Assunzione dipendenti in Italia per azienda estera
Assunzione dipendenti in Italia per azienda estera

La globalizzazione dei mercati connessa alla recente situazione epidemiologica ha favorito l’internazionalizzazione delle imprese ed anche un maggior utilizzo delle tecnologie dell’informazione. Tutto questo ha, di fatto, determinato un forte incremento della mobilità internazionale dei lavoratori, anche attraverso il ricorso allo “smart working“. Questa situazione finisce, inevitabilmente, anche per influenzare le scelte di localizzazione delle attività imprenditoriali di imprese estere.

Quello che voglio dire è che moltissime imprese multinazionali che non hanno sede in Italia si stanno trovando nella situazione ove sempre più lavoratori richiedono la possibilità di operare in smart working in Paesi diversi rispetto a quelli ove sono stati assunti. Caso classico è quello di un lavoratore italiano, che dopo anni all’estero decide di sfruttare l’opportunità di proseguire l’attività lavorativa in Italia. Allo stesso modo il lavoratore che viene assunto dalla sede estera dell’azienda ma ottiene la possibilità di operare prevalentemente dall’Italia in smart working. In entrambi i casi la fattispecie è quella di un’azienda estera che non dispone di unità locale in Italia (che può assumere direttamente il lavoratore). Ebbene, in questo caso occorre chiedersi se questa situazione sia praticabile o se ci siano delle problematiche fiscali da valutare.

In particolare, i profili che andremo ad analizzare riguardano:

  • La posizione del lavoratore dipendente, assunto dall’estero, che trasferisce la propria residenza fiscale in Italia. In particolare gli aspetti connessi alle agevolazioni per il rientro in Italia dei lavoratori. In particolare, la c.d. “agevolazione impatriati” di cui all’art. 16 del D.Lgs. n. 147/15 e ss.mm;
  • La posizione dell’azienda non residente in Italia che si trova nella situazione di valutare le scelte a sua disposizione per regolamentare la situazione del lavoratore dipendente. Si tratta, infatti, di individuare la migliore modalità per permettere l’assunzione con contratto di lavoro italiano del lavoratore che presterà prevalentemente attività lavorativa (per conto dell’azienda) in Italia.

Si tratta di profili di estremo interesse anche in relazione ai recenti chiarimenti emersi dall’Agenzia delle Entrate.

Il mantenimento del contratto di lavoro estero per il lavoratore impatriato in Italia

Nella fattispecie sopra evidenziata di un lavoratore che decide di trasferire la propria residenza fiscale in Italia restando in continuità di contratto di lavoro dipendente estero occorre effettuare alcune precisazioni. In ordine alla possibilità di usufruire delle agevolazioni per il rientro dei lavoratori in Italia di cui all’art. 16 del D.Lgs. n. 147/15 e ss.mm, occorre analizzare i chiarimenti forniti dalla Circolare n. 33/E/2020 (§ 7,5) dell’Agenzia delle Entrate.

In particolare, l’Agenzia ha chiarito quanto segue: “in presenza di tutti i requisiti previsti dalla norma agevolativa in commento, possono accedere all’agevolazione i soggetti che vengono a svolgere in Italia attività di lavoro alle dipendenze di un datore di
lavoro con sede all’estero, o i cui committenti (in caso di lavoro autonomo o di impresa) siano stranieri (non residenti). Nell’ipotesi in cui gli impatriati, precedentemente assunti presso sedi secondarie ubicate in diversi Paesi in cui opera il datore di lavoro estero non residente, vengano a svolgere la loro attività lavorativa presso la sede secondaria italiana del medesimo datore di lavoro, possono accedere al regime fiscale in commento, non essendoci preclusioni in tal senso nella norma
“.

Questo significa che, teoricamente, l’agevolazione impatriati è applicabile per il lavoratore che intende trasferirsi in Italia per lavorare per conto della sede italiana del datore di lavoro estero non residente. Allo stesso modo, l’Agenzia delle Entrate, ammette la possibilità di ottenere l’agevolazioni in situazioni ove il lavoratore prosegue, in continuità di contratto, a lavorare per il datore di lavoro non residente (anche se sul punto mancano chiarimenti sul rispetto del “requisito del collegamento“, su questa fattispecie). Su questo punto tuttavia, l’Agenzia delle Entrate prosegue in questo modo: “Il lavoratore impatriato, peraltro, potrebbe configurare una stabile organizzazione nel territorio dello Stato del datore di lavoro non residente, ai sensi di una Convenzione contro le doppie imposizioni conclusa dall’Italia, ove esistente, o ai sensi dell’articolo 162 del TUIR“.

Questo significa che occorre prestare attenzione alle fattispecie in cui il lavoratore può rappresentare una fattispecie di stabile organizzazione in Italia del datore di lavoro non residente. Fattispecie questa che, ove verificata, porterebbe il datore di lavoro non residente a dover determinare la propria imponibilità fiscale anche in Italia (ai fini delle imposte sui redditi), oltre all’applicazione di sanzioni. L’Agenzia delle Entrate non ha approfondito come effettuerà questi controlli e quali fattispecie, in dettaglio, andrà ad attenzionare. Per questo motivo, al fine di evitarsi possibili accertamenti in questo senso è importante analizzare le opzioni a disposizione del datore di lavoro non residente (senza sede operativa in Italia) per ottenere la struttura tale da permettere un contratto di lavoro in Italia al lavoratore.

Le scelte a disposizione della società non residente per l’assunzione di personale dipendente in Italia

La necessità di fornire un contratto di lavoro italiano al lavoratore che opera in Italia in smart working, come abbiamo visto, è una necessità per l’impresa estera (priva di entità giuridiche in Italia). Sostanzialmente, le scelte a disposizione dell’impresa non residente sono:

  • La costituzione di un ufficio di rappresentanza in Italia;
  • La costituzione di una stabile organizzazione in Italia.

Andiamo, quindi, ad analizzare con maggiore dettaglio queste possibilità a disposizione dell’impresa non residente per operare sul mercato italiano per offrire un contratto di lavoro dipendente.

Apertura di un ufficio di rappresentanza

La società estera che intenda operare sul territorio italiano, senza doversi costituire in una delle forme societarie previste dalla legislazione, ha a disposizione la possibilità di operare con un ufficio di rappresentanza. In pratica, l’ufficio di rappresentanza è la forma più semplice da implementare ed è utilizzata nel caso in cui la società estera intenda promuovere prodotti, l’attività o i servizi della società estera direttamente in loco, con bassi costi di costituzione e gestione e senza acquisire una soggettività tributaria in Italia. Sostanzialmente, l’ufficio di rappresentanza viene utilizzato dall’impresa non residente al fine di stabilire un primo contatto con il territorio italiano, per poi arrivare ad un successivo stabilimento mediante stabile organizzazione o società.

Per arrivare a definire un ufficio di rappresentanza occorre rifarsi a quanto previsto dal modello OCSE (di convenzione contro le doppie imposizioni). Questo documento definisce ufficio di rappresentanza una sede fissa che svolge funzioni meramente promozionali e pubblicitarie, di raccolta di informazioni, di ricerca scientifica o di mercato. L’ufficio di rappresentanza deve svolgere un’attività ausiliaria o preparatoria alla penetrazione dell’impresa sul mercato di riferimento. Tale struttura non permette di effettuare attività di produzione o di vendita che potrebbero qualificarlo quale stabile organizzazione. Si tratta, in buona sostanza, di un mero centro di costo dell’impresa non residente. L’ufficio non può svolgere alcuna attività di vendita e non soggiace agli obblighi civilistici previsti per le sedi secondarie. Non producendo alcun reddito l’ufficio di rappresentanza non subisce alcun carico fiscale. Tuttavia, è necessaria la tenuta della contabilità ordinaria per la rendicontazione dei costi e delle spese (es. costi del personale, degli strumenti di lavoro, etc), coperti dalla società non residente.

Tabella: caratteristiche ufficio di rappresentanza

CARATTERISTICADESCRIZIONE
SOGGETTIVITA’ AI FINI DELLE IMPOSTE SUI REDDITINO
NECESSITA DI CODICE FISCALESI
ISCRIZIONE AL REA SI
TENUTA LIBRI SOCIALINO
TENUTA DELLA CONTABILITA’ ORDINARIASI
POSSIBILITA’ DI ASSUMERE PERSONALESI

L’assunzione del lavoratore

Una società non residente ha la possibilità di assumere un dipendente in Italia anche senza operare attraverso un ufficio di rappresentanza. In tal caso la società estera può nominare un soggetto residente in Italia (es. il lavoratore dipendente stesso, un professionista o una società) al fine di adempiere agli obblighi previdenziali ed assicurativi derivanti dallo svolgimento dell’attività lavorativa del personale da assumere.

L’impresa non residente deve poi conferire un mandato al soggetto italiano nominato affinché possa assolvere agli adempimenti in suo nome e per suo conto presso gli enti previdenziali ed assicurativi (INPS e INAIL). Non ci sono, in questo caso, obblighi di natura fiscale per l’ufficio di rappresentanza (in quanto l’ufficio di rappresentanza non può essere considerato “sostituto di imposta” ex art. 23 del DPR n. 600/73). Sul punto vedasi la Risoluzione Ministeriale n. 649/1980 e la Circolare Ministeriale n. 326/1997.

Tornando all’ipotesi in cui il lavoratore autocertifichi al datore di lavoro (tramite l’ufficio di rappresentanza) la presenza dei requisiti richiesti per l’agevolazione impatriati, in questo caso l’agevolazione può essere fruita in dichiarazione dei redditi (non in busta paga). Tuttavia, su questa casistica sarebbero auspicabili maggiori chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Ufficio di rappresentanza: le problematiche

Con l’assunzione di personale da parte dell’ufficio di rappresentanza, è necessario seguire le procedure e comunicazioni ordinarie verso gli enti preposti, anche in relazione agli obblighi fiscali e previdenziali connessi al rapporto di lavoro subordinato. In questo contesto assumono rilevanza i ruoli e le funzioni svolte dal personale in caso di verifica da parte dell’Amministrazione finanziaria atta a far emergere l’esercizio celato in Italia di un’attività commerciale (al posto dell’ufficio di rappresentanza). Sul punto, è molto interessante quanto indicato dalla Circolare n. 1/2008 della Guardia di Finanza (paragrafo 4.b. del volume 3), in relazione alle indicazioni operative nell’ipotesi di accertamento di una “stabile organizzazione occulta“. Gli Uffici devono approfondire “l’operativa delle unità locali di imprese estere che formalmente assumono la forma di meri uffici di rappresentanza, vale a dire di quelle entità con funzioni esclusivamente promozionali e pubblicitarie di raccolta di informazioni e ricerche di mercato“. Ebbene l’obiettivo degli Uffici accertatori è quello di verificare che dietro ad un ufficio di rappresentanza non vi sia in realtà una stabile organizzazione occulta dell’impresa estera. Questo tipo di accertamento, solitamente, avviene con un accesso presso l’ufficio di rappresentanza per raccogliere informazioni sull’attività concretamente esercitata.

Apertura di una stabile organizzazione

La stabile organizzazione è il presupposto per l’imposizione di un’attività economica svolta da una società in un Paese diverso da quello della propria residenza fiscale. Per quanto riguarda la normativa italiana è l’art. n. 162 del TUIR ad offrire la definizione di stabile organizzazione, come: “una sede fissa di affari per mezzo della quale l’impresa non residente esercita in tutto o in parte la sua attività nel territorio“.

In primo luogo, la stabile organizzazione implica la presenza di una “sede di affari” in presenza di locali, immobili o macchinari, impianti ed attrezzature varie per lo svolgimento dell’attività di impresa. Tuttavia, occorre considerare che all’interno delle varie ipotesi di stabile organizzazione in Italia si deve prestare particolare attenzione a quanto previsto dalla lettera f-bis) del co.2 dell’art. 162 del TUIR. Questa ricomprende nella definizione di stabile organizzazione tutti i casi in cui vi sia “una significativa e continuativa presenza economica nel territorio dello Stato costituita in modo da non far risultare una consistenza fisica nel territorio stesso“. Disposizione, questa, volta a ricomprendere nella definizione di stabile organizzazione anche le attività online o immateriali.

Tabella: caratteristiche della stabile organizzazione

CARATTERISTICADESCRIZIONE
SOGGETTIVITA’ AI FINI DELLE IMPOSTE SUI REDDITISI
NECESSITA DI CODICE FISCALE E PARTITA IVASI
ISCRIZIONE AL REA SI
TENUTA LIBRI SOCIALINO
TENUTA DELLA CONTABILITA’ ORDINARIASI
POSSIBILITA’ DI ASSUMERE PERSONALESI

La stabile organizzazione, quindi, è una struttura più complessa rispetto ad un ufficio di rappresentanza. In questo caso, infatti, la società estera produce un’attività commerciale in Italia, e per questo la stabile organizzazione consente una soggettività fiscale ai fini delle imposte sui redditi. La stabile organizzazione rappresenta, quindi, un’alternativa rispetto alla costituzione in Italia di una subsidiary da parte della casa madre non residente. Rispetto all’opzione subsidiary la stabile organizzazione consente di non essere assoggettati al deposito del bilancio ed alla tenuta dei libri sociali. Tuttavia, si deve considerare che la stabile organizzazione dichiara i propri redditi sia nello Stato ove viene costituita (Italia), sia nello Stato estero di residenza della società (con applicazione del credito per imposte estere).

L’assunzione del lavoratore

Il lavoratore dipendente può essere assunto dalla stabile organizzazione. Sul punto valgono le stesse considerazioni effettuate per l’assunzione con ufficio di rappresentanza. Tuttavia, la stabile organizzazione in Italia rientra tra i sostituti di imposta, ex art. 23, co. 1 del DPR n. 600/73. Questo significa che il lavoratore, in questo caso, sarà assoggettato non solo a ritenute previdenziali ed assistenziali, ma anche alle ritenute fiscali. Tornando all’ipotesi in cui il lavoratore autocertifichi al datore di lavoro (stabile organizzazione) la presenza dei requisiti richiesti per l’agevolazione impatriati, in questo caso l’agevolazione può essere fruita direttamente in busta paga.

Assunzione di dipendenti in Italia per azienda estera: conclusioni

In questo articolo ho cercato di riassumere quali sono le principali variabili a disposizione di un’azienda non residente (priva di unità locale) che intende assumere un lavoratore in Italia. Ho affiancato a questa ipotesi il caso del lavoratore che intende operare ed essere assunto in Italia per sfruttare l’agevolazione dei lavoratori impatriati. In questo caso la scelta relativa alla costituzione di un più flessibile ufficio di rappresentanza, rispetto ad una più complessa stabile organizzazione dipende, essenzialmente, dall’esercizio (o meno) di un’attività commerciale in Italia. E’ attorno a questa variabile che devono ruotare le scelte aziendali. Il consiglio che posso dare è di non utilizzare l’ufficio di rappresentanza per svolgere funzioni che non rientrano in questa casistica. In questo contesto l’Amministrazione finanziaria effettua specifici controlli per verificare la regolare attività degli uffici di rappresentanza.

Per questo motivo è auspicabile effettuare questo tipo di valutazioni assieme ad un professionista (dottore Commercialista esperto) che possa aiutarvi nell’individuare la soluzione migliore in relazione alle caratteristiche dell’azienda. Se hai bisogno di approfondire la tua situazione e ricevere una consulenza fiscale personalizzata contattami al link sottostante. Potrai ricevere il preventivo per una consulenza in grado di risolvere i tuoi dubbi.

2 COMMENTI

  1. Gentile Dott. Migliorini, mi trovo esattamente nella situazione che ha configurato nel suo articolo, con qualche vincolo aggiuntivo.
    In particolare, la mia azienda sarebbe felice di conservare il mio contratto attuale in un paese EU, e dialogare con il fisco di tale paese affinche’ mi venga corrisposto il salario esentasse – in quanto si presume che le tasse vengano poi pagate da me in Italia.
    Dunque, la mia azienda non ne vuole sapere di trasformarmi in consulente esterno, ma vorrebbe conservare il mio contratto da dipendente e corrispondermi il salario lordo.

    In aggiunta alle soluzioni che suggeriva lei, ci sarebbe forse una terza ipotesi che potrebbe valer la pena considerare: quella per cui il lavoratore, pur avendo lo status da dipendente nello stato estero, decide comunque di aprire partita IVA in Italia e conseguentemente emettere fattura all’organizzazione estera. Tale fattura non verrebbe trasmessa, ma servirebbe solo come pretesto per il lavoratore di pagare le tasse in Italia sul reddito percepito – che guarda caso coincide esattamente al salario stabilito sul contratto registrato in qualche Stato lontano.

    Che ne pensa?

Lascia una Risposta

Scrivi il tuo commento
Inserisci il tuo nome