Lavoro autonomo estero: la tassazione

Il trattamento fiscale e previdenziale dei rapporti di lavoro autonomo instaurati con soggetti non residenti, o instaurati da soggetti residenti in altro Paese estero.

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Nell’ambito dell’imposizione diretta il nostro ordinamento tributario stabilisce una differenza tra soggetti fiscalmente residenti e soggetti non residenti, collegando ai due diversi stati specifiche discipline di tassazione. In questo contributo mi concentrerò sulle modalità di tassazione dei redditi da lavoro autonomo estero.

Con questa locuzione si fa riferimento alla modalità di tassazione applicabile ai fini delle imposte dirette nei rapporti di lavoro autonomo instaurati con soggetti non residenti. Tuttavia, tale normativa risulta essere specularmente applicabile nei confronti di soggetti residenti che effettuano prestazioni di lavoro autonomo in Paesi esteri.

Lavoro autonomo estero: la tassazione
Lavoro autonomo estero: la tassazione

La globalizzazione degli ultimi anni ha aumentato notevolmente i rapporti di lavoro anche nel mondo professionale. Per questo motivo, la disciplina di tassazione dei redditi di lavoro autonomo estero assume particolare importanza.

Capire dove e come deve dichiarare i propri redditi un professionista italiano che opera all’estero o allo stesso modo un professionista estero che opera in Italia è fondamentale. Solo avendo chiari questi aspetti si possono evitare duplicazioni di tassazione ed è possibile determinare nel modo corretto il proprio carico fiscale.

Nella mia attività professionale ho moltissimi clienti che operano ed hanno rapporti costanti di tipo professionale con clienti esteri. Per questo motivo ho deciso di realizzare questo articolo e chiarire definitivamente i criteri di collegamento per i redditi da lavoro autonomo estero.

Se, invece, ti interessa capire quali sono tutti i criteri di collegamento per la tassazione dei redditi di fonte estera in Italia ti lascio a questo articolo dedicato:

Cominciamo!

La residenza fiscale come base per la tassazione dei redditi da lavoro autonomo

Per capire le modalità di tassazione dei redditi di lavoro autonomo estero è necessario partire dal concetto di residenza fiscale, contenuto nell’articolo 2 del DPR n. 917/86.

Questa disposizione prevede che un contribuente sia considerato residente fiscalmente in Italia quando, alternativamente:

  • E’ iscritto all’anagrafe della popolazione residente in Italia;
  • Ha in Italia il proprio domicilio (ex art. 43 cc);
  • Ha in Italia la propria residenza (ex art. 43 cc).

Se anche uno solo di questi requisiti trova riscontro in Italia per almeno 183 giorni nell’anno il soggetto è considerato fiscalmente residente in Italia. Come anticipato, essere considerati residenti ha delle implicazioni per quanto riguarda la tassazione dei propri redditi.

Il worldwide taxatione principle

Il reddito prodotto da un soggetto residente è sottoposto al cosiddetto principio di tassazione mondiale (“worldwide taxation principle“). Secondo tale principio il reddito complessivo da tassare in Italia è costituito da tutti i redditi posseduti, ovunque prodotti. Vengono, pertanto, assoggettati a tassazione, aggiungendosi ai redditi nazionali, anche i redditi prodotti all’estero.

Come avrai capito essere considerato residente fiscalmente in Italia ha delle conseguenze importanti a livello di carico fiscale.

Il soggetto non residente è invece obbligato a determinare e versare le imposte dirette solo sui redditi prodotti nel territorio dello Stato italiano. Tale principio è fissato dall’articolo 3, comma 1, del DPR n. 917/86, secondo il quale:

“l’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, formato per i residenti da tutti i redditi posseduti, e per i non residenti soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato”

Sulla base di questi principi, ad esempio, un soggetto residente in Italia deve dichiarare anche il compenso di una conferenza che ha tenuto a Londra e che gli è stata pagata da un soggetto residente in nel Regno Unito.

Allo stesso modo, un soggetto non residente che riceva un analogo compenso per conferenza tenuta in Italia e pagata da un istituto italiano si vedrà tassare solo il compenso stesso e non certo, oltre a questo, i redditi da lui posseduti nello Stato di residenza fiscale.

La definizione di soggetto residente fiscalmente in Italia

Il DPR n. 917/86 individua tre diversi criteri per determinare la residenza fiscale di un soggetto (articolo 2, comma 2, del DPR n. 917/86:

  • L’iscrizione nelle anagrafi della popolazione residente;
  • Domicilio ai sensi dell’articolo 43, comma 1, del codice civile;
  • Residenza ai sensi dell’articolo 43, comma 2, del codice civile.

L’anagrafe

L’iscrizione all’anagrafe è un elemento oggettivo, che scaturisce da un atto amministrativo adottato ai sensi della Legge n. 1228/54 e dal regolamento di attuazione, il DPR n. 223/89. I cittadini italiani che stabiliscono la propria residenza all’estero devono cancellarsi dall’anagrafe della popolazione residente ed iscriversi alla speciale anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE).

Si ritiene che il soggetto iscritto all’anagrafe della popolazione residente venga considerato fiscalmente residente in Italia per presunzione assoluta, mentre l’iscrizione nell’AIRE non rappresenta un elemento determinante per la perdita della residenza fiscale. Quello che conta, in questo caso è il “centro degli interessi vitali” del soggetto, ove per essi si intende il Paese ove egli abbia il proprio interesse lavorativo, ed il proprio nucleo familiare.

Il domicilio

Il domicilio è il luogo nel quale una persona “ha stabilito il centro principale dei suoi affari e dei suoi interessi” (articolo 43, comma 1, c.c.). La determinazione del domicilio  consta di due elementi:

  • Un elemento oggettivo, che consiste nel concentrare i propri affari ed interessi in un certo luogo;
  • Un elemento soggettivo, che consistite nell’intenzione di scegliere stabilmente quel luogo per svolgere i propri affari, intenzione manifestata a terzi, o oggettivamente desumibile dal comportamento della persona.

La residenza

La residenza è il luogo “in cui la persona ha la dimora abituale” (articolo 43, comma 2, c.c.).

La definizione di residenza fiscale

E’ sufficiente che ricorra anche una sola delle suddette condizioni per qualificare un soggetto come fiscalmente residente. Esse, cioè sono condizioni alternative e non concorrenti.

Normalmente, per i cittadini italiani, esse si verificano contemporaneamente, perlomeno in riferimento al territorio dello Stato. E’, invece, frequente per gli stranieri, che si dia residenza fiscale in presenza di uno o due di tali requisiti, ed esempio senza che vi sia iscrizione all’anagrafe del Comune.

Situazioni di doppia residenza fiscale

Il modello di convenzione OCSE contro le doppie imposizioni, risolve il problema della doppia residenza fiscale. In particolare l’articolo 4 del modello stabilisce la seguente gerarchia di criteri per il caso in cui gli ordinamenti giuridici dei due Stati contraenti conducano a considerare un soggetto come residente in entrambi gli Stati:

  1. Abitazione permanente;
  2. Centro degli interessi vitali (Stato nel quale le relazioni personali ed economiche sono più strette);
  3. Soggiorno abituale;
  4. Nazionalità;
  5. Accordo tra le autorità competenti dei due Stati contraenti.

La stessa norma, articolo 2, comma 2 del DPR n. 917/86 fissa inoltre una determinazione temporale, stabilendo che le suddette condizioni, debbano verificarsi “per la maggior parte del periodo di imposta“, che corrisponde generalmente a 183 giorni. La condizione temporale si verifica anche se il periodo di residenza fiscale non è continuativo.

Criteri di collegamento del reddito da lavoro autonomo

Dopo aver individuato i criteri per stabilire ove un soggetto abbia la propria residenza fiscale, adesso andiamo a vedere il criterio di territorialità (o di collegamento) che riguarda i redditi da lavoro autonomo estero.

In particolare, l’applicazione delle diverse norme sulla tassazione dei redditi dei non residenti presuppone che vengano fissati dei criteri precisi per individuare quali redditi si devono considerare “prodotti nel territorio dello Stato“. Infatti, soltanto questi costituiscono il reddito complessivo dei soggetti non residenti e soltanto questi vengono assoggettati, eventualmente, alle ritenute alla fonte ad opera del soggetto che li corrisponde.

Le norme che regolano la fattispecie sono rappresentate:

  • Dall’art. 23 comma 1 lettera d) del TUIR, che assoggetta a tassazione in Italia in capo ai non residenti le prestazioni di lavoro autonomo esercitate nel territorio dello Stato;
  • Dall’art. 25 comma 2 del DPR n 600/73, che assoggetta a una ritenuta a titolo d’imposta del 30% i compensi per lavoro autonomo corrisposti a non residenti, escludendo però i compensi per le prestazioni effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni italiane di soggetti non residenti.

Dalla prima delle due norme citate si evince che il criterio di territorialità previsto dalla normativa interna per i redditi di lavoro autonomo è quello del luogo di svolgimento dell’attività.

Stessa cosa vale anche per i redditi diversi derivanti da attività svolte nel territorio dello Stato e per i compensi derivanti dall’utilizzazione di opere dell’ingegno, di brevetti industriali e simili.

Caso del professionista italiano che svolge prestazioni all’estero

Prendiamo il caso del professionista italiano svolge la sua prestazione professionale all’estero. Il reddito non deve essere tassato in Italia. Questo fatto si traduce nell’assenza di alcun obbligo di sostituzione d’imposta per la società che riceve la prestazione, come afferma in modo espresso l’art. 25 comma 2 del DPR n 600/73.

In questi casi, secondo la risalente (ma mai rettificata) R.M. n. 12/762 del 3 febbraio 1977, la società residente deve acquisire, oltre alla certificazione della residenza fiscale del professionista, una dichiarazione dello stesso che attesta che la prestazione non è stata svolta in Italia.

Caso del professionista estero che svolge prestazioni in Italia

Diverso è il caso in cui il professionista estero svolga la sua prestazione in Italia. In questo caso:

  • La normativa interna prevede la tassazione italiana, assolta con la ritenuta a titolo d’imposta del 30%;
  • Rimane, però, ferma la possibilità di evitare la tassazione ricorrendo alle Convenzioni contro le doppie imposizioni.

Le ritenute alla fonte del sostituto di imposta

Lo status di non residente incide anche sugli obblighi del sostituto di imposta, determinando, nei casi che esamineremo, una specifica aliquota della ritenuta (e una sua diversa natura) e addirittura la possibilità che, in presenza di convenzioni internazionali, la ritenuta non venga operata.

A questo proposito può essere utile ricordare la distinzione terminologica in tema di ritenute, rilevante per comprendere la disciplina dei redditi percepiti da soggetti non residenti.

Il DPR n. 600/73 contiene la disciplina della c.d. “ritenute alla fonte“, che possono essere  o a “titolo di acconto“, o a “titolo di imposta“. Nel primo caso il soggetto che le subisce (sostituto) determinerà, in sede di liquidazione, l’imposta dovuta secondo le aliquote progressive e scomputerà poi le ritenute per giungere al saldo da versare: le ritenute sono appunto solo un acconto sul versamento complessivo. Nel secondo caso la ritenuta è esaustiva del prelievo fiscale. Il soggetto che la subisce non deve versare altro a titolo di imposta su quel reddito ed è di norma esonerato dagli obblighi dichiarativi, che sono, tipicamente, strumentali agli ulteriori prelievi.

Per quanto riguarda i redditi da lavoro autonomo svolti in Italia da parte di un professionista non residente, il DPR n. 600/73 prevede l’applicazione di una ritenuta del 30% del compenso, a titolo di imposta sul reddito.

Applicazione delle convenzioni OCSE contro le doppie imposizioni

Lo Stato italiano ha stipulato con numerosi altri Stati convenzioni bilaterali che regolano la tassazione dei redditi percepiti nello Stato in cui un soggetto non risiede. Il fine di tali convenzioni è duplice:

  • Da una parte esse mirano ad evitare che lo stesso reddito venga tassato due volte;
  • Dall’altra, provvedono, implicitamente, a ripartire tra i due Stati contraenti o ad assegnare ad uno solo di essi le entrate tributarie derivanti da determinati redditi.

In alcuni casi, particolarmente ricorrenti nell’attività amministrativa, le convenzioni stabiliscono l’esclusiva tassazione del reddito nello Stato di residenza. In questo caso vi è il il conseguente esonero da qualsiasi obbligazione tributaria nell’altro Stato contraente in relazione al reddito ivi prodotto.

L’esempio principale è il reddito per attività di lavoro autonomo estero, che sebbene considerato prodotto in Italia, ai sensi dell’articolo 23 del DPR n. 917/86, non è soggetto a tassazione in Italia sulla base di numerosissime convenzioni.

Il soggetto che percepisce tale compenso può allora, chiedere l’applicazione della convenzione al sostituto di imposta, per non subire una tassazione non dovuta (ritenuta del 30%), che lo costringerebbe a chiedere il rimborso della ritenuta allo Stato italiano.

Articolo 14 della convenzione OCSE

In tema di lavoro autonomo la convenzione OCSE contro le doppie imposizioni, all’articolo 14, prevede, per quanto riguarda i redditi dei professionisti che:

“i redditi ce un residente di uno Stato contraente ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività di carattere indipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto residente non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività. Se egli dispone di una base fissa, i redditi sono imponibili nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui sono imputabili a detta base fissa”…..”con l’espressione libera professione si comprende le attività indipendenti di carattere scientifico, letterario, artistico, educativo, pedagogico, nonché le attività indipendenti dei medici, avvocati, ingegneri, architetti, dentisti e contabili”

Da sottolineare come l’espressione “soltanto in detto Stato“, indichi come l’unica potestà impositiva sia dello Stato di residenza del professionista.

In secondo luogo, invece, deve essere sottolineata la deroga alla normativa interna, secondo la quale il reddito da lavoro autonomo si considera prodotto nel territorio dello Stato se la prestazione è stata svolta nel territorio stesso. Tale deroga è subordinata all’assenza di una base fissa del professionista. Se, invece, il professionista dispone di una base fissa, il suo reddito è imponibile (anche) nello Stato in cui la prestazione è svolta.

Superamento dell’art. 14 del modello OCSE

L’articolo 14 del modello di Convenzione OCSE è ancora presente in molte delle Convenzioni internazionali siglate dall’Italia. Questo, anche se tale articolo 14 sia stato abrogato nel 2000.

Per questo motivo, possiamo dire che la tassazione nello Stato di svolgimento dell’attività professionale è tale solo nel momento in cui il professionista abbia in tale Stato una base fissa. Sostanzialmente, ai redditi da lavoro autonomo prodotti all’estero devono farsi riferimento gli articoli 5 e 7 del modello OCSE per il reddito di impresa. Tali articoli prevedono la tassazione nello Stato della fonte del reddito a condizione che in tale stato si trovi una stabile organizzazione (sede o base fissa per il lavoro autonomo).

Disposizioni di prassi sulla sede fissa in Italia di professionista estero

Sul punto occorre andare a citare un documento di prassi dell’Agenzia delle Entrate, ovvero la Risoluzione n 154/E/2009. In questo documento le Entrate sostengono che vi sia una distinzione tra base fissa e stabile organizzazione.

Sulla base di questo ragionamento si baserebbe l’applicazione della ritenuta del 30% da applicare ai compensi corrisposti alla base fissa di professionisti esteri in Italia. Questo, in quanto, l’art. 25, comma 2, del DPR n 600/73 esclude da questo obbligo solo i compensi erogati alle “stabili organizzazioni” (e non anche alle “basi fisse“) in Italia di soggetti non residenti.

Deve essere osservato che, comunque, la citata risoluzione fa riferimento ad un caso ove non vi possono essere dubbi sul fatto che il professionista estero disponeva in Italia di un centro di attività stabile qualificabile come base fissa (o stabile organizzazione). Per questo motivo, non c’è modo di ritenere che l’Agenzia delle Entrate abbia individuato dei criteri per individuare differenze tra stabile organizzazione (senza ritenuta) e base fissa (con ritenuta).

Come si individua una base fissa di un professionista in Italia?

Proviamo adesso a fare un esempio per individuare la base fissa i di un professionista. Ad esempio rappresenta base fissa uno studio che un avvocato, medico, ingegnere, un commercialista ecc. ha in Italia.

Possono però emergere situazioni intermedie in cui il professionista si reca nella sede del cliente per svolgere la prestazione (o parte di essa). In questi casi, ci si dovrebbe rifare ai principi contenuti nei paragrafi 12-15 del Commentario all’art. 5 del modello OCSE (in materia di stabile organizzazione), per cui il carattere “fisso” della presenza nello Stato estero è da ricollegare al potere di utilizzare i locali, anche di proprietà altrui, in modo sufficientemente continuativo.

Sostanzialmente, la semplice visita al cliente italiano per verificare la documentazione, controllare lo stato di esecuzione dei lavori o definire alcune parti del compenso non può mai portare alla conclusione per cui il professionista estero ha in Italia una base fissa. Infatti, a diverse conclusioni si dovrebbe giungere se, ad esempio, uno studio italiano pone a completa disposizione del professionista estero un locale dove svolgere la propria attività.

Insomma, occorre sempre guardare al carattere stabile della presenza nello Stato estero del professionista per individuare una sua base fissa in quello Stato.

Applicazione della convenzione OCSE: procedura per l’esonero dalla ritenuta nello Stato estero

Al fine di poter esser di ausilio ai sostituti di imposta italiani che si trovano a dover corrispondere compensi per attività di lavoro autonomo a soggetti residenti all’estero, proponiamo una procedura da seguire per poter correttamente applicare la convenzione OCSE contro le doppie imposizioni.

Inquadrare il rapporto di lavoro

Occorre in primo luogo inquadrare correttamente il rapporto di lavoro che si instaura con il soggetto non residente. Questo al fine di verificare se il tipo di reddito corrispondente al rapporto viene considerato tassabile oppure no dalla convenzione stipulata con lo Stato in cui risiede il soggetto che viene pagato.

Verificare la convenzione

E’ necessario rifarsi al testo in vigore della Convenzione senza dare per scontato l’esistenza delle condizioni standard. E’ vero infatti che le convenzioni ricalcano, nella maggior parte dei casi, il modello OCSE, ma questo è stato modificato più volte e non ha comunque carattere obbligatorio, rimanendo liberi gli stati di accordarsi sulla base delle reciproche volontà.

Dovrà pertanto essere letto attentamente il testo della convenzione che si intende applicare, accertando in particolare se essa preveda la non tassazione di quel determinato reddito prodotto in Italia dal soggetto non residente. Se così non è, come nel caso degli artisti, la tassazione dovrà avvenire secondo le regole generali.

Documentazione

Una volta accertate le condizioni dell’esenzione dall’applicazione della tassazione in Italia del reddito (attraverso la ritenuta alla fonte del 30%), occorrerà acquisire la documentazione che attesti la loro sussistenza.

A tal fine potrà essere predisposta una richiesta di applicazione della convenzione, con la dichiarazione dell’interessato che sussistono le condizioni previste. Ad esempio, nel caso del lavoro autonomo, che egli non dispone di una base fissa nel territorio italiano. In questo modo il reddito sarà tassato nello Stato estero di residenza del professionista.

Certificato di residenza fiscale

Tale dichiarazione non è tuttavia ritenuta sufficiente dall’Amministrazione finanziaria per attestare la residenza nello Stato estero.

A questo fine l’Agenzia delle Entrate richiede l’acquisizione di un certificato che provenga dalle autorità amministrative dello Stato di residenza e che documenti il possesso della qualità di residente.

Così si sono pronunciate, ad esempio, la Risoluzione n.  59/E e la Risoluzione 68/E del 24 maggio 2000. Quest’ultima in particolare ricorda che l’applicazione diretta della convenzione da parte del sostituto è una facoltà e che:

nel caso in cui il sostituto intenda attenervisi è fatto obbligo al medesimo di acquisire, dai beneficiari del reddito, la documentazione atta a dimostrare l’effettivo possesso dei requisiti previsti negli accordi“.

Considerazioni finali

Vale la pena di soffermarsi sul carattere facoltativo dell’applicazione della convenzione per i redditi di lavoro autonomo estero. Qualora il sostituto ritenesse di non doversi assumere la responsabilità dell’accertamento dei requisiti, il soggetto non residente sarebbe costretto a presentare istanza di rimborso della ritenuta subita allo Stato italiano, con le complicazioni e le difficoltà che è facile immaginare.

Si esclude, in linea di principio, la possibilità che il soggetto non residente, in alternativa all’istanza di rimborso, detragga quanto pagato in Italia dalle imposte dovute nello Stato di residenza, e ciò in considerazione del fatto che la convenzione, disponendo l’esenzione di un particolare reddito, opera al contempo una assegnazione delle entrate tributarie, stabilendo implicitamente che solo lo Stato di residenza deve, in riferimento ai redditi esentati dalla convenzione, riscuotere le relative imposte.

Esonero da ritenuta estera per i professionisti italiani

Nel paragrafo precedente ti ho parlato di come sia possibile, per un professionista estero, ottenere l’esenzione da parte del committente italiano della ritenuta in uscita del 30%. Sostanzialmente, si tratta di applicare quanto previsto nella Convenzione OCSE siglata dall’Italia.

La stessa procedura può essere applicata, all’inverso, dal professionista italiano che si trova a svolgere prestazioni professionali all’estero (senza base fissa). In questo caso, il professionista, qualora la territorialità di tassazione del reddito sia nello Stato di residenza fiscale può ottenere il pagamento senza ritenuta fiscale in uscita dallo Stato di erogazione del reddito.

Per ottenere questo il professionista italiano è tenuto a chiedere all’Agenzia delle Entrate una Certificazione di residenza fiscale. Con questo documento è, infatti, possibile chiedere allo Stato estero di essere esonerati dall’applicazione della ritenuta in uscita sul compenso.

La Certificazione di residenza fiscale può essere richiesta dal contribuente residente ed è valida per quell’anno fiscale in virtù della Convenzione con quel preciso Stato estero ove ha prestato la propria attività.

Se hai dubbi su come ottenere questa certificazione di residenza fiscale italiana dall’Agenzia delle Entrate, contattami!

Lavoro autonomo estero: disciplina previdenziale

Il trattamento previdenziale nei compensi corrisposti per redditi di lavoro autonomo estero è stato oggetto della Cirolare INPS n. 164 del 21 dicembre 2004. Documento nel quale viene stabilito il principio generale di coincidenza tra criteri fiscali e criteri previdenziali.

Si afferma, in sostanza, che si dà imponibile previdenziale laddove la norma tributaria definisce un determinato importo come reddito fiscalmente imponibile.

I principi che disciplinano l’imposizione della contribuzione previdenziale dei redditi di lavoro autonomo estero, allorché percepiti da soggetti non residenti, non possono che essere quelli valevoli, per gli stessi soggetti, ai fini dell’imposizione dell’Irpef

In riferimento alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della Legge n. 335/1995, che costituisce l’oggetto proprio della circolare, saranno pertanto da assoggettare alle ritenute previdenziali:

  • I compensi di lavoro autonomo estero per prestazioni svolte nel territorio dello Stato, per i quali si verifichi la soglia di €.  5.000,
  • Le remunerazioni per collaborazioni coordinate e continuative o a progetto corrisposte da soggetti residenti.

Sulla base dello stesso principio di coincidenza di criteri fiscali e previdenziali, la circolare ricorda poi che, nel caso in cui una convenzione contro le doppie imposizioni escluda da tassazione un determinato importo, esso non sarà assoggettato nemmeno a contribuzione previdenziale.

Lavoro autonomo estero: consulenza

In questo articolo ho cercato di evidenziare quelli che sono i tratti principali per individuare la territorialità dei redditi da lavoro autonomo prodotti all’estero. La casistica non è semplice, perché vi sono molte variabili da prendere in considerazione.

Il criterio base da utilizzare è sempre quello che riguarda il luogo ove la prestazione viene esercitata. Tuttavia, accanto a questo principio deve essere analizzata la convenzione contro le doppie imposizioni (ove esistente). Spesso, infatti, le convenzioni internazionali prevedono tassazione nel Paese di residenza fiscale.

A questo punto si pone il problema di come far evitare al professionista estero l’applicazione delle ritenute in uscita che gli stati di erogazione del reddito (sovente) applicano. Per evitare tutto questo è necessario produrre la documentazione richiesta ed ottenere la certificazione di residenza fiscale.

Se hai dubbi sulla tua situazione personale oppure vuoi verificare con un esperto come ottenere l’esenzione da ritenute in uscita sui tuoi redditi da lavoro autonomo estero contattami.

Segui il link sottostante per metterti in contatto con me e ricevere una consulenza fiscale personalizzata in grado di risolvere tutti i tuoi dubbi su queste casistiche.

Non aspettare.

7 COMMENTI

  1. Dal prossimo anno sarò lavoratore autonomo con reddito percepito maggiormente all’estero, probabilmente anche al 100%, da una società Monegasca. Anche se ho residenza in Italia, passo più di 183 giorni all’estero per lavoro. Non ho famiglia e ho una casa di proprietà in Italia. è possibile figurare come non residente e quindi pagare meno tasse o addirittura avendo un ufficio a montecarlo non pagarne affatto?

  2. Salve Alex, per quesiti di carattere personale può utilizzare il nostro servizio di consulenza fiscale online dedicato. Le risponderò via mail in modo esaustivo alla sua situazione personale e a seconda del tipo di servizio scelto fisseremo un appuntamento telefonico per chiarire ogni suo dubbio.

  3. Mario
    Ho prestato lavoro autonomo in Spagna con partita IVA spagnola, per una società filippina,percependo compensi pagati su mio conto bancario spagnolo.
    La collaborazione si è chiusa nel 2017, la patita IVA chiusa nel 2017 e pagata IRPEF e previdenza spagnola sui compensi percepiti.Come mi debbo comportare con il fisco italiano nella dichiarazione del 2018?
    Grazie

    25.01.2018

  4. Salve Mario, per rispondere alla sua domanda bisogna prima capire dove ha la sua residenza fiscale. Se vuole maggiori info mi contatti tramite il servizio di consulenza fiscale online dedicato. Sarò a sua disposizione per chiarire tutti i suoi dubbi.

  5. Dal 10/07/2018 ho inziato l’attività di lavoratore autonomo in algeria, come consulente di una società di ingegneria italiana con cui ho stipulato un contratto relativo a prestazioni professionali di consulenza, ex art. 2229 C.C;
    la società mi ha messo a disposizione degli uffici, e contrattualmente è richiesta la permanenza continuativa effettiva in Algeria per tutta la durata dell’incarico, che scade il 31/12/2018 (ma che dovrebbe essere rinnovato);

    ho 2 case in Italia, una moglie ed un figlio minore, conti correnti bancari;
    i miei redditi saranno al 100% provenienti dal suddetto incarico;

    Avevo bisogno di capire in quale caso posizione ricade la mia situazione:
    c’è la possibilità di pagare le tasse solo in Algeria;
    devo pagare in Algeria ed in Italia;
    devo pagare solo in Italia;

    Grazie.

    Stanislao

  6. Salve Stanislao, sarò felice di rispondere a tutte le sue domande e chiarire i suoi dubbi in consulenza. Anche perché da queste informazioni non ho tutte le informazioni necessarie per poterle rispondere in modo completo ed esaustivo. Se interessato mi faccia sapere.

  7. buongiorno,

    sono in attesa di conoscere tutte le informazioni necessarie per poterla mettere nelle condizioni di rispondere in modo completo ed esaustivo alla mie domande…. grazie.

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