La morte del socio di una società di persone può comportare il subingresso degli eredi nella società o la liquidazione della quota. Vediamo cosa c’è da sapere.

La società di persone è quella tipologie di società ove l’elemento prevalente è dato dalla persona dei soci. Dunque, il tratto caratteristico di questa tipologia di società è proprio la stretta relazione dei soci tra di loro. Questa relazione, invero, è tale proprio a causa della circostanza che, nella maggior parte dei casi, i soci si fanno carico di responsabilità illimitata con il proprio patrimonio personale. Ed è, invero, questa è la principale differenza rispetto alle società di capitali.

La morte del socio nelle società di persone è disciplinata dall’art. 2284 cc.. A differenza di quanto accade in alcune tipologie di società, in questo caso la norma dispone che la quota sociale è trasferita su base ereditaria. Inoltre, l’evento morte non comporta neanche lo scioglimento della società, né comporta la liquidazione della stessa. Se la società è composta da due soci, la disciplina non varia. Anche in tali casi si deve applicare la normativa citata, dovendo il socio superstite procedere anzitutto alla liquidazione della quota spettante agli eredi del socio. Si procede allo scioglimento della società solo se, trascorsi sei mesi, la pluralità dei soci non venga ricostituita.

Le società di persone: caratteristiche

La società di persone è quella tipologie di società ove l’elemento prevalente è dato dalla persona dei soci. Dunque, il tratto caratteristico di questa tipologia di società è proprio la stretta relazione dei soci tra di loro. Questa relazione, invero, è tale proprio a causa della circostanza che, nella maggior parte dei casi, i soci si fanno carico di responsabilità illimitata con il proprio patrimonio personale. Ed è, invero, questa è la principale differenza rispetto alle società di capitali.

Le società di persone sono connotate per la capacità giuridica. Tali imprese sono, dunque, in grado di avere proprietà e che possono essere chiamate a comparire davanti a un giudice. Tuttavia, diversamente dalle società di capitali, non posseggono personalità giuridica. Per intenderci, tale affermazione ha come principale conseguenza che la singola società di persone, da un punto di vista legale, non esiste come entità separata dai suoi soci.

Come la denominazione stessa precisa, al centro di tale società vi sono infatti le persone e per questo motivo le società non sono mai totalmente separate le une dalle altre. Questo significa che se l’attività va male, il socio che ha una casa intestata rischia di perderla. Ovviamente non si tratta solo della casa, ma anche del conto corrente, della pensione, ecc. E se il socio è in comunione dei beni con il coniuge, i creditori potranno pignorare anche il 50% dei beni di quest’ultimo.

La principale forma di società di persona è la società semplice, la quale, invero, costituisce il modello base di riferimento per le varie forme sociali.

Le società di persone si suddividono in:

  • società semplice;
  • società in nome collettivo;
  • e società in accomandita semplice.

La morte del socio delle società di persone

La morte del socio nelle società di persone è disciplinata dall’art. 2284 cc.. A differenza di quanto accade in alcune tipologie di società, in questo caso la norma dispone che la quota sociale è trasferita su base ereditaria.

Inoltre, l’evento morte non comporta neanche lo scioglimento della società, né comporta la liquidazione della stessa. Se la società è composta da due soci, la disciplina non varia. Anche in tali casi si deve applicare la normativa citata, dovendo il socio superstite procedere anzitutto alla liquidazione della quota spettante agli eredi del socio.

Si procede allo scioglimento della società solo se, trascorsi sei mesi, la pluralità dei soci non venga ricostituita.

Adempimenti in caso di morte: la giurisprudenza della Corte di Cassazione

Alla morte del socio della società di persone devono quindi esser posti in essere alcuni adempimenti. La giurisprudenza è intervenuta più volte sul punto.

La Corte di Cassazione è intervenuta in tema di morte del socio nelle società di persone, quando i soci sono solo due. Infatti, ha affermato la Corte che in tale evenienza non necessariamente si ha come conseguenza una modifica o trasformazione della società, laddove non ricostruita in sei mesi. Inoltre, può essere domandata anche la liquidazione della quota agli eredi. Questa domanda dovrà essere presentata in rappresentanza della società.

Secondo l’orientamento prevalente, la morte del socio determina l’immediata risoluzione ex lege del vincolo particolare che lo lega alla società e la nascita in capo agli eredi del solo diritto di credito alla quota di liquidazione.

Mentre un orientamento alternativo ha invece precisato che l’acquisizione di tale diritto di credito é sottoposto alla condizione risolutiva potestativa che i soci superstiti non decidano di sciogliere la società o continuarla con gli eredi.

Un autore ha invece sostenuto che la morte del socio determina uno stato di quiescenza del rapporto sociale in attesa che le altre alternative previste dall’articolo in commento diventino operative.

Morte presunta e scomparsa

Anche in caso di morte presunta dovrebbe applicarsi l’art. 2284.

In caso di scomparsa o di assenza, trattandosi di società personale e di impossibilità del socio di adempiere ai propri obblighi, si avrà una causa di esclusione ex art. 2286, a meno di dover provvedere allo scioglimento della società, in conseguenza della rilevanza del socio scomparso o assente.

Diritto alla liquidazione della quota degli eredi

I soci superstiti, dunque, possono decidere di liquidare all’erede o agli eredi una somma corrispondente al valore delle quote societarie del defunto al momento della morte.

Anche in questo caso, gli eredi parteciperanno sia di eventuali utili sia di eventuali perdite legate alle operazioni societarie in quel momento. Tale operazione sarà ratificata da uno specifico atto notarile, che andrà a delineare il nuovo assetto societario.

Il diritto alla liquidazione della quota sociale rappresenta un credito ereditario che l’erede acquista al momento dell’accettazione dell’eredità del socio defunto, per cui le vicende relative a tale credito andranno regolate in base alle norme proprie sulla successione mortis causa.

L’erede del socio che accetta con beneficio d’inventario può far sì che l’inventario rifletta gli elementi, reali o documentali, idonei e necessari a stabilire, con la maggiore precisione possibile, quale fosse la situazione patrimoniale della società al momento del decesso del socio.

Il diritto degli eredi alla liquidazione della quota é soggetto alla prescrizione ordinaria decennale ex art. 2946.

Regime convenzionale della morte del socio

I soci possono, in via pattizia, regolare la disciplina della morte del socio mediante le clausole di continuazione. Questi, invero, non costituiscono patti successori perché non hanno natura di atto mortis causa. Invece, sono convenzioni con effetti immediati, anche se sospensivamente condizionate alla premorienza del socio.

Queste in genere sono contenuti in appositi patti sociali. Questi ultimi sono documenti con i quali si regola appunto la vita della società anche in frangenti difficili o inaspettati. Il decesso di uno dei soci è proprio uno dei campi in cui viene messa alla prova la bontà dello statuto.

Quindi tramite suddetti strumenti è possibile prevedere un regime convenzionale per il caso di morte di uno dei soci.

Esigenze fondamentali sono:

  • i soci superstiti non debbono trovarsi soci di persone non scelte;
  • gli eredi non debbono essere esposti ad una responsabilità illimitata senza una autonoma manifestazione di volontà .

Clausole facoltative

Tale clausole vincolano i soci superstiti imponendogli di continuare la società con gli eredi del socio defunto, i quali conservano la facoltà di aderire o no al contratto sociale e chiedere quindi la liquidazione della quota. La clausola attribuisce ai soci un diritto potestativo di entrare in società.

Tuttavia, anche queste clausole sono soggette a limitazioni. Ad esempio, nelle società in accomandita semplice, essa è invalida ove preveda l’automatica trasmissibilità all’erede del socio accomandatario anche delle competenze amministrative.

Perché gli eredi assumano la qualità di soci non é sufficiente che abbiano accettato l’eredità ma é necessaria una positiva manifestazione di volontà di subentrare nella società.

La dottrina ha poi elaborato due tesi circa la qualificazione giuridica delle clausole in questione.
Secondo un primo orientamento, tale clausola darebbe luogo ad una proposta irrevocabile che gli eredi avrebbero facoltà di accettare per cui il fenomeno si dovrebbe ricondurre all’ipotesi di opzione ex art. 1331. Mentre per un secondo orientamento, tale clausola ha natura di contratto a favore di terzo.

Clausole obbligatorie e continuazione automatica

E’ possibile che tali clausole prevedano l’obbligo in capo agli eredi, e non solo ai soci, l’obbligo di continuare la società.

La giurisprudenza si ritiene che siano valide, così come le clausole di continuazione automatica. La dottrina invece é divisa.

Secondo un indirizzo tali clausole sono valide, giacché si tratta di un obbligo che fa parte del patrimonio ereditario e che necessariamente fa carico a chi subentra in universum jus.

Altro indirizzo ha invece escluso che tale obbligo sia suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932, per cui se gli eredi non aderiscono i soci superstiti avranno diritto solo al risarcimento dei danni.

Secondo dottrina prevalente la clausola può essere considerata come promessa del fatto del terzo(1381): se l’erede, quale terzo del quale il socio defunto aveva promesso l’adesione alla società, non vi aderisce, sarà tenuto al risarcimento del danno quale erede del promittente.

Mentre le clausole di continuazione automatica differiscono da quelle di continuazione obbligatoria. In tal caso, l’accettazione dell’eredità comporta l’assunzione automatica della qualità di socio, senza alcuna necessità di un’esplicita adesione al contratto sociale .

La giurisprudenza ha affermato la piena validità sia della clausola di continuazione obbligatoria sia della clausola di continuazione automatica poiché l’erede può sempre rifiutare l’ingresso nella società rifiutando l’eredità, nella quale sono comprese le quote sociali che costituiscono un bene patrimoniale del socio defunto.

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