l’attività di impresa all’estero.

Una diversa figura di stabile organizzazione cd. “personale” può configurarsi nel caso in cui l’impresa si avvalga di un agente dipendente all’estero. I commi 6 e 7 dell’art. 162 del TUIR contengono la disciplina italiana della stabile organizzazione personale.

Il comma 6 illustra la figura dell’agente dipendente che si concretizza allorquando una persona, diversa da un agente che goda di uno status indipendente operi in maniera abituale in un diverso Paese in nome di una impresa residente nell’altro Stato, ed ivi eserciti il potere di concludere contratti che vincolano giuridicamente la predetta entità.

Il comma 7 individua, invece, la nozione di agente indipendente. In particolare, la previsione sancisce che “non costituisce stabile organizzazione non residente il solo fatto che essa eserciti nel territorio dello Stato la propria attività per mezzo di un mediatore, di un commissionario generale, o di altro intermediario che goda di uno status indipendente, a condizione che dette persone agiscano nell’ambito della loro ordinaria attività”.

La costituzione di una società all’estero nel processo di internazionalizzazione

La costituzione di una società, giuridicamente separata dalla casa madre, rappresenta la modalità più completa di insediamento all’estero.

I processi di espansione oltre frontiera delle imprese multinazionali sono stati influenzati da notevoli cambiamenti nell’ultimo ventennio, sia riguardo ai volumi di transazioni sia sul fronte della natura dei contratti. Di conseguenza, anche la struttura delle imprese si è dovuta adeguare alle mutate condizioni del mercato, divenendo più flessibile ed assumendo una dimensione più “globale” dal punto di vista dell’organizzazione della value chain.

Generalmente, nell’ambito dei gruppi multinazionali, l’autonomia giuridica delle singole legal entities, spesso localizzate nel territorio di più Stati, che compongono il gruppo (holding capogruppo compresa) comporta, in ottica organizzativa e funzionale, che ciascuna società tende ad assumere un ruolo ben preciso (cd. “specializzazione delle società”).

Le imprese sostanzialmente decidono quali attività della catena del valore esternalizzare o internalizzare all’interno del gruppo e anche dove localizzarle.

La localizzazione all’estero spesso si colloca nell’ambito di un più ampio progetto di internazionalizzazione delle attività produttive attraverso la ricerca di sempre maggiori economie di scala, di sfruttamento del know-how acquisito nel Paese di origine (con la protezione delle fonti del vantaggio competitivo), del controllo diretto sulle specifiche fasi del ciclo operativo, del trasferimento di innovazioni già sperimentate in altri Paesi, ecc.

Conseguenze dell’internazionalizzazione delle strutture aziendali

L’internazionalizzazione delle strutture aziendali genera importanti conseguenze sia sul versante macroeconomico che su quello microeconomico.

In particolare, per quanto attiene al profilo macroeconomico, sono rilevanti gli effetti sulla distribuzione del reddito tra i diversi Paesi. Per quanto concerne le dinamiche microeconomiche, invece, il focus è incentrato sulle strategie di disarticolazione della catena del valore, poste in essere dalle imprese nella ricerca di assetti più agili e flessibili, anche in un contesto multinazionale.

L’essenza di un’impresa “multinazionale” si coglie nell’unità dell’organismo economico, cui si contrappone una pluralità di organizzazioni giuridiche mediante le quali tale organismo esercita l’attività economica. In altri termini, a fronte di un unico organismo direzionale (o di assunzione delle decisioni), si collocano, per quanto concerne l’esercizio materiale dell’attività, diverse articolazioni operanti in più Paesi.

Strutturata secondo una dimensione funzionale o organica, l’impresa multinazionale ha l’esigenza di attuare una profonda riorganizzazione della struttura societaria di gruppo al fine di allineare strategie aziendali, societarie e fiscali.

Il crescente livello di integrazione economica, finanziaria e commerciale tra soggetti residenti in Paesi differenti contribuisce ad uniformare le diverse economie nazionali, generando un contesto economico mondiale in cui i fenomeni risultano interconnessi e i rapporti si sviluppano secondo logiche di reciprocità e interdipendenza.

La variabile fiscale nel processo di internazionalizzazione

In un progetto di internazionalizzazione di una società, la variabile fiscale non può essere considerata secondaria sia al momento del primo insediamento all’estero sia nelle successive attività di monitoraggio. Questo, al fine di ottimizzare, nel rispetto delle diverse normative locali, il carico fiscale complessivo del gruppo e limitare i rischi fiscali derivanti dal processo di internazionalizzazione medesimo.

Il tema della residenza fiscale, in particolare delle società estere controllanti (o controllate da) soggetti italiani, è di rilevante interesse nell’ambito della gestione del tax risk all’interno dell’impresa multinazionale.

Negli ultimi anni, anche per effetto dell’introduzione ad opera dell’art. 35, comma 13, del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 (in vigore dal 4 luglio 2006), convertito nella L. 4 agosto 2006, n. 248, dei comma 5-bis e 5-ter all’art. 73 del TUIR e, quindi, dell’inversione dell’onere probatorio a carico del contribuente in presenza delle condizioni previste per legge, si sta registrando un particolare interesse da parte degli organi verificatori per la corretta individuazione della residenza fiscale di legal entities estere facenti parte di gruppi d’imprese.

Come indicato nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 25/E/2013, avente ad oggetto gli indirizzi operativi dell’attività di prevenzione e contrasto dell’evasione è necessario prestare specifica attenzione ai comportamenti dei contribuenti finalizzati alla fraudolenta sottrazione al pagamento delle imposte, con particolare riguardo alle tecniche del fittizio e repentino trasferimento della sede dell’impresa all’estero.

In particolare, la suddetta circolare, con riferimento alle attività di contrasto alla evasione internazionale, individua i fenomeni di illecito fiscale internazionale che consistono nella sottrazione all’imposizione dei redditi, realizzata mediante:

  • L’allocazione fittizia all’estero della residenza fiscale;
  • L’illecito trasferimento e/o la detenzione all’estero di attività produttive di reddito (anche per il tramite di altri soggetti esteri, interposti o esterovestiti).

La residenza fiscale delle società

Ai sensi dell’art. 73, comma 1, lett. a), del TUIR sono assoggettati all’IRES le società per azioni e in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, le società cooperative e le società di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato.

Quanto ai criteri che determinano la residenza fiscale agli effetti dell’IRES, l’art. 73 comma 3 del TUIR considera residenti ai fini delle imposte dirette le società e gli enti che, per la maggior parte del periodo d’imposta, abbiano nel territorio dello Stato, alternativamente:

  • La sede legale, la quale si identifica con la sede sociale indicata nell’atto costitutivo o nello statuto;
  • La sede dell’amministrazione, vale a dire il luogo ove viene svolta l’attività di gestione, da desumere da dati concreti quali, ad esempio, l’esistenza di uffici amministrativi o l’indicazione su documenti o fatture;
  • L’oggetto principale dell’attività. Per le società e gli enti residenti, l’oggetto esclusivo o principale dell’attività è determinato in base alla legge, all’atto costitutivo o allo statuto, se esistenti in forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata o registrata (art. 73, comma 4 del TUIR). In mancanza dell’atto costitutivo o dello statuto nelle predette forme, l’oggetto principale della società o dell’ente residente è determinato in base all’attività effettivamente esercitata nel territorio dello Stato.

Posto che il criterio (formale) della sede legale non assume particolare rilevanza ai fini dell’individuazione dell’effettiva residenza fiscale di una società o ente, va precisato che ai restanti due criteri (sostanziali) il Legislatore italiano ha attribuito equivalenza e alternatività, senza prevedere alcuna prevalenza dell’uno rispetto all’altro.

Tale scelta, se, da un lato, consente all’Amministrazione finanziaria di individuare, in sede ispettiva, il criterio più idoneo sulla base dei dati “sostanziali” emergenti dall’osservazione concreta della realtà economica presa in esame, dall’altro, può essere fonte, in alcuni casi, di fuorvianti conclusioni.

Contratto alle società esterovestite

Con l’obiettivo di contrastare il fenomeno delle società cd. “esterovestite”, l’art. 35, comma 13, del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano una presunzione legale relativa, in virtù della quale si considera esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti non residenti che soddisfano determinati requisiti.

L’art. 73, comma 5-bis del TUIR prevede che:

“(s)alvo prova contraria, si considera esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo, ai sensi dell’art. 2359, comma 1, del codice civile, nei soggetti di cui alle lettere a) e b) del comma 1, se, in alternativa:
a) sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’art. 2359, comma 1, del codice civile, da soggetti residenti nel territorio dello Stato;
b) sono amministrati da un consiglio di amministrazione, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato
”.

Requisiti di residenza fiscale in Italia: presunzione legale relativa di residenza

La norma riportata si applica a società ed enti non residenti nel territorio dello Stato che soddisfano i seguenti requisiti:

  • Detengono partecipazioni di controllo ai sensi dell’art. 2359 comma 1 c.c. in società ed enti commerciali residenti nel territorio dello Stato. Per effetto del richiamo all’art. 2359, comma 1 c.c., il controllo su tali soggetti può essere esercitato alternativamente:
    • Tramite la maggioranza assoluta dei voti nell’assemblea ordinaria;
    • Mediante un numero di voti necessario a garantire un’influenza dominante sull’assemblea medesima;
    • In virtù di particolari vincoli di natura contrattuale;
  • Sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’art. 2359 comma 1 c.c. da soggetti residenti nel territorio dello Stato, o in alternativa sono amministrati da un Consiglio di Amministrazione o altro organo equivalente composto prevalentemente da persone fisiche residenti in Italia. Il controllo può essere anche di natura indiretta. Pertanto, al fine di verificare la sussistenza del controllo su detti soggetti non residenti, vanno computati anche i voti spettanti a società controllate, società fiduciarie o persone interposte. Quanto invece ai soggetti controllanti, residenti nel territorio dello Stato, questi possono essere rappresentati sia da soggetti titolari di reddito di impresa (imprenditori individuali, società di persone e società ed enti commerciali) sia da persone fisiche non titolari di reddito di impresa.

Aspetti e considerazioni legate al transfer price

Altro fenomeno di significativo rilievo è rappresentato dall’insieme di politiche aziendali dirette, dal punto di vista meramente tributario, alla razionalizzazione della distribuzione del reddito. Si tratta del reddito imponibile prodotto dalle imprese appartenenti ad un gruppo multinazionale, allo scopo di minimizzare il carico fiscale complessivo. Uno degli strumenti di tali politiche aziendali è il transfer pricing.

Una corretta definizione delle politiche di transfer pricing presuppone un’attenta e approfondita comprensione preventiva dell’assetto organizzativo delle imprese multinazionali, caratterizzate spesso da una molteplicità di società-Paese, indipendenti giuridicamente, ma gestite o coordinate da un unico soggetto economico.

L’accentramento di interessi in un unico soggetto spesso comporta che, accanto ad una unitaria direzione di business, assuma rilievo una politica fiscale ad hoc, disegnata a livello globale a prescindere dagli interessi delle singole società-Paese. Ciò induce a considerare il transfer pricing alla stregua di una tecnica di ottimizzazione dell’iniziativa imprenditoriale, e non un semplice procedimento di tax planning.

La definizione di corrette (e difendibili) politiche di transfer pricing risulta, pertanto, di primario interesse per il management, e deve comportare un’interazione tra elementi di business ed elementi fiscali, in modo da garantire un allineamento della compliance. A livello di business, l’esigenza di strategia e controllo da parte del management è tanto maggiore quanto più l’attività è globale, frammentata e differenziata. La disciplina del transfer pricing assume un ruolo chiave, soprattutto in tema di coordinamento dei processi di business, fornendo al management indicazioni su come operare al meglio ad ogni livello.

Lo sfruttamento dei gaps tra le normative internazionali

Negli ultimi anni, i Legislatori fiscali nazionali si sono occupati con maggiore frequenza del tema dei rapporti intrattenuti da società “domestiche” con l’estero.

Tale atteggiamento deriva, probabilmente, dalla particolare valenza elusiva che assumono, in alcune circostanze, determinate operazioni legate alla internazionalizzazione delle attività d’impresa e dalla conseguente necessità di attuare strategie idonee a contrastare la sottrazione illegittima di materia imponibile al regime impositivo nazionale.

Dall’interazione di legislazioni fiscali diverse però possono derivare altresì “gaps” che offrono l’opportunità ai contribuenti di eliminare o ridurre in modo significativo il livello di imposizione sul reddito, con modalità che, sebbene formalmente legittime, appaiono non coerenti con gli obiettivi delle disposizioni e dei principi di fiscalità internazionale (cd. “schemi di pianificazione fiscale aggressiva”).

Non meno rilevanti, in questo contesto, appaiono le conseguenze prodotte dai regimi fiscali dannosi (“harmful tax regimes”), che l’OCSE si propone di contrastare migliorando il livello di trasparenza e lo scambio di informazioni tra Stati. Questi infatti:

  • Influenzano l’allocazione delle attività finanziarie e dei servizi;
  • Erodono le basi imponibili dei Paesi a fiscalità non privilegiata;
  • Creano distorsioni alla libera operatività dei mercati;
  • Hanno un impatto negativo in termini di equità, neutralità e generale “accettazione” dei sistemi fiscali.

La lotta alla concorrenza fiscale dannosa è, in tal modo, un significativo “passaggio” nel contesto degli interventi che, nei diversi settori, la comunità internazionale sta portando avanti con l’obiettivo di combattere gli schemi di pianificazione fiscale aggressiva e le situazioni di doppia non imposizione, che erodono le basi imponibili degli Stati.

Attività di impresa all’estero: consulenza per l’internazionalizzazione

Vendere all’estero è il primo e fondamentale passaggio dell’internazionalizzazione. Investire all’estero è il passo successivo per acquisire quote nei mercati esteri di sbocco. Ma è necessario analizzare lo scenario globale attraverso la giusta lente e dotarsi di un network di professionisti idoneo a supportare queste scelte.

Se hai letto questo articolo e ti stai rendendo conto che necessiti dell’analisi della tua situazione personale, ti invito a contattarci attraverso il form di cui al link seguente. Riceverai il preventivo per una consulenza personalizzata in grado di risolvere i tuoi dubbi sull’argomento.

Soltanto in questo modo, infatti, potrai essere sicuro di evitare di commettere errori, che in futuro possono esserti contestati e quindi sanzionati.

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