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Dividendi provenienti da paradisi fiscali: tassazione

Qual'è il regime di tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali? Totale imponibilità dei dividendi provenienti da Paesi considerati a fiscalità privilegiata. Per l’imponibilità integrale dei dividendi black list occorre riferirsi ai criteri di individuazione dei Paesi a tassazione privilegiata vigente durante il periodo di maturazione dell’utile.

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Gli utili di fonte estera che derivano da partecipazioni in società di capitali residenti in Stati considerati a fiscalità privilegiata sono imponibili per l’intero ammontare percepito dai contribuenti residenti in Italia. Questa è la regola generale di tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali. Fanno eccezione a questo principio gli utili percepiti dalle persone fisiche che derivano da partecipazioni non qualificate in società residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata le cui azioni siano quotate nei mercati regolamentati. Questi soggetti vedono applicarsi una ritenuta a titolo d’imposta del 26% sul 100% del provento percepito.

Gli art. 47. co. 4 e 89, co. 3 del TUIR che riguardano la tassazione dei dividendi percepiti da soggetti IRPEF ed IRES, prevedono, a prescindere dalla natura della partecipazione detenuta, l’integrale imponibilità dei dividendi provenienti da soggetti residenti o localizzati in paesi black list. Questo avviene tranne nei casi in cui:

  • I dividendi siano già stati imputati al socio secondo le disposizioni sulle “controlled foreign company” di cui all’art. 167 del TUIR;
  • Sia stata fornita dimostrazione, a seguito di presentazione di istanza di interpello che dalle partecipazioni non è stato conseguito l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori in cui sono sottoposti a regimi fiscali privilegiati (ex art. 47-bis, co. 2 lett. b) del TUIR).

In modo schematico queste sono le principali disposizioni normative che riguardano la tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali. Di seguito andiamo ad analizzare con maggiore dettaglio questa disciplina.


Dividendi provenienti da paradisi fiscali

Il DPR n 917/86 (TUIR) prevede che, in caso di percezione di utili provenienti da soggetti residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata, essi concorrono integralmente alla formazione del reddito imponibile. L’utilizzo del termine “provenienti” da parte degli articoli 47 e 89 del DPR n 917/86 risponde all’esigenza di evitare triangolazioni sui dividendi. Mi riferisco ad operazioni che consentono ai soci residenti in Italia di percepire utili provenienti dai paradisi fiscali attraverso società intermedie. Faccio riferimento a società che sono sostanzialmente interposte, localizzate in Stati o territori diversi da quelli a fiscalità privilegiata. Di conseguenza, il regime di tassazione integrale in argomento riguarda non solo gli utili e i proventi equiparati distribuiti direttamente dai soggetti residenti nel paradiso fiscale. Ma anche quelli – da essi generati – che fluiscono tramite società intermedie (c.d. “conduit company“).

Nella formulazione degli articoli 47, comma 4 e 89 comma 3 del DPR n 917/86, il regime di integrale tassazione si applica, infatti, ai dividendi relativi a:

  • Partecipazioni dirette, anche non di controllo, in società localizzate in Stati o territori a regime fiscale privilegiato;
  • Partecipazioni indirette nelle società di cui al punto precedente. Quote detenute per il tramite di partecipazioni di controllo diretto o indiretto, anche di fatto, in una o più società intermedie. Enti che non devono essere localizzati in Stati o territori a regime fiscale privilegiato.

Si distingue, quindi, tra partecipazioni dirette e partecipazioni indirette nelle società che sono localizzate in Paesi a regime fiscale privilegiato.

Definizione di controllo societario

La nozione di controllo rilevante ai fini ai fini dell’applicazione della norma è quella individuata dall’articolo 2359 commi 1 e 2 c.c. Pertanto, assumono rilevanza sia il controllo in termini di diritti di voto, computando anche i voti spettanti a società controllate, a società fiduciarie e a persone interposte. Sia il controllo integrato da un’influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali.

Il regime di tassazione è in ogni caso subordinato a una qualche partecipazione a cui consegue la percezione di utili da parte del socio residente in Italia. Questo a prescindere dal tipo di controllo configurabile. In presenza di più società estere, il requisito del controllo deve riscontrarsi per ciascuna delle società interposte. Non essendo necessario, invece, che sia integrato rispetto alla società residente nello Stato o territorio a regime fiscale privilegiato. Ciò significa che qualora il socio italiano eserciti il controllo su tutte le società intermedie e l’ultima società interposta detenga una partecipazione di minoranza in quella soggetta al regime fiscale preferenziale, i dividendi provenienti da quest’ultima sono comunque sottoposti a tassazione integrale in Italia.

Individuazione degli stati a fiscalità privilegiata

L’art. 47-bis del TUIR prevede due fattispecie di regime fiscale privilegiato a seconda che la società controllata sia sottoposta o meno a controllo da parte del socio italiano. In dettaglio, si considerano residenti in paradisi fiscali le società partecipate:

  • Il cui livello di tassazione effettiva è inferiore al 50% di quello italiano, per le partecipazioni di controllo;
  • Il cui livello di tassazione nominale è inferiore al 50% di quello italiano, per le partecipazioni che non verificano il requisito del controllo.

Quindi, riassumendo il criterio è quello della tassazione effettiva inferiore al 50% per le partecipazioni di controllo ed il criterio della tassazione nominale per le partecipazioni di collegamento.

Non devono mai essere considerati regimi fiscali privilegiati quelli di Stati o territori appartenenti all’Unione Europea o allo Spazio economico europeo.

La verifica del livello nominale di tassazione avviene attraverso un test effettuato sulla base delle aliquote nominali IRES ed IRAP in vigore. Pertanto, si ha un livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello italiano nel caso di tassazione estera inferiore alla soglia di 13,95% ((24% + 3,9%)*50%). Sul punto si ritiene che tale soglia debba essere rilevante per qualsiasi soggetto d’imposta italiano (es. persone fisiche non imprenditori).

Per quanto riguarda, invece, il confronto con il livello di tassazione effettivo (per le partecipazioni di controllo), il confronto tra il livello di tassazione effettivo italiano e quello estero non prevede l’IRAP, si va a verificare una discriminazione di trattamento tra le entità estere non controllate e quelle controllate.


Periodo di maturazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali

L’articolo 1 comma 1007 della Legge n. 205/2017 ha stabilito che ai fini dell’imposizione integrale dei dividendi provenienti da Paradisi fiscali:

  • Non si considerano provenienti da società a regime fiscale privilegiato gli utili percepiti a partire dal periodo di imposta 2015 e maturati in periodi di imposta precedenti. Utili nei quali la società era residente in Stati non inclusi nella lista di cui al DM 21.11.2001;
  • Non sono integralmente imponibili gli utili maturati nei periodi di imposta successivi al 2015 in Stati o territori non a regime fiscale privilegiato. E, in seguito, percepiti in periodi di imposta in cui risultino integrate le condizioni per l’individuazione di uno Stato a fiscalità privilegiata di cui all’art. 167 comma 4 del DPr n 917/86.

In caso di cessione delle partecipazioni, inoltre, è stato esplicitamente stabilito che la preesistente stratificazione delle riserve di utili si trasferisce al cessionario. Con riferimento alle riserve di utili pregressi,  si applica come requisito per l’imponibilità integrale dei dividendi provenienti da paradisi fiscali il fatto che al momento della loro maturazione essi fossero stati prodotti in Stati considerati a fiscalità privilegiata.

Questo criterio si applica agli utili percepiti a partire dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31.12.2014 e maturati in periodi di imposta precedenti. Inoltre, il criterio risulta applicabile a regime.

Presunzione di prioritaria distribuzione degli utili di fonte estera

Sempre in tema di dividendi provenienti da soggetti esteri, l’art. 1 comma 1008 della Legge 205/2017 prevede che gli utili distribuiti da un soggetto non residente si presumono prioritariamente formati con quelli da considerare non provenienti da Stati o territori a regime fiscale privilegiato. Di conseguenza, è stata introdotta una presunzione di favore in relazione agli utili e i proventi equiparati generati dai soggetti residenti nel paradiso fiscale, ma che fluiscono tramite società intermedie (c.d. “conduit“). Allo stato attuale, quindi, salvo non vi siano elementi utili a qualificare il dividendo della società conduit come proveniente da un Paradiso fiscale, i dividendi distribuiti dalle società intermedie a fiscalità ordinaria si presumeranno non integralmente imponibili.


Analisi del dividendo al momento della maturazione

La verifica della sussistenza dei requisiti riguardanti la verifica della la provenienza dell’utile da un Paese a fiscalità privilegiata deve essere effettuata al momento della percezione del dividendo in capo al socio residente. Quello che rileva (per individuare se si tratta di dividendo Black List) è il criterio vigente al momento in cui il dividendo è percepito. In pratica devi verificare se lo Stato in cui è localizzata la partecipata è un Paradiso Fiscale.

Il tema è rilevante perché, alcuni Paesi hanno mutato qualifica nel corso di pochi anni e può facilmente accadere che dividendi considerati black al momento della percezione potessero invece essere qualificati white (cioè come non soggetti a tassazione privilegiata) al momento della loro formazione, o viceversa. In particolare, il criterio che impone di assegnare rilevanza alle regole vigenti al momento della percezione dell’utile, si declina in questi termini(:

  • Nell’ipotesi in cui gli utili (o le plusvalenze) si debbano qualificare, sulla base delle disposizioni vigenti al momento della percezione (o della realizzazione), come provenienti da un regime fiscale privilegiato. Nel caso gli stessi devono essere assoggettati integralmente a tassazione in capo al socio residente senza beneficiare del regime di parziale esclusione;
  • Nell’ipotesi in cui gli utili (o le plusvalenze) si qualifichino, sulla base delle disposizioni vigenti al momento della percezione (o della realizzazione) come non provenienti da un regime fiscale privilegiato. Essi possono beneficiare del regime di parziale esclusione qualora la sussistenza del requisito sia verificata anche rispetto al momento di formazione dell’utile distribuito. Sempre facendo riferimento al criterio vigente al momento della percezione sarà quindi necessario che la società non sia considerata come localizzata in un paradiso fiscale anche rispetto all’esercizio di maturazione dell’utile.

Doppio testi di verifica di provenienza dei dividendi esteri

Serve dunque un doppio test: una volta superato positivamente il primo (cioè verificata l’assenza di una tassazione privilegiata) al momento della percezione, si cerca l’analogo riscontro al momento della formazione dell’utile. Questo affinché possa essere assegnato il beneficio dell’esclusione parziale. Quindi per i dividendi che risultino black al momento della percezione, non ci sono alternative alla tassazione integrale. Fatta salva la sussistenza delle esimenti o l’avvenuta tassazione dell’utile in base al regime CFC. Nel caso opera il regime punitivo anche se all’epoca della formazione degli utili (successivamente messi in distribuzione) la partecipata non risultava localizzata in un Paese a fiscalità privilegiata.

Il criterio guida è dunque quello delle norme vigenti all’atto della percezione e se in base a tali norme il Paese estero è considerato un paradiso fiscale non si intraprende nessun riscontro circa la qualifica operante al momento della formazione dell’utile. Il tutto con un effetto notevolmente penalizzante. Al contrario:

  • Se invece, in base al metro di giudizio vigente al momento della percezione, gli utili sono considerati “non prevenienti da territori a fiscalità privilegiata”;
  • Se in base a tale medesimo criterio non lo sono stati neanche all’epoca della formazione dell’utile (malgrado, in quella stessa epoca venissero considerati black)

tali utili possono beneficiare del regime di esclusione parziale alla formazione del reddito.

Disapplicazione della tassazione integrale dei dividendi black list

Il sopra menzionato regime di tassazione integrale dei dividendi provenienti da paesi black list può essere disapplicato dimostrando che dalla partecipazione non viene raggiunto l’effetto di localizzare i redditi in territori a regime fiscale privilegiato ex art. 47-bis, co. 2 lett. b) del TUIR. Esclusivamente al verificarsi di questa condizione, infatti, i dividendi percepiti possono essere assoggettati alla disciplina di tassazione ordinaria (la tassazione del solo 5% del loro ammontare ai fini IRES). Deve essere sottolineato che, la dimostrazione di questa condizione deve passare, necessariamente, attraverso la presentazione di apposita istanza di interpello ordinario (ex art. 11, co. 1 lett. b) della Legge n. 212/00).

Tassazione al 50% ai fini IRES per partecipate con attività economica effettiva

L’art. 89, co. 3 del TUIR prevede che i dividendi provenienti da paradisi fiscali siano esclusi dalla formazione del reddito dell’ente ricevente per il 50% del loro ammontare. Questo, esclusivamente a condizione che sia dimostrato, anche a seguito di interpello, l’effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale, mediante l’impiego di persone, attrezzature, locali, etc. Questa è la condizione prevista dall’art. 47-bis, co. 2, lett. a) del TUIR.

Su questa tipologia di dividendi, viene confermata l’applicazione del c.d. “credito indiretto” (ex art. 3 del D.Lgs. n. 147/2015) che prevede il riconoscimento di un credito d’imposta nei casi in cui venga fornita la dimostrazione dell’esimente sopracitata di cui all’art. 167 comma 5 lett. a) del DPR n 917/86.

L’effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale della società controllata estera ai fini dell’esimente

Per beneficiare della detassazione per il 50% dei dividendi provenienti da paradisi fiscali, occorre che la partecipata dimostri, anche in sede di interpello, di svolgere un’attività industriale o commerciale come principale attività. Questo, ovviamente nel proprio mercato dello Stato di insediamento. Secondo la Circolare n. 51/E/2010, tale locuzione deve essere intesa nel senso che il socio residente nel territorio dello Stato deve provare che il soggetto estero controllato possiede:

  • La disponibilità in loco di una struttura organizzativa;
  • Il radicamento della propria partecipata nel Paese o territorio estero di insediamento.

In particolare, l’Amministrazione finanziaria ritiene che la disponibilità in loco da parte della società estera di una struttura organizzativa idonea sia una condizione necessaria, ma può risultare non sufficiente. Si sostiene, infatti, che la disponibilità di una struttura organizzativa idonea dimostra unicamente la presenza fisica della partecipata estera nel territorio ospitante. E non anche che quest’ultima svolge effettivamente in loco un’attività industriale o commerciale.

Esistenza di struttura organizzativa

Per dimostrare l’esistenza di un’effettiva struttura organizzativa nel territorio a fiscalità privilegiata la documentazione rilevante è rappresentata, tra l’altro, da:

  • Le scritture contabili della partecipata estera, eventualmente certificate sulla base della legislazione del Paese in cui l’impresa è localizzata;
  • Il prospetto descrittivo dell’attività esercitata;
  • I contratti comprovanti la detenzione di immobili destinati a sede e ad uffici;
  • I contratti conclusi con il personale dipendente;
  • I conti correnti bancari aperti presso istituti locali.

Per radicamento deve intendersi il legame economico e sociale della partecipata con il Paese estero. E, quindi, “la sua intenzione di partecipare, in maniera stabile e continuativa, alla vita economica di uno Stato […] diverso dal proprio e di trarne vantaggio“. Tale definizione pare che debba essere intesa come collegamento:

  • Al mercato di sbocco; oppure
  • Al mercato di approvvigionamento.

Inoltre, il collegamento con il mercato locale deve essere “significativo“. Ovvero deve riguardare più del 50% degli “acquisti” o delle “vendite” della partecipata. Pertanto, la circostanza che la partecipata non si rivolga al mercato locale né in fase di approvvigionamento, né in fase di distribuzione, costituirebbe un indizio del mancato esercizio da parte della stessa di un’effettiva attività commerciale nel territorio di insediamento. Comunque, per ottenere il riconoscimento della prima esimente:

  • E’ possibile valorizzare anche altri elementi eventualmente prodotti dal contribuente a supporto della richiesta disapplicativa. Ad esempio, potrà darsi rilievo alle ragioni economiche-imprenditoriali che hanno portato l’impresa residente a investire nello Stato o territorio a fiscalità privilegiata;
  • La mancanza di una o entrambe delle condizioni indicate dall’Agenzia. Esistenza di un’idonea struttura organizzativa e del radicamento nel territorio estero non preclude la possibilità di dimostrare la sussistenza della prima esimente sulla base di altri elementi.
Prova rafforzata di attività all’estero

La condizione di effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale non può essere considerata verificata qualora, a prescindere dalla valutazione di ogni altro elemento, i proventi di detta società o ente non residente per più del 50% derivano da c.d. passive income, ossia dalla:

  • Gestione, detenzione o investimento in titoli, partecipazioni, crediti o altre attività finanziarie. Es. dividendi, plusvalenze, interessi attivi, commissioni;
  • Dalla cessione o dalla concessione in uso di diritti immateriali relativi alla proprietà industriale, letteraria o artistica. Es. royalties;
  • Dalla prestazione di servizi infragruppo, ivi compresi i servizi finanziari. Es. servizi di contabilità, di tesoreria accentrata o di consulenza.

Il limite del 50% dei proventi derivanti da passive income deve essere considerato quale soglia al cui superamento si presume – salvo prova contraria – che la partecipata estera sia una società senza impresa. In presenza di proventi derivanti da passive income superiori al 50% del totale, la sussistenza di un’effettiva struttura estera si considera verificata in mancanza di intenti o effetti elusivi finalizzati alla distrazione di utili dall’Italia verso Paesi o territori a fiscalità privilegiata. Ossia, si tratta di una vera e propria prova “rafforzata” per la verifica del requisito di effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale.

Credito di imposta indiretto

L’art. 3 comma 1 del D.Lgs. n. 147/2015 ha previsto che al socio residente sia riconosciuto un credito di imposta c.d. “indiretto“. Questo in ragione delle imposte assolte dalla società partecipata residente in uno Stato a fiscalità privilegiata sugli utili maturati durante il periodo di possesso della partecipazione. Questo in proporzione degli utili conseguiti e nei limiti dell’imposta italiana relativa a tali utili.

Il credito di imposta indiretto viene riconosciuto a condizione che venga verificata l’esimente prevista dall’art. 167 comma 5 lett a) del DPR n. 917/86. Ossia nel caso in cui la partecipata svolga un’effettiva attività industriale o commerciale nel territorio di insediamento. Inoltre, come espressamente chiarito dalla Circolare n. 35/E/2016, il credito viene riconosciuto ai soli “soci di controllo“. In altre parole, il contribuente può beneficiare di un credito di imposta in ragione delle imposte pagate all’estero non dalla soggetto residente in Italia. Ma dalla società partecipata dalla quale provengono gli utili tassati percepiti. La peculiarità dell’istituto, dunque, risiede nel fatto che tale credito per imposte estere può essere richiesto da un soggetto (socio residente) diverso da quello che ha subìto il prelievo fiscale (società estera distributrice dei dividendi) a fronte del quale il medesimo credito viene riconosciuto. Al riguardo, la circ. Agenzia delle Entrate 35/E/2016 ha chiarito che a questo credito di imposta si applicano i principi delineati dall’art. 165 del DPR n. 917/86. Quindi, il credito in argomento spetta fino a concorrenza della quota di imposta lorda italiana corrispondente al rapporto tra gli utili conseguiti e il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione. Inoltre, per il credito indiretto dovrebbe applicarsi quanto previsto dall’art. 165 comma 10 del DPR n. 917/86 , per il quale:

nel caso in cui il reddito prodotto all’estero concorra parzialmente alla formazione del reddito complessivo, anche l’imposta estera va ridotta in misura corrispondente

Articolo 165, comma 10 DPR n 917/86

Ciò significa che l’esclusione degli utili per il 50% del loro ammontare introdotta dalla L. 205/2017 dovrebbe ridurre, del medesimo importo, l’imposta estera che può beneficiare del credito di imposta indiretto.

Indicazione in dichiarazione dei dividendi black list

Deve essere evidenziato che occorre dare apposita indicazione in dichiarazione dei redditi dei dividendi derivanti da partecipazioni in società situate in territori black list, qualora:

  • Si intenda far valere le condizioni indicate nella lett. c) del co. 1 dell’art. 87, beneficiando della tassazione ordinaria, ma senza aver presentato istanza di interpello (art. 27-bis, co. 2 lett. b) del TUIR);
  • Avendo presentato interpello, non avendo ricevuto risposta favorevole.

In dichiarazione deve essere indicato l’importo escluso da tassazione e non l’intero ammontare del dividendo. In caso di omessa o incompleta indicazione dei dividendi black list in dichiarazione è prevista l’applicazione di una sanzione amministrativa pari al 10% dell’ammontare dei dividendi.

Dividendi provenienti da paesi black list: consulenza

La disciplina legata alla tassazione dei dividendi provenienti da società residenti in paesi non collaborativi è sicuramente complessa. Le variabili in gioco non permettono di sottovalutare la situazione, sia per le diverse modalità di identificazione dei paesi non collaborativi, non più legata all’inserimento in una lista, ma legata alla verifica della tassazione effettiva e nominale in relazione alle partecipazioni non qualificate e qualificate. Oltre a questo aspetto entrano in gioco le possibili esimenti che possono essere fatte valere dal contribuente al fine di evitare la tassazione al 100% del dividendo (ai fini IRPEF o IRES). L’esimente, sicuramente, è consigliabile farla valere in sede di interpello, al fine di avere maggiore certezza in merito al comportamento da adottare (ed evitare l’applicazione di possibili sanzioni). In alternativa, come abbiamo visto, è comunque possibile collocare in dichiarazione dei redditi la quota del dividendo estero black list non assoggettata a tassazione (in virtù della esimente da dimostrare in sede di accertamento). Infine, occorre tenere in considerazione le eventuali ritenute a titolo di imposta o di acconto (a seconda dei casi) che possono essere applicate sui dividendo al momento del percepimento in Italia.

Se hai letto questo articolo e ti stai rendendo conto che necessiti dell’analisi della tua situazione personale, ti invito a contattarci attraverso il form di cui al link seguente. Riceverai il preventivo per una consulenza personalizzata in grado di risolvere i tuoi dubbi sull’argomento. Soltanto in questo modo, infatti, potrai essere sicuro di evitare di commettere errori, che in futuro possono esserti contestati e quindi sanzionati.

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