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Regime forfettario nel mirino dell’UE: cosa rischia davvero la flat tax al 15%

Dott. Federico Migliorini
Commercialista | Fiscalità Internazionale
7 min di lettura

Nel Country Report 2026, la Commissione europea ha formalmente chiesto all’Italia di rivedere le agevolazioni per i lavoratori autonomi, forfettario incluso. Non è la prima volta, ma stavolta il contesto politico è diverso.


Se gestisci una partita IVA in regime forfettario, probabilmente hai già letto la notizia: l’Unione europea ha chiesto all’Italia di riformare la flat tax al 15%. La reazione istintiva è di minimizzare, lo stesso appello era già arrivato nel 2024 e nel 2025, senza conseguenze. Ma nel 2026 qualcosa è cambiato nel contesto in cui quella raccomandazione cade. Questo articolo analizza cosa chiede esattamente Bruxelles, perché stavolta il rischio è più concreto del solito e cosa significa per chi applica oggi il regime forfettario.

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Cosa chiede esattamente l’UE all’Italia

Le raccomandazioni europee non sono leggi. Non obbligano il governo italiano ad agire e non producono effetti diretti sul sistema fiscale nazionale. Detto questo, ignorarle completamente sarebbe un errore di valutazione, perché il meccanismo attraverso cui queste raccomandazioni diventano pressione reale è più sottile di quanto sembri, e nel 2026 quel meccanismo è più teso del solito.

Il Country Report 2026 e le sei raccomandazioni

Ogni anno, nell’ambito del Semestre europeo, la Commissione europea pubblica per ciascuno Stato membro un documento di analisi economica e fiscale, il Country Report, accompagnato da un pacchetto di raccomandazioni specifiche. Il documento italiano del 3 giugno 2026 contiene sei raccomandazioni. La prima riguarda esplicitamente il sistema fiscale: Bruxelles chiede all’Italia di rendere il regime tributario più favorevole alla crescita, intervenendo su tre fronti distinti, riduzione del cuneo fiscale, contrasto all’evasione e revisione delle agevolazioni considerate distorsive per il mercato del lavoro. Il regime forfettario rientra in questa terza categoria.

La Commissione non chiede l’abolizione della flat tax. Chiede una revisione che riduca le distorsioni che il regime introduce nel mercato del lavoro italiano, in particolare la differenza di trattamento fiscale tra lavoratori dipendenti e autonomi con redditi comparabili.

Perché il forfettario è nel mirino: il tax gap al 59,8%

L’argomento tecnico su cui Bruxelles fonda la raccomandazione è il tax gap dei lavoratori autonomi italiani, stimato al 59,8% nel documento europeo “Mind the Gap” pubblicato a dicembre 2025. Significa che quasi sei euro su dieci di imposte teoricamente dovute dai lavoratori autonomi non vengono versate. Si tratta del dato più alto tra i Paesi dell’Eurozona e rappresenta, nella logica della Commissione, una disfunzione strutturale che il regime forfettario contribuisce ad alimentare, sia per la ridotta tracciabilità delle operazioni, sia per l’assenza di obbligo di contabilità analitica.

Il punto che la Commissione non esplicita, ma che emerge dalla lettura del documento, è che il forfettario crea un incentivo a restare sotto la soglia degli 85.000 euro di ricavi, con effetti distorsivi sulla crescita delle imprese individuali e sulla progressività complessiva del sistema fiscale italiano. Questo è l’argomento che tecnicamente più preoccupa, perché non riguarda solo l’evasione ma la struttura stessa del regime.

Perché stavolta il rischio è più concreto

Il fatto che la Commissione europea abbia già formulato questa raccomandazione nel 2024 e nel 2025 senza che nulla cambiasse ha prodotto un effetto paradossale: ha convinto molti titolari di partita IVA che si tratti di un appuntamento rituale, privo di conseguenze reali. Questa lettura era probabilmente corretta fino a dodici mesi fa. Nel 2026 il contesto politico e finanziario in cui quella raccomandazione cade è strutturalmente diverso.

Il contesto politico: procedura per deficit e manovra 2027

L’Italia è ancora formalmente in procedura per deficit eccessivo. La Commissione europea ha confermato nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026 che il disavanzo pubblico italiano è sceso dal 3,4% del PIL nel 2024 al 3,1% nel 2025, con previsioni al 2,9% sia per il 2026 che per il 2027. Il margine per correggere il deficit è quindi stretto e il percorso di rientro dipende in parte dalla capacità del governo di reperire gettito aggiuntivo o ridurre agevolazioni esistenti.

La manovra di bilancio 2027, il cui impianto viene definito tra luglio e ottobre 2026, deve finanziare il rinnovo di diverse misure in scadenza, tra cui il taglio del cuneo fiscale strutturato dalla Legge di Bilancio 2025 e confermato nel 2026. In questo quadro, le agevolazioni fiscali considerate distorsive dall’UE diventano per la prima volta una voce concretamente negoziabile, non per scelta ideologica del governo, ma per necessità aritmetica di bilancio.

Il regime forfettario costa allo Stato italiano circa 2,5 miliardi di euro annui in minor gettito rispetto alla tassazione ordinaria IRPEF. È una cifra che, in una manovra sotto pressione, entra inevitabilmente nella discussione tecnica tra MEF e Ragioneria generale dello Stato.

Cosa è cambiato rispetto alle raccomandazioni 2024 e 2025

Nelle due edizioni precedenti del Country Report, la raccomandazione sul forfettario era formulata in termini generici, all’interno di un paragrafo più ampio sulla qualità del sistema fiscale. Nel documento del 3 giugno 2026 la Commissione fa un passo ulteriore: cita esplicitamente il tax gap dei lavoratori autonomi come dato quantitativo a supporto della richiesta, e collega la revisione delle agevolazioni agli impegni assunti dall’Italia nel Piano strutturale di bilancio a medio termine — lo strumento che il governo italiano ha presentato a Bruxelles come roadmap fiscale pluriennale.

Questo collegamento è rilevante perché trasforma la raccomandazione da giudizio esterno a verifica di un impegno già preso. Il governo italiano, in altri termini, ha già formalmente indicato alla Commissione una direzione di riforma del sistema fiscale. La raccomandazione del 2026 chiede semplicemente di darle seguito.

Un secondo elemento di discontinuità rispetto agli anni precedenti è la simultaneità con altre due raccomandazioni fiscali: la revisione dei valori catastali e la riduzione del cuneo fiscale. Quando tre raccomandazioni fiscali arrivano nello stesso documento e tutte e tre trovano un punto di contatto con la manovra di bilancio imminente, la probabilità che almeno una produca effetti concreti aumenta in modo significativo.

Cosa potrebbe cambiare concretamente per le partite IVA nel 2027

Ragionare sugli scenari possibili richiede di separare ciò che è tecnicamente fattibile da ciò che è politicamente praticabile. Il governo italiano non ha annunciato alcuna modifica al regime forfettario per il 2026, e la flat tax al 15% resta confermata con soglia a 85.000 euro. Il problema non è il presente, è la pianificazione per i prossimi 24 mesi, che molti titolari di partita IVA stanno costruendo su un’architettura fiscale che potrebbe cambiare prima della scadenza naturale dei loro piani.

Gli scenari possibili: riduzione soglia, aumento aliquota, franchigia

Non esiste un unico modo per riformare il regime forfettario in risposta alle raccomandazioni UE. Gli scenari tecnici sul tavolo, nessuno dei quali è stato formalizzato dal governo, sono sostanzialmente tre.

Il primo è la riduzione della soglia di accesso, oggi fissata a 85.000 euro. Un abbassamento a 65.000 o 70.000 euro ridurrebbe il numero di beneficiari concentrando il regime sui redditi più bassi, dove la distorsione competitiva rispetto ai lavoratori dipendenti è meno accentuata. Questo scenario è il meno dirompente politicamente ma comporta l’uscita forzata dal regime per una fascia di professionisti con ricavi medi.

Il secondo scenario è l’aumento dell’aliquota sostitutiva, dal 15% attuale a una percentuale più alta, ipotesi circolate in passato parlano di un range tra il 18% e il 23%. Questa soluzione manterrebbe intatta la semplicità del regime ma ne ridurrebbe l’attrattività, avvicinando il carico fiscale a quello del regime ordinario per i redditi più elevati.

Il terzo scenario, tecnicamente più complesso ma politicamente più difendibile, è l’introduzione di una franchigia progressiva: l’aliquota agevolata si applicherebbe solo fino a una certa soglia di reddito imponibile, con tassazione ordinaria sulla parte eccedente. Sarebbe una soluzione di compromesso, in linea con la logica europea di ridurre le distorsioni senza eliminare il regime.

I profili più esposti

Non tutti i titolari di partita IVA in regime forfettario sono ugualmente esposti a un eventuale intervento normativo. Il profilo a maggiore rischio è quello del professionista con ricavi compresi tra 60.000 e 85.000 euro, che oggi beneficia pienamente della flat tax al 15% e che, in caso di riduzione della soglia, si troverebbe costretto a transitare nel regime ordinario con un impatto fiscale immediato e significativo. Per questi soggetti il differenziale tra tassazione forfettaria e tassazione IRPEF ordinaria, considerando la seconda aliquota ora al 33% per redditi tra 28.001 e 50.000 euro introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, può superare i 10.000 euro annui di maggiore imposta.

Un secondo profilo esposto è quello del lavoratore dipendente con partita IVA in regime forfettario, che ha scelto questa struttura proprio per ottimizzare il carico fiscale complessivo. Una modifica dell’aliquota o della soglia renderebbe necessaria una revisione dell’intera architettura reddituale, con possibili implicazioni anche sul limite dei 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente previsto per l’accesso al regime.

Il profilo meno esposto è paradossalmente quello del neo-iscritto con ricavi sotto i 35.000 euro, che beneficia dell’aliquota ridotta al 5% per i primi cinque anni: qualsiasi riforma tenderebbe a preservare questa fascia, politicamente inattaccabile perché riguarda l’avvio di nuove attività.

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I segnali da monitorare nei prossimi mesi

Le raccomandazioni europee non si trasformano in legge da sole. Tra il documento della Commissione del 3 giugno e un’eventuale modifica al regime forfettario esiste un percorso politico preciso, con tappe identificabili e finestre temporali definite. Monitorare quelle tappe è più utile che aspettare annunci ufficiali, che arrivano sempre tardi rispetto alle decisioni reali.

Il calendario politico che conta

Il momento cruciale è la presentazione del Documento Programmatico di Bilancio, prevista entro il 15 ottobre 2026. È il documento con cui il governo italiano comunica a Bruxelles l’impianto della manovra di bilancio 2027, e rappresenta la prima sede in cui un eventuale intervento sul forfettario comparirebbe in forma ufficiale, anche solo come voce di spending review o rimodulazione delle agevolazioni fiscali.

Prima di quella data, due appuntamenti vanno tenuti sotto osservazione. Il primo è la Nota di Aggiornamento al DEF (NADEF), attesa per fine settembre 2026, che definisce il quadro macroeconomico e gli obiettivi di finanza pubblica su cui si costruisce la manovra. Se il governo segnala la necessità di reperire gettito aggiuntivo superiore a 5-6 miliardi, il tema delle agevolazioni fiscali entra automaticamente nella discussione tecnica. Il secondo appuntamento è la risposta formale dell’Italia alle raccomandazioni UE, che il governo deve trasmettere entro la fine di agosto: un documento spesso tecnico e poco visibile, ma che indica con precisione quali raccomandazioni vengono accolte, quali rinviate e quali respinte.

Cosa osservare nella manovra 2027

Tre segnali concreti indicano che il forfettario è davvero nel mirino della prossima manovra. Il primo è la comparsa di simulazioni ufficiali sul costo del regime forfettario nei documenti del MEF o della Ragioneria generale dello Stato, un passaggio tecnico che precede sempre qualsiasi intervento normativo. Il secondo è l’apertura di un tavolo di confronto con le categorie professionali: in Italia nessuna riforma fiscale rilevante viene approvata senza una fase, anche breve, di interlocuzione con gli ordini professionali e le associazioni di categoria. Il terzo segnale, il più diretto, è l’inserimento di una delega specifica sul lavoro autonomo nel testo del disegno di legge di bilancio depositato in Parlamento a ottobre.

In assenza di questi tre segnali entro novembre 2026, la probabilità che il forfettario cambi per il 2027 scende in modo significativo. La finestra critica è quindi i prossimi cinque mesi.

Sei a rischio se il forfettario cambia? Valuta il tuo profilo

Rispondi a ciascuna affermazione. Più punti accumuli, più la tua posizione fiscale dipende dalla stabilità del regime attuale.

[ ] Applico la flat tax al 15% da più di 2 anni +2
[ ] Il mio reddito forfettario supera i 50.000 euro annui +3
[ ] Ho scelto la P.IVA forfettaria rispetto a una SRL o associazione professionale +2
[ ] Non ho mai simulato il carico fiscale in regime ordinario +3
[ ] Ho clienti o attività che potrebbero richiedere fatturazione IVA in futuro +1
[ ] La mia pianificazione futura assume che il forfettario resti invariato +3

0–4 punti — Esposizione bassa

Il tuo profilo fiscale non dipende in modo critico dalla stabilità del regime forfettario. Monitora gli sviluppi senza urgenza.

5–8 punti — Esposizione media

Opportuno avviare una simulazione comparativa tra regime forfettario e regime ordinario. Non è urgente agire, ma è il momento giusto per analizzare le alternative.

9–14 punti — Esposizione alta

La tua pianificazione fiscale attuale è costruita su un’architettura che potrebbe cambiare nei prossimi 12–18 mesi. Una valutazione prospettica con un professionista è necessaria prima della prossima manovra.

Pianificazione prospettica: non aspettare ottobre

Il primo passo non è cambiare regime, è capire cosa succederebbe se il regime cambiasse. Questo significa costruire una simulazione fiscale comparativa tra la situazione attuale in forfettario e quella che si configurerebbe in regime ordinario, con le aliquote IRPEF 2026, le deduzioni effettivamente applicabili e il peso contributivo reale. Per molti professionisti questa simulazione non è mai stata fatta, perché il forfettario è stato scelto all’avvio dell’attività e non è mai stato messo in discussione.

La simulazione deve tenere conto di tre variabili spesso sottovalutate. La prima è la deducibilità dei costi in regime ordinario: chi ha spese professionali significative, collaboratori, affitti, strumentazione, formazione, potrebbe scoprire che il regime ordinario è meno penalizzante di quanto sembri a un confronto grezzo tra aliquote. La seconda è l’impatto contributivo: la gestione separata INPS segue regole diverse nei due regimi e il differenziale può essere rilevante sul lungo periodo. La terza è la struttura dei clienti: chi fattura prevalentemente a soggetti IVA potrebbe valutare se la non applicazione dell’IVA in forfettario rappresenti oggi un vantaggio reale o una semplificazione sopravvalutata.

Le alternative al forfettario da valutare oggi

Uscire dal regime forfettario non significa necessariamente passare al regime ordinario come persona fisica. Esistono strutture alternative che meritano una valutazione comparativa in questa fase, prima che una riforma eventuale renda il passaggio obbligato anziché scelto.

La prima alternativa è il passaggio da regime flat a società a responsabilità limitata semplificata o ordinaria, che consente di separare il reddito d’impresa dalla tassazione personale, applicare l’IRES al 24% sugli utili non distribuiti e costruire una struttura più scalabile. Questa opzione è rilevante soprattutto per i professionisti con ricavi superiori a 60.000 euro e una quota significativa di utili reinvestiti nell’attività.

La seconda alternativa, per i professionisti iscritti a ordini o collegi, è la società tra professionisti (STP), che permette di aggregare competenze, condividere costi fissi e accedere a una tassazione più flessibile rispetto al regime individuale. Non è una soluzione per tutti, ma per chi lavora già in modo collaborativo con altri professionisti rappresenta un’opzione strutturalmente più solida rispetto al forfettario individuale.

La terza considerazione, spesso trascurata, riguarda la tempistica del passaggio. Uscire volontariamente dal forfettario in anticipo rispetto a una riforma consente di pianificare la transizione contabile, comunicare il cambiamento ai clienti con calma e ottimizzare l’anno di uscita dal punto di vista fiscale. Essere costretti a uscire da una norma con decorrenza immediata non lascia nessuno di questi margini.

Dott. Federico Migliorini
Commercialista | Fiscalità Internazionale

Dottore Commercialista iscritto all’Ordine di Firenze, Tax Advisor e Revisore Legale. Specializzato in Fiscalità Internazionale, aiuto imprenditori e professionisti nella pianificazione fiscale strategica. La gestione delle convenzioni internazionali e i processi di internazionalizzazione d’impresa sono il cuore della mia attività quotidiana. Se hai un dubbio o una questione da risolvere, contattami, troverò le risposte. Richiedi una consulenza personalizzata con me.

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