Tassazione del capital gain su società residenti in paradisi fiscali. In particolare, la tassazione delle plusvalenze su partecipazioni in società residenti all’estero, in paesi a fiscalità privilegiata.

Le plusvalenze su partecipazioni in società ed enti residenti all’estero di cui all’art. 73 co. 1 lett. d) del TUIR sono soggette al regime del capital gain (art. 67 co. 1 lett. c) e c-bis) del TUIR). 

Quindi, a seconda dello Stato di residenza della società partecipata, si applica un diverso regime impositivo:

  • Se le società sono residenti in uno Stato non considerato a fiscalità privilegiata, si applicano le disposizioni relative alle plusvalenze su partecipazioni in società residenti in Italia;
  • Se le società sono residenti in uno dei Paesi o territori a fiscalità privilegiata, in linea di principio, le plusvalenze, assunte al netto del 100% delle relative minusvalenze, concorrono per il loro intero ammontare al reddito complessivo del socio residente (art. 68 co. 4 del TUIR).
Capital Gain su società in paradisi fiscali
Capital Gain su società in paradisi fiscali

Vediamo, di seguito il regime fiscale di tassazione del capital gain su società residenti in paradisi fiscali. In particolare, vedremo le plusvalenze legate alla cessione di partecipazioni.

Cominciamo!

Capital gain su società in paradisi fiscali: gli stati considerati a fiscalità privilegiata

Dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31.12.2018, l’art. 47-bis del TUIR considera residenti in Paradisi fiscali le partecipate:

  • Il cui livello di tassazione effettiva è inferiore al 50% di quello italiano, per le partecipazioni di controllo;
  • Il cui livello di tassazione nominale è inferiore al 50% di quello italiano, per le partecipazioni che non integrano il requisito del controllo.

Al ricorrere di tali requisiti, le plusvalenze realizzate concorrono alla formazione del reddito del cedente residente in Italia per il 100% del loro ammontare.

Fino al 2018, invece, l’integrale imponibilità della plusvalenza su partecipazioni si applicava se lo Stato della partecipata prevedeva un livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello applicabile in Italia.

Il momento di realizzo della plusvalenza

Anche con il nuovo regime, dovrebbe applicarsi quanto chiarito dalla Circ. Agenzia delle Entrate 4.8.2016 n. 35 (§ 3.2), per la quale occorre fare riferimento al momento di realizzo, con la conseguenza che:

  • Nel caso in cui le plusvalenze si debbano qualificare, sulla base delle disposizioni in vigore ratione temporis (al momento del realizzo in capo al socio italiano) come provenienti da un regime fiscale privilegiato, le stesse saranno assoggettate al regime di integrale imponibilità. Questo salvo che il contribuente dimostri la ricorrenza, sin dall’inizio del periodo di possesso della partecipazione, dell’esimente di cui all’art. 47-bis co. 2 lett. b) del TUIR;
  • Nel caso in cui le plusvalenze si debbano qualificare, sulla base delle disposizioni in vigore ratione temporis (al momento del realizzo in capo al socio italiano) come non provenienti da un regime fiscale privilegiato, potranno beneficiare della parziale imposizione.

Occorre, infine, precisare che il regime di integrale tassazione delle plusvalenze non riguarda le partecipazioni in soggetti in Stati membri dell’Unione europea o aderenti allo Spazio economico europeo (SEE).

In sostanza, al fine di stabilire se le plusvalenze provengano o meno da un paradiso fiscale, assume rilevanza il criterio vigente al momento del loro realizzo. Questo perché è in tale momento che si verifica il presupposto impositivo in capo al soggetto residente.

Partecipazione di controllo

Ai fini della qualifica di soggetti “controllati” non residenti è necessario, in alternativa, che (art. 167 co. 2 del TUIR richiamato dall’art. 68 co. 4 del TUIR):

  • Si verifichi il controllo diretto o indiretto, anche tramite società fiduciaria o interposta persona, ai sensi dell’art. 2359 c.c. (controllo di “diritto”; controllo di “fatto”, controllo “contrattuale”), oppure
  • Oltre il 50% della partecipazione agli utili sia detenuto, direttamente o indirettamente, mediante una o più società controllate ai sensi dell’art. 2359 c.c., o tramite società fiduciaria o interposta persona (secondo quanto precisato dalla relazione illustrativa in caso di partecipazione indiretta, la percentuale di partecipazione agli utili è determinata tenendo conto dell’eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria partecipativa).

Partecipazioni quotate in mercati regolamentati

La tassazione integrale non si applica (e, pertanto, torna in vigore il regime naturale, ovvero l’imposizione sostitutiva del 26%) nel momento in cui la partecipazione nel soggetto a regime fiscale privilegiato risulti quotata nei mercati regolamentati.

Le plusvalenze e le minusvalenze di questo tipo sono equiparate a quelle su partecipazioni in soggetti residenti in Stati a regime fiscale ordinario.

Disapplicazione dell’imposizione integrale delle plusvalenze

La tassazione integrale può essere evitata – tornando così al regime ordinario delle plusvalenze su partecipazioni – se il socio residente in Italia dimostra che dalle partecipazioni non consegua l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori a regime fiscale privilegiato ex art. 47-bis co. 2 lett. b) del TUIR.

Tale condizione deve sussistere, ininterrottamente, sin dal primo periodo di possesso.

Tuttavia, per i rapporti detenuti da più di 5 periodi di imposta e oggetto di realizzo con controparti non appartenenti allo stesso gruppo del dante causa, è sufficiente che tale condizione sussista, ininterrottamente, per i cinque periodi di imposta anteriori al realizzo.

Compensazione di minusvalenze

Le minusvalenze pregresse, emerse dalla cessione di una partecipazione in uno Stato o territorio black list (diverse da quelle non qualificate e quotate in mercati regolamentati), possono essere compensate, integralmente, soltanto con le plusvalenze realizzate relativamente alle cessioni di partecipazioni, anch’esse in società residenti in Stati a fiscalità privilegiata (art. 68 co. 4 del TUIR).

Qualora tali minusvalenze, siano superiori alle plusvalenze, l’eccedenza può essere dedotta integralmente dall’ammontare delle plusvalenze dei quattro esercizi successivi. Questo purché ne sia data indicazione nella dichiarazione dei redditi in cui sono state realizzate.

Si ipotizzi che un socio persona fisica che non svolge attività d’impresa detenga una partecipazione in una società residente in un Paese a fiscalità privilegiata e che possieda un’eccedenza di minusvalenza, realizzata nel 2017 da una cessione di una partecipazione qualificata in una società black list, pari a 2.000,00 euro.

Si supponga che, nel corso del 2019, abbia ceduto la partecipazione nella società in argomento ed abbia realizzato una plusvalenza di 5.000,00 euro, avendo percepito un corrispettivo pari a 30.000,00 euro per un costo d’acquisto di 25.000,00 euro.

In questa circostanza, le plusvalenze e i proventi derivanti dalle cessioni di partecipazioni in società o enti residenti in Paesi black list devono essere riportati nella sezione del “Plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni in società o enti residenti o localizzati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato” del quadro RT della dichiarazione dei redditi.

Capital gain su società in paradisi fiscali: obbligo di segnalazione in dichiarazione dei redditi

Occorre segnalare all’interno della dichiarazione dei redditi la plusvalenza derivante da una partecipazione in società a fiscalità privilegiata se:

  • Il contribuente intende far valere la sussistenza delle condizioni indicate nell’art. 47-bis co. 2 lett. b) del TUIR, beneficiando della tassazione ordinaria, ma non ha presentato l’apposita istanza di interpello;
  • Oppure, avendo presentato interpello, non abbia ricevuto risposta favorevole.

In merito, il contribuente dovrà segnalare l’importo escluso da tassazione, e non l’intero ammontare della plusvalenza (circ. n 35/2016).

Quando la segnalazione delle plusvalenze provenienti da regimi fiscali privilegiati risulti omessa o incompleta, si applica la sanzione amministrativa pari al 10% dell’ammontare delle plusvalenze di cui si è omessa l’indicazione in dichiarazione.

La sanzione è fissata nella misura che varia da un minimo di 1.000,00 euro ad un massimo di 50.000,00 euro (art. 8 co. 3-ter del DLgs. n 471/97).

Credito di imposta “indiretto

Per le plusvalenze realizzate su partecipazioni in imprese ed enti residenti o localizzati in Stati o territori a regime fiscale privilegiato, che beneficiano dell’esimente di cui all’art. 47-bis co. 2 lett. a) del TUIR (svolgimento, da parte della partecipata estera, di un’attività economica effettiva mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali):

  • Spetta un credito d’imposta ai sensi dell’art. 165 del TUIR in ragione delle imposte assolte dalla società partecipata sugli utili maturati durante il periodo di possesso della partecipazione;
  • In proporzione delle partecipazioni cedute e nei limiti dell’imposta italiana relativa a tali plusvalenze.

A questi fini, occorre procedere alla compilazione del quadro CE della dichiarazione dei redditi.

Le partecipazioni in società quotate in borsa non sono mai “black list”

Il 28 novembre 2018, il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via definitiva, il decreto legislativo che recepisce la direttiva antielusione 2016/1164/UE (c.d. direttiva “ATAD”). Queste disposizioni si applicano a partire dal periodo di imposta 2019 (per i soggetti con periodo di imposta coincidente con l’anno solare).

Lo schema di DLgs. di attuazione della direttiva ha previsto l’estensione dell’imposizione sostitutiva del 26% alle plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni qualificate quotate in società a regime fiscale privilegiato.

Sostanzialmente, tutti i redditi finanziari (sia i dividendi, sia le plusvalenze) che emergono dal possesso o dalla cessione di partecipazioni quotate siano tassati, dal 2019, con le regole ordinarie previste per i redditi di fonte estera. Questo, indipendentemente dalla localizzazione della partecipata e dal connesso regime impositivo nel proprio Stato di residenza.

La disciplina previgente sul capital gain su società Black List

Per inquadrare le modifiche in questione è opportuno fare un passo indietro e ricordare che, sino alla fine del 2017, in virtù della formulazione degli artt. 68 comma 4 del TUIR e 27 comma 4 del DPR n 600/73, il regime fiscale dei redditi finanziari di fonte estera era fondato su tre parametri, rappresentati:

  • Dalla localizzazione della partecipata (in uno Stato a regime fiscale ordinario o privilegiato),
  • Dall’entità della partecipazione (qualificata o non qualificata) e
  • Dalla natura della partecipazione stessa (quotata o non quotata).

Concentrando l’attenzione sulle partecipazioni in società a regime fiscale privilegiato, i dividendi e le plusvalenze concorrevano alla formazione del reddito del percipiente – tassato con le aliquote progressive IRPEF – in misura integrale. Se, però, le partecipazioni detenute erano quotate nei mercati regolamentati e non superiori alle soglie di qualificazione (pari, per le società quotate, al 2% dei diritti di voto o al 5% del capitale), si ritornava al regime naturale, ovvero alla previsione di una ritenuta d’ingresso a titolo d’imposta o all’imposta sostitutiva da liquidare nel quadro RM della dichiarazione (in entrambi i casi con aliquota del 26%) per i dividendi, e all’imposta sostitutiva del 26%, da liquidare in ogni caso nel quadro RT della dichiarazione, per i capital gain.

La quotazione certifica l’operatività

Il legislatore aveva, in sostanza, preso atto che la quotazione nei mercati regolamentati dei titoli della partecipata era condizione sufficiente per certificarne la “operatività”, esonerando quindi il socio dall’onere, normalmente gravoso, di accertare se la partecipata stessa dovesse essere considerata a regime fiscale privilegiato o meno.

Questa causa esimente era però limitata alle partecipazioni quotate non qualificate (le quali, comunque, rappresentano la grande maggioranza delle partecipazioni presenti nei portafogli titoli); per le partecipazioni quotate qualificate, invece, evidentemente si riteneva che il socio avesse la possibilità di indagare il reale livello impositivo della partecipata estera, per cui l’utile o la plusvalenza risultavano integralmente imponibili, fatta naturalmente salva la possibilità di disapplicare la norma, anche con interpello, se il socio avesse deciso di intraprendere questa indagine.

Effetti della tassazione al 26%

Queste consolidate regole sono state in parte modificate dall’art. 1 commi 999 e ss. della L. 205/2017. Anche i dividendi derivanti dal possesso di partecipazioni qualificate in società quotate siano assoggettati all’imposizione del 26%, pur se la partecipata è a regime fiscale privilegiato. L’effetto per il socio qualificato dovrebbe risultare quello di una minore tassazione complessiva rispetto al passato, anche se l’imposizione sostitutiva preclude il recupero delle imposte assolte all’estero.

L’intervento della L. n 205/2017 ha, però, lasciato inalterato il regime del capital gain, per cui la persona che ceda la propria partecipazione qualificata nella società quotata a regime fiscale privilegiato risulterebbe oggi tassato sul 100% della plusvalenza (mentre il socio non qualificato sconterebbe, come detto, l’imposta sostitutiva del 26%). A ciò pone rimedio l’art. 5 dello schema di DLgs. delegato, il quale estende ai capital gain qualificati in società quotate “black list” il regime naturale, dal 1° gennaio 2019 rappresentato dall’imposizione sostitutiva del 26%, indipendentemente dall’entità delle partecipazioni detenute.

Pur non essendovi indicazioni esaustive sul punto da parte della Relazione illustrativa allo schema di DLgs. attuativo, sembra quindi di comprendere che il legislatore abbia inteso riconoscere una valenza ancora maggiore alla quotazione della partecipata nei mercati regolamentati quale fattore di “disattivazione” del regime di tassazione integrale dei dividendi e delle plusvalenze, riservando lo stesso alle sole partecipazioni non quotate; si può invece ipotizzare che la modifica non derivi dalla constatazione per cui, nelle società quotate, anche una partecipazione rilevante (es. il 3% dei diritti di voto) difficilmente consente di ottenere informazioni sulla natura privilegiata o meno del livello di fiscalità della società partecipata, essendo dal 2019 questo test fondato sul più semplice parametro del livello nominale di tassazione per tutte le partecipazioni non di controllo.

Facoltà di frazionamento della plusvalenza

Secondo la sentenza Cass. 25.11.2011 n. 24944, l’opzione e la revoca di regimi di determinazione dell’imposta o di regimi contabili si può desumere da comportamenti concludenti del contribuente o dalle modalità di tenuta delle scritture contabili.

La Corte afferma che è sufficiente che gli effetti della ripartizione della plusvalenza siano confluiti all’interno della dichiarazione dei redditi, pur in mancanza della formale opzione per la rateizzazione.

Capital gain su società: conclusioni

In questo articolo ho delineato le principali indicazioni che riguardano la tassazione del capita gain riguardante la cessione di partecipazioni di società residenti in Paesi a fiscalità privilegiata.

Queste plusvalenze, in linea generale, concorrono integralmente alla formazione del reddito imponibile dell’ente che ha generato la plusvalenza. Questo a meno che, tale soggetto, non eserciti le esimenti di cui all’art. 24 del TUIR, relative all’operatività della società ceduta. Inoltre, in questo contesto deve essere inquadrata anche la fattispecie legata alla cessione di una partecipazione quotata in borsa. In questo caso, infatti, non si può mai parlare di cessione di partecipazione in Paese a fiscalità privilegiata.

In questo contesto deve essere prestata particolare attenzione alla corretta determinazione del capital gain. Questo, sia dal punto di vista dell’ammontare imponibile (al netto di eventuali minusvalenze), sia dal punto di vista del regime fiscale applicabile.

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