L'autocertificazione impatriati è un documento in carta libera con cui il lavoratore dipendente dichiara formalmente al proprio datore di lavoro il possesso dei requisiti previsti dal D.Lgs. 209/23. La consegna di questo modulo autorizza l'azienda, in qualità di sostituto d'imposta, ad applicare la detassazione IRPEF in busta paga (al 50% o al 40%), sotto la piena e unica responsabilità del lavoratore stesso.
I lavoratori dipendenti che intendono usufruire dell'agevolazione legata ai lavoratori impatriati in Italia devono presentare un'apposita autocertificazione al datore di lavoro. Questo documento è davvero molto importante, in quanto rappresenta l'assunzione di responsabilità del lavoratore in relazione alla presenza dei requisiti richiesti dalla norma. La responsabilità, indirettamente, è data dal fatto che l'Agenzia delle Entrate non prevede controlli preventivi, e quindi un errore del lavoratore sui requisiti che ha autocertificato potrebbe "costare" l'agevolazione.
Cos'è l'autocertificazione per il regime impatriati e a cosa serve? L'autocertificazione impatriati è una richiesta scritta in carta libera con cui un lavoratore dipendente comunica al proprio datore di lavoro di possedere i requisiti per beneficiare del regime agevolato previsto dall'art. 5 del D.Lgs. n. 209/23. Presentando questo documento, il lavoratore autorizza formalmente l'azienda ad applicare una detassazione del 50% (o del 60% in presenza di figli minori) sull'imponibile IRPEF direttamente in busta paga. Sebbene l'attuale normativa non menzioni esplicitamente l'obbligo di una richiesta scritta, la prassi consolidata dell'Agenzia delle Entrate (sancita dalle Circolari n. 17/E/17, Parte II, § 4 e 33/E/2020) impone questo passaggio documentale per attivare correttamente il datore di lavoro in veste di sostituto d'imposta. L'assenza di controlli preventivi dell'Agenzia delle Entrate: perché il rischio è tuo Il punto cruciale, e spesso sottovalutato, di questa procedura risiede nel termine stesso: autocertificare. Consegnando il modulo all'ufficio HR (Risorse Umane), il lavoratore si assume in prima persona la totale responsabilità in merito alla reale presenza dei requisiti dichiarati (come l'aver trascorso almeno tre periodi d'imposta all'estero o il possesso di elevata qualificazione/specializzazione). Il datore di lavoro, infatti, non ha né il potere né l'obbligo di indagare sul passato fiscale del dipendente. L'azienda si limita a recepire il documento, considerandolo valido fino a prova contraria, e ad adeguare i cedolini paga. Poiché l'Agenzia delle Entrate non effettua alcun controllo preventivo al momento della consegna della richiesta, un eventuale errore di valutazione ricade esclusivamente sul lavoratore. In caso di successivo accertamento da parte del Fisco, la decadenza dall'agevolazione comporterà per il dipendente l'obbligo di restituire tutte le imposte non versate, maggiorate di sanzioni e interessi. Agevolazione in busta paga vs. rimborso: cosa cambia?...
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