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Dipendente residente all’estero senza ritenute in Italia

Una società appartenente ad un gruppo mondiale, per la quale alcuni dipendenti svolgono la prestazione lavorativa nelle diverse sedi in varie parti del mondo, trascorrendo quindi numerosi giorni lavorativi fuori dal territorio italiano si chiede in che misura il reddito da lavoro dipendente deve essere assoggettato a ritenute alla fonte, qualora il dipendente sia non residente in Italia?

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Quando una società italiana assume lavoratori residenti all’estero è chiamata ad individuare la corretta applicazione delle ritenute alla fonte (ai fini IRPEF) in Italia. Tuttavia, occorre capire quale sia la corretta procedura da utilizzare e quali siano le casistiche di esonero da tassazione in Italia. Questo è quanto vedremo in questo articolo.

Al lavoratore dipendente residente all’estero, che svolge la propria attività lavorativa presso le sedi della Società dislocate nel mondo, le ritenute devono essere operate soltanto sui redditi derivanti da attività lavorativa prestata sul territorio italiano.

Questa è, in sintesi, la risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate sulle ritenute del dipendente residente all’estero, contenuta nell’Interpello n. 36/2020.

La norma di riferimento è l’art. 23 del DPR n. 600/1973, la quale stabilisce che le società che:

“corrispondono somme e valori di cui all’articolo 48 [rectius 51] dello stesso testo unico devono operare all’atto del pagamento una ritenuta a titolo di acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dovuta dai percipienti, con obbligo di rivalsa”

art. 23 del DPR n. 600/1973

Vediamo, in questo articolo, qual’è il quesito e la risposta a cui è giunta l’Agenzia delle Entrate.

Quesito posto all’Agenzia delle Entrate: ritenute sul dipendente residente all’estero

La Alfa Srl è una società che appartiene ad un gruppo mondiale.

Ai dipendenti posti in posizioni apicali, capita di sovente, di dover svolgere la propria attività lavorativa all’estero, presso le sedi della Società e del gruppo dislocate nelle varie parti del mondo.

La società Alfa Srl ha assunto, un dipendente residente all’estero, ai sensi dell’art. 2 TUIR, con la qualifica di dirigente, con riferimento al periodo di imposta 2019.

Il dirigente assunto, trascorre numerosi giorni lavorativi fuori dal territorio dello Stato italiano, presso le sedi della società e, più in generale, del gruppo. Ai sensi dell’art. 3 e dell’art. 23 del TUIR sono imponibili in Italia, i redditi derivanti da attività lavorativa prestata sul territorio dello Stato. Per questo motivo la società istante intende capire se deve o meno assoggettare a ritenute fiscali italiane tutto (o solo parte) della retribuzione del lavoratore.

La soluzione prospettata da Alfa Srl è che il sostituto di imposta debba assoggettare a ritenute alla fonte il reddito di lavoro dipendente del soggetto residente all’estero. Tuttavia, il reddito da lavoro dipendente soggetto a ritenuta alla fonte deve essere soltanto quello riferito ai giorni in cui ha prestato la sua attività lavorativa in Italia.

Rimarrebbe, pertanto, esclusa da tassazione in Italia, la parte di reddito relativo ai giorni di lavoro trascorsi all’estero in quanto prodotto fuori dal territorio dello Stato italiano e per questo esclusi da tassazione italiana.

Tassazione Italiana del dipendente residente all’estero: parere dell’Agenzia delle Entrate

La risposta all’interpello da parte dell’Agenzia delle Entrate appare in linea con la soluzione presentata dal contribuente istante. Vediamo adesso in dettaglio quanto chiarito dall’Ammnistrazione finanziaria.

Secondo quanto disposto dall’art. 23 del DPR n. 600/1973, le società che corrispondono somme e valori riconducibili al rapporto di lavoro dipendente devono effettuare, all’atto del pagamento, una ritenuta a titolo di acconto dell’IRPEF dovuta dai lavoratori, con obbligo di rivalsa.

L’obbligo di effettuare la ritenuta sussiste indipendentemente dallo status di residente o non residente del lavoratore.

Tuttavia, ai sensi dell’art. 3, co. 1 TUIR e art. 23 co. 1 lett. c) TUIR, qualora il soggetto risulti fiscalmente non residente in Italia, sono imponibili i soli emolumenti corrisposti per l’attività lavorativa svolta in Italia.

Il criterio di collegamento ai fini dell’attrazione dei predetti emolumenti nella potestà impositiva dello Stato è costituito dal luogo ove è svolta la prestazione lavorativa.

Per questo motivo occorre considerare che sono imponibili in Italia i soli emolumenti corrisposti ai lavoratori dipendenti non residenti, per l’attività lavorativa svolta in Italia. Tuttavia, devono essere prese in considerazione anche le disposizioni contenute nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni.

Il Modello OCSE di Convenzione per eliminare le doppie imposizioni, stabilisce, che i salari, gli stipendi e le altre remunerazioni che un residente di uno Stato contraente riceve in corrispettivo di un’attività dipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che tale attività non venga svolta nell’altro Stato contraente.

Se l’attività è quivi svolta, le remunerazioni percepite a tal titolo sono imponibili in questo altro Stato. Ai fini convenzionali per i soggetti non residenti, il criterio di collegamento è costituito dal luogo in cui è svolta la prestazione lavorativa.

Ritenuta sul dipendente residente all’estero

Dalla risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate è possibile ricavare alcune considerazioni importanti.

Prima di tutto, viene ribadito il criterio di collegamento da utilizzare per i redditi da lavoro dipendente percepiti da fonte italiana verso lavoratori non residenti. Tali redditi, infatti, devono essere sottoposti a tassazione solo nel Paese estero di residenza del lavoratore, ed in Italia soltanto per i giorni di lavoro trascorsi nel territorio nazionale.

Le ritenute ai fini IRPEF, quindi, devono essere operate dal datore italiano soltanto sui redditi di lavoro dipendente prestato nel territorio dello Stato e non sull’intera retribuzione erogata. Questo ai sensi dell’art. 23, comma 1, lett. c) del TUIR e art. 15, comma 2, del modello OCSE.

Quest’ultima disposizione, infatti, prevede che le remunerazioni che un residente di uno Stato contraente riceve in corrispettivo di un’attività dipendente svolta nell’altro Stato contraente sono imponibili soltanto nel primo Stato se, congiuntamente:

  • Il beneficiario soggiorna nell’altro Stato per un periodo o periodi che non oltrepassano in totale i 183 giorni nel corso dell’anno fiscale considerato;
  • Le remunerazioni sono pagate da o per conto di un datore di lavoro che non è Pagina 4 di 7 residente dell’altro Stato;
  • L’onere delle remunerazioni non è sostenuto da una stabile organizzazione o da una base fissa che il datore di lavoro ha nell’altro Stato.

Nel caso in esame, la Società, previa presentazione da parte del lavoratore, della domanda corredata della certificazione di residenza fiscale all’estero, rilasciata dall’autorità fiscale estera e dalla documentazione comprovante l’effettivo esercizio dell’attività lavorativa, potrà operare le ritenute ai fini IRPEF, solo sui redditi di lavoro dipendente prestato nel territorio dello Stato e non sull’intera retribuzione erogata.

Come si calcola la base imponibile di reddito su cui applicare la ritenute IRPEF italiane?

La risposta all’interpello oltre a fornire risposta sul criterio di collegamento da utilizzare per la tassazione dei redditi del dipendente residente all’estero va oltre e chiarisce anche come individuare la base imponibile da assoggettare a tassazione.

Infatti, al fine di determinare il reddito di lavoro dipendente imponibile in Italia, occorre fare riferimento al rapporto tra:

  • Il numero di giorni durante i quali la prestazione lavorativa è svolta nel nostro Paese, e
  • Il periodo totale dei giorni lavorativi nell’anno.

Il numero dei giorni indicati al numeratore e al denominatore del rapporto deve essere individuato con criteri omogenei.

La Circolare 23 maggio 2017, n. 17/E, dell’Agenzia delle Entrate, ha chiarito che i termini del rapporto possono ritenersi omogenei qualora il periodo di lavoro considerato al numeratore del rapporto sia assunto al netto delle festività, week end e ferie e, analogamente, il periodo di lavoro del denominatore è calcolato anch’esso al netto di festività, week end e ferie.

Compilazione CU sezione “Dati fiscali”

La corretta applicazione della tassazione sul lavoratore dipendente residente all’estero, si riflette anche nella compilazione della CU che deve essergli rilasciata. Infatti, il lavoratore residente all’estero, dopo aver ottenuto certificazione di residenza fiscale estera, deve consegnarla al datore di lavoro italiano.

Soltanto da quel momento il datore di lavoro italiano è tenuto ad applicare le ritenute IRPEF soltanto sulla quota di reddito relativo ad attività lavorativa svolta in Italia.

Questa procedura si riflette, inevitabilmente, anche nella predisposizione del modello di Certificazione Unica da rilasciare la lavoratore. In particolare, la sezione “Dati fiscali” deve essere così compilata:

  • Indicare, al punto 1, il totale della retribuzione imponibile in Italia;
  • Riportare, al punto 6, il numero di giorni di lavoro prestato in Italia per i quali il dipendente ha diritto alla detrazione;
  • Indicare al punto 8, la data di inizio del rapporto di lavoro;
  • Barrare il punto 10, per indicare che il lavoratore è ancora in forza alla data del 31 dicembre;
  • Riportare, al punto 11, il codice 4, previsto per segnalare ipotesi in cui non vi è coincidenza tra i giorni di lavoro che danno diritto alle detrazioni e la durata del rapporto di lavoro.
  • Compilare, inoltre, la sezione “Altri Dati” per indicare l’ammontare di reddito escluso dalla tassazione.

Dipendente residente all’estero e tassazione in Italia: conclusioni

La risposta ad interpello in commento, come abbiamo visto, risulta particolarmente interessante, in quanto va a chiarire molti aspetti riguardanti la tassazione di un residente all’estero che lavora per conto di un’azienda italiana.

Oggi, infatti, le problematiche legate a lavoratori assunti in Italia ma che prestano la loro attività lavorativa prevalentemente all’estero, tanto da aver acquisito residenza fiscale estera, sono molte.

Con questo chiarimento l’Agenzia ha ribadito che il criterio di collegamento da utilizzare per il reddito percepito in Italia dal lavoratore non residente, è il luogo ove l’attività viene esercitata.

Particolare attenzione devono prestare, quindi, le aziende italiane che assumono lavoratori residenti all’estero che svolgono l’attività fuori dai confini nazionali. La possibilità di evitare l’applicazione delle ritenute IRPEF alla fonte è subordinata, infatti, al rilascio della certificazione di residenza fiscale estera (da parte dello Stato estero di residenza del lavoratore). Fino a quel momento, il datore di lavoro italiano rimane obbligato all’applicazione delle ritenute domestiche.

Se hai dubbi o desideri avere una consulenza su una situazione simile a quella prospettata nell’articolo, segui il link sottostante e mettiti in contatto con noi per una consulenza. Riceverai la risposta ai tuoi dubbi e potrai operare in linea con la normativa fiscale nazionale e convenzionale.

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