venture capital

lIl venture capital o capitale di ventura è un tipo di investimento ad alto rischio molto simile al private equity ma con alcune fondamentali differenze.

Quando si parla di venture capital bisogna parlare automaticamente di start up. Questo perché è il tipo di investimento a cui ricorrono le società che sono agli inizi della loro storia.

Purtroppo non essendo ancora quotate in Borsa hanno bisogno di accedere al capitale ma in modo alternativo, ciò è possibile grazie al venture capital. Si tratta di una fonte di finanziamento in equity che però porta con sé diversi rischi per ll’investitore dato che si è legati a start up nuovissime la cui riuscita e capacità sono tutte da provare.

Ma da dove nasce il venture capital? Di cosa si tratta nello specifico? Nel corso di questo articolo risponderemo in modo esaustivo a tutte le domande del caso.


Venture capital: cenni storici

pesso si commette l’errore di pensare che il venture capital sia una forma di investimento nata negli ultimi decenni ma in realtà la storia ci racconta qualcosa di diverso.

La prima forma di venture capital la ritroviamo all’inizio del Novecento, con un francese emigrato negli USA, Geroges Doriot. Lui fondò la prima banca di questo genere, la American Research and Development Corporation ARDC che attingeva fondi non solo da persone benestanti ma anche dalla gente comune.

Nel 1938 troviamo coinvolto in questo settore un nome a noi più familiare, Laurance S. Rockefeller, che grazie ai suoi investimente nel venture capital riuscì a finanziare e creare la Eastern Airlines e la Douglas Aircraft. Nello stesso anno effettua questo tipo di investimenti un’altro grande nome del private equity, Eric Warburg che è colui che ha dato vita alla Warburg Pincus che oggi possiede ben 35 miliardi di dollari in beni e fondi.

Il capitale di ventura ha rappresentato la fortuna anche per famiglie europee come la svedese Wallemberg che nella prima metà del XX secolo è stata tra i primi ad investire in aziende quali, Ericsson, Atlas Copco e ABB. Negli anni ’80 c’è però stato un crollo generale determinato dall’emergere di tanti e nuovi fondi di capital venture che hanno creato una concorrenza molto alta. Un’altro duro colpo è arrivato agli inizi del 2000 a causa della bolla delle dot-com, accompagnato da svariati fallimenti finanziari.

Fortunatamente però negli ultimi anni questo genere di finanziamento è tornato in piena attività superando la crisi del 2008 e attestandosi tra i tipi di investimento con maggior ritorno economico disponibile attualmente sul mercato. Ma come si suol dire non è tutto oro quello che luccica, andiamo quindi ad analizzare i vantaggi e i rischi che si nascondono dietro questo tipo di capitalizzazione.

enture capital: cos’è di preciso?

Come abbiamo visto nell’introduzione all’articolo, il venture capital è un investimento ad alto rischio che però al contempo può garantire ritorni altrettanto elevati.

L’investitore decide di concedere il proprio denaro a società definite ‘high grow companies’, ossia società che possono realizzare ingenti sviluppi, nel momento in cui la start up sta muovendo i suoi primi passi nel mondo finanziario. Queste imprese ovviamente presentano un’alta percentuale di fallimento e si conta che almeno 3 su 4 non arrivino al primo anno di vita.

Per contro, gli introiti che si ricevono quando una delle imprese su cui si ha deciso di investire ha successo, ripagano anche le perdite scaturite dal fallimento delle altre società. Il venture capital è la linfa vitale di queste piccole aziende che gli permette di crescere e arrivare fino alla quotazione in Borsa.

Venture capital: da dove arriva il capitale e come viene utilizzato?

Le start up contano sul venture capital non tanto per i soldi ma quanto per gli investitori. Si perché a differenza dei business angel che attingono dalle proprie risorse finanziarie, un venture capitalist deve garantire a sua volta del capitale ma non personale, piuttosto derivante da fondi istituzionali, banche, enti pubblici o compagnie assicurative.

Dopo aver completato questa prima fase di raccolta, la società appena nata comincia a muoversi in base al proprio business plan. A seconda del focus d’investimento, comincerà a lavorare e ad estendersi verso altri settori o verso fasi di vita precise con la garanzia che al momento opportuno potrà contare su investitori che hanno garantito capitale.

Il venture capitalist con il proprio contributo acquista una quota della start up e in molti casi collabora con essa a livello operativo, manageriale e tecnico. In altri casi invece semplicemente attende che l’azienda cresca per poi riscattare l’exit maturato. Coloro che valutano di investire in termini di venture capital di norma si assicurano di puntare su un team solido e competenti e su prodotti che abbiano già un vantaggio competitivo.

Quali sono i rischi?

Normalmente chi decide di puntare sul venture capital, diventa in un certo qual modo parte dell’azienda stessa e quindi può prendere parte alle decisioni aziendali. Fatto sta che però questo non ne determina il successo. Siccome si tratta di una start up alle prime armi, l’investitore avrà a che fare con una società che non è detto sia all’altezza di gestire il denaro affidato nè tanto meno sia in grado di sfruttare le sue opportunità di crescita, che considerando la concorrenza odierna talvolta sono veramente poche.

Ciò significa che se le previsioni fatte sono state analizzate con leggerezza, ci si può ritrovare ad effettuare un investimento sbagliato con una conseguente perdita, nel peggiore dei casi molto consistente.

Chi c’è dietro alle Venture capital?

Gli investitori che ci sono dietro il venture capital sono molti e diversi. I primi sono i venture capital firms che come abbiamo visto nel paragrafo precedente garantiscono accesso al capitale.

Poi ci sono gli angel investors che sono individui abbienti i cui fondi provengono da altre fonti o da investimenti in venture capital che si sono mostrati redditizi.

La NVCA, ossia l’Associazione nazionale Venture Capital, conta centinaia di società che sono disposte ad offrire le proprie finanze a start up con idee innovative e strategie interessanti.

I Limited Partners sono investitori di tipo istituzionale a cui si affiancano family office e holding che sono coloro che in pratica ci mettono i soldi.

Ed infine i General Partners che sono persone fisiche a cui è affidata le gestione del fondo. Per ricevere l’autorizzazione ufficiale ad operare, in Italia c’è bisogno della forma giuridica della società di gestione del risparmio. Solo dopo aver ricevuto tale concessione e con l’apporto e collaborazione di tutti i soggetti prima citati, il fondo di venture capital può iniziare ad operare.

Processo ed esito

Quando una start up avvia il processo di inizializzazione ha inevitabilmente bisogno di accedere a fondi e capitali, come può riuscirci? Ha bisogno di attirare l’attenzione di quelle società che fanno parte della NVCA o di angel investors abbienti.

Ci sono alcuni passi da fare che possono garantire o meno la buona riuscita dell’intero processo.

  • Creare un business plan: prima di presentare il proprio progetto o idea a chi di dovere, è importantissimo elaborare un business plan preciso che metta in evidenza progetto e strategie da attuare e soprattutto effettiva sostenibilità.
  • Avviare indagini approfondite: nel caso cui il business plan abbia suscitato l’interesse di qualcuno, si avvieranno delle indagini approfondite. Qual’è il modello di business che si vuole attuare? Quale prodotto si vuole realizzare? Chi si occuperà del management? C’è una storia operativa a cui fare riferimento?
  • Assegnazione dei ruoli: se anche la fase di indagine viene superata, l’investiore deciderà se investire o meno e soprattutto quanto offrire. In cambio la start up cede una quota della società e un ruolo all’interno dell’azienda visto che non potrà offrire altro dato che la quotazione in Borsa non è stata ancora effettuata.

A questo punto il venture capital può concludersi solo in due modi, un successo o un fallimento.

Nel caso in cui la start up cresca e diventi un’azienda consolidata a tutti gli effetti, gli investitori usciranno e raccoglieranno gli sviluppi previsti. Nel caso in cui invece le cose dovessero mettersi male, il venture capitalist deve disinvestire il proprio capitale e cercare di perdere il meno possibile.

A tal proposito potrà recuperare qualcosa solo facendo quotare la società in Borsa, vendendo i suoi titoli, facendo riacquistare la propria quota da parte di un membro del gruppo iniziale oppure vendendo la propria parte a vecchi e nuovi soci. Dato che però avviare questo processo di disinvestimento non è così semplice e veloce come si possa immaginare, nella maggior parte dei casi quando la start up fallisce anche i fondi ad essa collegati vanno persi.

Quali sono le differenze con il private equity?

Nel monento in cui si parla di venture capital o private equity, si fa sempre riferimento ad un tipo di investimento ad alto rischio verso aziende che ancora non sono state quotate in Borsa ma che proclamano un alto potenziale di crescita.

Quindi, dove sta la differenza?

Per rispondere a questa domanda bisogna fare riferimento a quanto espresso dall’AIFI, ossia l’Associazione italiana venture capital e private equity.

In base all’AIFI, il concetto che differenzia questi due investimenti si è evoluto e diversificato tra USA e Europa. Attualmente però va preso in considerazione il concetto standard statunitense che considera il venture capital un fratello del private equity che a differenza di quest’ultimo si occupa di tutti quegli investimenti che appartengono ai primi stadi di vita delle start up.

Quando il finanziamento è relativo al seed financing o allo start up financing e ha come obiettivo aiutare una nuova impresa con alto potenziale di crescita, allora si parla di venture capital. Lo stesso vale anche per quel tipo di investimenti che viene effettuato per aiutare l’azienda in una fase di expansion financing, o meglio tutti quegli interventi che sono effettuati da realtà già esistenti ma che hanno bisogno di ulteriori fondi per accelerare la propria crescita e arrivare a far quotare i propri titoli su un mercato regolamentato.

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