In diverse situazioni può accadere che non vengano correttamente versati i contributi INPS necessari per accedere alla pensione. I contributi sono somme di denaro che vengono versate solitamente dai datori di lavoro (nel caso di lavoratori dipendenti), mentre i lavoratori autonomi si occupano in prima perdona di versare i propri contributi ogni anno a fini pensionistici.

Può accadere di trovarsi nella spiacevole situazione in cui l’azienda per cui si lavora non versi i dovuti contributi INPS per i propri lavoratori dipendenti: in questo caso il datore di lavoro è sanzionabile dalla legge, tuttavia può accadere che il lavoratore riscontri non poche problematiche a causa di queste mancanze.

Un altro caso possibile è quello per cui il lavoratore autonomo, che è tenuto a versare i contributi per la propria pensione, non proceda poi effettivamente al versamento degli importi dovuti all’ente previdenziale per poter accedere alla pensione. Anche in questo caso le conseguenze non sono indifferenti.

Infine esiste la circostanza per cui il cittadino non riesca effettivamente ad accumulare abbastanza contributi per poter accedere al periodo di pensione: questo può essere causato da un’instabilità lavorativa, da disoccupazione oppure da casistiche specifiche. Vediamo in questo articolo quali sono le conseguenze del mancato versamento dei contributi in tutte queste circostanze, e com’è possibile rimediarvi.

Contributi non versati: il lavoratore dipendente

Nel caso in cui si prenda in considerazione un lavoratore dipendente, a versare i contributi INPS necessari per accedere alla pensione si occupa il datore di lavoro. L’azienda quindi deve provvedere a versare periodicamente i contributi cumulati ogni mese durante le prestazioni lavorative del dipendente direttamente all’ente previdenziale.

Ma cosa accade ai lavoratori per cui i datori di lavoro mancano a questo obbligo? I contributi previdenziali consistono in una somma di denaro che il datore di lavoro deve obbligatoriamente versare, altrimenti possono essere applicate sanzioni specifiche allo stesso, per ogni dipendente per cui è mancato il versamento.

Nel caso in cui quest’obbligo non viene rispettato, l’azienda si trova in una situazione di evasione contributiva. I contributi obbligatori in totale riguardano il 33% della retribuzione del dipendente, in base a tutti i giorni lavorativi svolti.

Sono considerati sostituti d’imposta tali datori di lavoro, ma anche chi provvede al pagamento di lavoratori domestici, come colf oppure badanti. Quando il datore di lavoro non versa questi contributi si parla di sanzioni sotto forma di denaro per il datore.

Puoi verificare la tua posizione contributiva mediante il Sito INPS accedendo con le tue credenziali SPID, ovvero con la carta nazionale dei servizi (CNS) ed accedere all’Estratto conto contributivo, il quale è un documento riepilogativo di tutti gli anni contributivi accreditati a tuo nome.

A questo punto una volta accertata la mancanza, il lavoratore può chiedere all’azienda il versamento, e se continua a mancare è possibile recuperare questi contributi rivolgendosi direttamente all’INPS denunciando ciò che sta accadendo. L’ente previdenziale può provvedere al recupero di questi importi entro 10 anni dalla data effettiva presupposta per il versamento. In molti casi si può arrivare alla richiesta di risarcimento di danni. 

Va ricordato che la mancanza di contributi versati all’ente previdenziale può comportare anche un allontanamento di diversi anni dal momento in cui si può accedere alla pensione, situazione comunque spiacevole per i lavoratori.

Il lavoratore dipendente preserva comunque il diritto alla pensione anche qualora il datore di lavoro non versi i contributi dovuti, fino a che non si verifichi la prescrizione (quinquennale). La Corte di Cassazione si è espressa in tal senso con la sentenza n. 2164/2021. L’art. 2116 c.c., co.1 , prevede che:

Le prestazioni indicate nell’art. 2114 sono dovute al prestatore di lavoro, anche quando l’imprenditore non ha versato regolarmente i contributi dovuti alle istituzioni di previdenza e di assistenza, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali o delle norme corporative.

Contributi non versati: che fare?

Per prima cosa occorre verificare se i contributi non versati si riferiscono a un periodo inferiore o superiore a 5 anni. Qualora si riferiscono ad un periodo inferiore a 5 anni, è sufficiente informare immediatamente l’INPS che, insieme all’Agenzia delle entrate, provvederà a effettuare la verifica dei versamenti del datore di lavoro. Invece, qualora l’inadempienza si riferisca ad un periodo superiore a 5 anni, si verifica la prescrizione, pertanto decade l’obbligo di versare i contributi. In quest’ultimo caso, l’INPS non può agire nei confronti del datore di lavoro per ottenere il debito contributo. Tuttavia, il lavoratore ha la facoltà di riscattarli mediante la “costituzione di rendita vitalizia”. Questo istituto vale nell’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e anche per i superstiti. Per poter agire occorre avere idonea documentazione che provi:

  • l’esistenza del rapporto di lavoro;
  • la durata del rapporto di lavoro;
  • l’ammontare della retribuzione corrisposta.

Costituzione rendita vitalizia

La costituzione della rendita vitalizia ha la finalità di sanare un’omissione contributiva nell’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti in relazione alla quale si sia verificata la prescrizione e, quindi, ha come presupposto l’inadempimento di un obbligo contributivo da parte del soggetto tenuto al pagamento dei contributi.

Per la domanda di rendita vitalizia non è previsto alcun termine di prescrizione. La richiesta di costituzione della rendita vitalizia può essere fatta dal lavoratore, in qualsiasi momento, ma anche:

  • Dal datore di lavoro che ha intenzione di sanare la sua situazione;
  • Dagli eredi del lavoratore.

Successivamente è stata riconosciuta anche in favore di:

  • familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
  • collaboratori del nucleo diretto coltivatore diverso dal titolare;
  • coloro che, essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione Separata di cui alla legge 8 agosto 1995, n. 335, non siano però obbligati al versamento diretto della contribuzione, essendo la propria quota trattenuta dal committente/associante e versata direttamente da quest’ultimo.

La costituzione della rendita vitalizia riguarda i contributi che non possono essere più versati in quanto è intervenuta la prescrizione. Inoltre, il riscatto può essere richiesto anche per omissioni parziali, come il mancato versamento di qualche mese di contribuzione da parte del datore di lavoro, o il versamento di contributi di importo inferiore a quelli realmente spettanti.

L’onere di riscatto è a carico del richiedente, pertanto è suo onere dimostrare che effettivamente questi contributi erano spettanti al lavoratore, mediante ogni documento che attesti il rapporto di lavoro nel periodo in cui i contributi sarebbero dovuti essere versati, buste paga, contratti di assunzione. La domanda va presentata all’INPS.

Ricapitolando:

  • contributi non versati e non prescritti (contributi si riferiscono ad un periodo inferiore a 5 anni): il lavoratore può comunicare la situazione all’INPS in modo che possa agire in giudizio contro il datore di lavoro;
  • contributi si riferiscono ad un periodo superiore a 5 anni, pertanto è intervenuta la prescrizione quinquennale: il lavoratore ha la facoltà di riscattarli mediante “costituzione di rendita vitalizia”. Il lavoratore può anche agire comunque contro il datore di lavoro per il risarcimento del danno “poichè tale situazione determina l’attualizzarsi per il lavoratore del danno patrimoniale risarcibile, consistente nella perdita totale del trattamento pensionistico ovvero nella percezione di un trattamento inferiore a quello altrimenti spettante (Cass. n. 3790 del 1988; n. 27660 del 2018)”.

Contributi non versati: il lavoratore autonomo

Un altro caso è quello dei lavoratori autonomi, che non hanno di fatto un sostituto d’imposta, ovvero un datore di lavoro che provvede al versamento dei contributi periodicamente. Nonostante non sia presente un sostituto di imposta, anche chi lavora con Partita IVA deve versare i propri contributi all’ente previdenziale INPS, o in alternativa ad una cassa specifica per la professione svolta.

Il lavoratore autonomo allo stesso modo di quello dipendente versa i propri contributi INPS per poter accedere alla pensione e ricevere un importo ogni mese dall’ente previdenziale. Quando il lavoratore autonomo non provvede al pagamento dei contributi INPS, calcolati sulla base del guadagno effettivo dell’anno, anche questo soggetto può essere punibile con sanzioni.

Nel caso in cui l’ente previdenziale si accorge di mancanze nei versamenti può fare richiesta al lavoratore autonomo di pagare le cifre dovute, con un’aggiunta di sanzioni ed eventuali interessi. In questo caso si deve procedere velocemente al pagamento degli importi, al massimo entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione, in alternativa le sanzioni saranno molto più alte, rispetto al 10% degli importi previsti con la prima comunicazione.

Al pari di come succede con le imposte non pagate, anche per i contributi INPS è possibile procedere con un ravvedimento operoso nel caso di mancato pagamento dei contributi, in base a quei periodi che sono stati scoperti dalla contribuzione. 

Va ricordato anche che i lavoratori con Partita IVA spesso hanno con sé dei collaboratori che lavorano come dipendenti, per cui devono anche provvedere al versamento dei contributi. La situazione si aggrava a livello di sanzioni nel momento in cui il lavoratore con Partita IVA omette il versamento dei contributi sia per sé stesso che per i propri lavoratori.

Contributi non versati per disoccupazione

Un’altra situazione in cui ci si può imbattere è il mancato versamento dei contributi INPS a causa della disoccupazione. I contributi INPS vengono versati durante lo svolgimento di un lavoro: questo significa che nel caso di lavoratori dipendenti viene calcolata una somma che mensilmente viene accantonata per essere versata poi dal datore di lavoro con l’obiettivo di accedere alla pensione.

Per quanto riguarda invece i lavoratori autonomi la cifra viene calcolata sulla base del reddito, ovvero del guadagno effettivo cumulato durante diversi anni di lavoro. In questo caso sono previste delle percentuali in base a quanto guadagnato effettivamente.

Tuttavia cosa succede nel momento in cui un cittadino non sta lavorando? Durante periodi in cui il cittadino non lavora di fatto non versa i contributi, e questo potrebbe essere un problema per avere poi accesso alla pensione. In Italia l’ente previdenziale segue come norma principale l’accesso alla pensione all’età di 67 anni, tuttavia deve essere stato versato almeno un tot di anni contributivi. Per chi quindi non ha mai lavorato è impossibile accedere alla pensione anche all’età di 67 anni.

In base al caso specifico è possibile chiedere una pensione di tipo sociale e non previdenziale, ma comunque vanno documentati alcuni redditi minimi. Nel caso invece in cui il soggetto interessato non abbia mai lavorato, in quanto svolge attività da casalinga, è possibile accedere al Fondo Casalinghe versando una quota di contributi volontari per accedere poi alla pensione.

Si tratta di versare cifre molto contenute, di circa 26 euro al mese, con cui è possibile puoi accedere, una volta maturata l’età corretta, ad una piccola pensione prevista in questi casi. Negli altri casi viene riconosciuto un assegno sociale, se il soggetto pensionato ha un reddito inferiore a 5.983,64 euro all’anno, cifra che va ad aumentare se il soggetto è coniugato.

Uno dei problemi piuttosto recenti di cui si discute negli ultimi mesi riguarda le pensioni dei giovani: per i giovani negli ultimi anni è più difficile cumulare contributi sufficienti per poter accedere un giorno alla pensione, soprattutto a causa di lavori discontinui e cambiamenti frequenti di contratti. Per questo motivo si è ipotizzato un fondo di garanzia per questa particolare fascia d’età, di cui probabilmente sapremo l’evoluzione nei prossimi mesi.

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Classe 1992, laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Torino, da sempre sono appassionata di scrittura. Dopo alcune esperienze all'estero, ho deciso di approfondire tematiche inerenti la fiscalità nazionale relativa alle persone fisiche ed alle partite Iva. Collaboro con Fiscomania.com per la pubblicazione di articoli di news a carattere fiscale. Un settore complesso quello fiscale ma dove non si finisce mai di imparare.

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