tassazione trust
tassazione trust

Il trust (la cui traduzione è “affidamento”) è un istituto giuridico di grande duttilità, riconosciuto in Italia solamente di recente e difficilmente riconducibile ad uno schema operativo immutabile. Il trust è istituto tipico degli ordinamenti di c.d. common lawovvero degli ordinamenti che si basano più sulla casistica giurisprudenziale che sulla codificazione scritta di leggi e regolamenti.

La sua diffusione nei paesi ove il diritto è di matrice romana, privi altresì di una disciplina sul tema, è affidata alla Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985. Trattato multilaterale con il quale gli Stati firmatari hanno stabilito disposizioni comuni relative alla legge applicabile ai trust, risolvendo così i problemi più importanti relativi al loro riconoscimento.

L’Italia ha reso esecutiva la Convenzione con la Legge n. 364 del 16 ottobre 1989, entrata in vigore il 1° gennaio 1992, impegnandosi così a riconoscere gli effetti giuridici dei trust. Effetti regolati necessariamente da una legge estera, nella misura in cui rispettosi dei vincoli del Trattato.

Il trust, quindi, è un istituto che a ben determinate condizioni può comportare vantaggi in materia impositiva a favore del contribuente. Alleggerendone, o quanto meno, diluendo nel tempo il peso dell’imposizione. Di seguito analizziamo la fiscalità diretta del trust, e come è possibile utilizzarlo al fine di ricevere un possibile risparmio di imposta.

Inquadramento civilistico del trust

Lo strumento giuridico del trust è stato disciplinato in Italia attraverso la ratifica della Convenzione dell’Aja, ad opera della Legge n. 364/1989, in vigore dal 1° gennaio 1992.

Il trust è un rapporto giuridico fiduciario mediante il quale un soggetto, definito “disponente” (o settlor) con un negozio unilaterale, cui generalmente seguono uno o più atti dispositivi, trasferisce ad un altro soggetto, definito “trustee“, beni di qualsiasi natura, affinché quest’ultimo li gestisca e li amministri, coerentemente con quanto previsto dall’atto istitutivo del trust per il raggiungimento delle finalità individuate dal disponente.

Nel tempo si sono venute a creare diverse figure di trust, tra le quali:

  • Il trust familiare: in cui si assiste alla devoluzione dei beni trasferiti ad altri soggetti, definiti “beneficiari”, al termine del trust. Si tratta di rapporti giuridici che hanno la finalità di assistenza o di pianificare aspetti successori;
  • Il trust di garanzia: in cui il disponente intende tutelare uno o più suoi creditori in maniera rafforzata, così ottenendo risultati analoghi a quelli perseguibili tramite l’attribuzione a costoro di un diritto di pegno o d’ipoteca;
  • Il trust liquidatorio: in cui si persegue l’obiettivo di realizzare la liquidazione dell’attivo di una società per pagare i creditori della stessa.

Infine, deve essere segnalato anche l’istituto del c.d. “trust autodichiarato“, che si realizza quando è lo stesso disponente ad essere designato quale trustee.

Fiscalità diretta del trust in Italia

I trust residenti o non residenti sono inclusi tra i soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società (IRES). In questo modo è stata attribuita al trust una autonoma soggettività tributaria. In particolare, sono soggetti all’imposta sul reddito delle società:

  • I trust residenti nel territorio dello Stato che hanno oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali;
  • I trust residenti nel territorio dello Stato che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali;
  • I trust non residenti, per i redditi prodotti nel territorio dello Stato.

Ai fini delle imposte sui redditi, si possono distinguere due tipologie di trust (Circolare n 48/E/2007):

  • Trust opachi: si tratta dei trust sena beneficiari di reddito individuati. I redditi vengono direttamente attribuiti al trust medesimo;
  • Trust trasparenti: si tratta dei trust con beneficiari di reddito individuati, i cui redditi vengono imputati per trasparenza ai beneficiari.

Da evidenziare che in caso di trust trasparenti (residenti o non residenti) questi non è considerato come un autonomo soggetto di imposta, ma piuttosto come un’entità trasparente. Il reddito ovunque conseguito dal trust trasparente viene assoggettato a tassazione per trasparenza in capo al beneficiario (residente) come reddito di capitale (lett. g-sexies) del co. 1 dell’art. 44 del TUIR). In questo caso di applicano le aliquote progressive dell’IRPEF in caso di beneficiario persona fisica in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell’atto di costituzione del trust o in altri documenti successivi, ovvero, in mancanza, in parti uguali (co. 2, art. 73 TUIR).

Naturalmente, ove il reddito abbia già scontato una tassazione a titolo di imposta o di imposta sostitutiva in capo al trust che lo ha realizzato, il reddito non concorre alla formazione della base imponibile, né in capo al trust opaco né, in caso di imputazione per trasparenza, in capo ai beneficiari del trust trasparente. Pertanto, la percezione di tali redditi da parte degli stessi rimane una mera movimentazione finanziaria, ininfluente ai fini della determinazione del reddito.

È possibile, tuttavia, che un trust sia al contempo opaco e trasparente (trust misto). Questa particolare fattispecie si verifica nel caso in cui l’atto istitutivo preveda che una parte del reddito di un trust venga accantonata a capitale e l’altra parte sia attribuita ai beneficiari (c.d. “trust di accumulo”). In questo caso ai fini reddituali:

  • Il reddito accantonato deve essere tassato in capo al trust, ai fini IRES;
  • Il reddito attribuito ai beneficiari, qualora ne ricorrano i presupposti, deve tassato in capo ai beneficiari.

Il trust misto

L’Agenzia delle Entrate ha confermato la natura di trust misto ad un trust in cui “il reddito del trust, assolto ogni costo relativo, deve essere dai trustee mantenuto nel Trust e utilizzato secondo gli specifici scopi da questo previsti; tuttavia, non potrà essere erogato più del 75 % del reddito prodotto”. In conformità a tale qualificazione il reddito accantonato deve essere tassato in capo al trust. Mentre, al contrario, il reddito attribuito al disponente beneficiario è tassabile in capo a quest’ultimo per trasparenza e, dopo la sua morte, agli eredi. Pertanto dopo aver determinato il reddito del trust, il trustee indicherà la parte di esso attribuita al trust. Su questa parte di reddito che va ad accrescere il capitale del trust, deve essere assolta l’IRES, mentre sulla parte imputata per trasparenza ai beneficiari su cui questi ultimi devono assolvere le imposte sul reddito.

Criterio di collegamento per la tassazione del reddito ai beneficiari

Sono considerati redditi di capitale i redditi imputati al beneficiario del trust ai sensi dell’art. 73, comma 2, anche se non residenti. Questo è quanto prevede l’art. 44, co. 1 lettera g-sexies) del TUIR. In particolare, il reddito imputato dal trust a beneficiari residenti è imponibile in Italia in capo a questi ultimi come reddito di capitale, ai sensi dell’art. 44 del TUIR, a prescindere dalla circostanza che il trust sia o meno residente in Italia.

Trust trasparenti

In caso di trust trasparenti (con beneficiari individuati) i redditi prodotti dal trust sono imputati ai beneficiari stessi, indipendentemente dall’effettiva percezione, secondo un criterio di competenza per trasparenza secondo l’art. 73, co. 2, ultimo periodo del TUIR.

Con il termine beneficiario individuato deve intendersi il beneficiario di reddito individuato, ovvero il soggetto che esprime, rispetto a quel reddito, una capacità contributiva effettiva (Circolare n. 48/E/2007). Questo significa che il beneficiario deve essere individuato ma anche che questi risulti titolare del diritto di pretendere dal trustee l’assegnazione della quota di reddito che gli viene imputata per trasparenza.

Il reddito imputato dal trust ai beneficiari residenti è imponibile in Italia in capo a questi ultimi come reddito di capitale, a prescindere dalla circostanza che il trust sia o meno residente in Italia e che il reddito sia stato prodotto o meno nel territorio dello Stato (Circolare n. 61/E/2010). Qualora i redditi prodotti dal trust siano effettivamente corrisposti ai beneficiari individuati questi non sono imponibili dal momento che si tratta degli stessi redditi che vengono assoggettati a tassazione nei confronti dei beneficiari per imputazione.

Trust opachi

In caso di trust opachi residenti nel territorio dello Stato, l’imposizione dei redditi da questi prodotti avviene esclusivamente nei confronti del trust. Tali redditi sono assoggettati ad IRES, direttamente ed esclusivamente nei confronti del trust. Le modalità di determinazione del reddito cambiano a seconda della natura del trust:

  • I trust opachi residenti che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale, determinano il reddito secondo le regole previste per i soggetti IRES residenti che esercitano attività commerciale;
  • I trust opachi residenti che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale, determinano il reddito secondo le regole previste per gli enti non commerciali residenti. Il reddito imponibile complessivo è, pertanto, formato dai redditi fondiari, di capitale, di impresa e diversi, ovunque prodotti e quale ne sia la destinazione ad esclusione di quelli esenti dall’imposta e di quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o ad imposta sostitutiva.

Nel caso del trust estero opaco, costituto in Stato a fiscalità privilegiata (ex art. 47-bis del TUIR) le attribuzioni di reddito da parte del trust sono assoggettate ad imposizione in capo al beneficiario residente ai sensi della lettera g-sexies) del comma 1 dell’art. 44 del TUIR (Circolare n. 61/E/2010). In tal caso, alla tassazione ridotta in capo al trust estero corrisponde, comunque, imposizione in capo al beneficiario residente per le attribuzioni di reddito da parte del trust.

Le attribuzioni a favore dei beneficiari italiani da parte di trust opachi esteri sono assoggettabili ad imposizione in Italia sulla base del criterio di cassa che regola, in genere, la tassazione dei redditi di capitale, a differenza delle attribuzioni di trust trasparenti per le quali vale il criterio di imputazione. Il meccanismo di imputazione per trasparenza, infatti, sarebbe in contrasto con le modalità di attribuzione del reddito dei trust opachi, nei quali i beneficiari sono privi del diritto di ottenere erogazioni di redditi prodotti dal trust.

Come si determina la residenza fiscale del trust?

Per la verifica della residenza fiscale del trust si applicano le regole contenute nei commi da 3 a 5 dell’articolo 73 del TUIR, ovvero:

  • Si considerano residenti in Italia gli enti che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale, o la sede dell’amministrazione, o l’oggetto principale in Italia (co. 3);
  • L’oggetto esclusivo o principale è determinato in base alla legge, all’atto costitutivo o allo statuto, se esistenti in forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata o registrata (co. 4);
  • In mancanza dell’atto costitutivo o dello statuto nelle predette forme, l’oggetto principale è determinato in base all’attività effettivamente esercitata nel territorio dello Stato (co. 5).

Il legislatore ha previsto due presunzioni di residenza in Italia per i trusts esteri istituiti in Stati non appartenenti alla “white list”, che operano ove:

  • Almeno uno dei disponenti e almeno uno dei beneficiari siano fiscalmente residenti in Italia;
  • Successivamente alla costituzione, un soggetto residente in Italia effettui in favore del trust un’attribuzione di beni immobili, diritti reali immobiliari o l’imposizione di vincoli di destinazione su tali beni.

La norma sembra ricalcare quanto previsto dal successivo comma 5-bis dell’articolo 73, del TUIR, che disciplina la fattispecie di esterovestizione delle società. Secondo questa disciplina sono considerati fiscalmente residenti in Italia le società estere che detengono partecipazioni di controllo in società italiane se, a loro volta, controllate – anche indirettamente – da soggetti residenti in Italia o amministrate, quanto meno in prevalenza, da soggetti italiani. Non è necessario che la residenza italiana del disponente e del beneficiario sussistano nel medesimo periodo d’imposta.

Per approfondire: “Esterovestizione delle società: come evitarla?“.

Criterio della sede dell’amministrazione

Nel caso in cui il criterio utilizzato per la definizione della residenza fiscale del trust sia la sede dell’amministrazione, il trust si considera residente nel Paese in cui il trustee ha la propria residenza fiscale. Nel caso in cui, ad esempio, vi siano due co-trustee, di cui uno residente in uno Stato UE e l’altro stabilito in un Paese a fiscalità privilegiata, la residenza fiscale viene attribuita allo Stato ove il trust è assoggettato ad imposizione.

Criterio dell’oggetto principale

Il criterio dell’oggetto principale per identificare la residenza fiscale è legato alla tipologia di trust. Se l’oggetto del trust è dato da un patrimonio immobiliare situato in Italia, l’individuazione della residenza fiscale è agevole. Se, invece, i beni immobili sono situati in Stati diversi occorre fare riferimento al criterio della prevalenza. In caso di patrimoni mobiliari o misti l’oggetto deve essere indentificato con l’effettiva e concreta attività esercitata, essendo a tal fine irrilevante la residenza del trustee ovvero dei bei beneficiari.

Tale criterio deve applicarsi alla generalità dei trust opachi esteri residenti in Paesi ex art. 47-bis del TUIR in cui le modalità di imposizione dei trust configurino un regime di fiscalità privilegiata. Tale valutazione deve essere operata esclusivamente sulla base delle indicazioni contenute nella lettera b) del comma 1 dell’art. 47-bis del TUIR.

Nel caso in cui il trust non sia considerato fiscalmente residente in uno Stato, secondo la legislazione di detto Stato, nonostante l’attività di amministrazione del trust sia ivi prevalentemente effettuata, ai fini dell’applicazione della norma in oggetto, il trust deve comunque considerarsi “stabilito” in quel Paese (ad es. i trust “resident but not domiciled“) qualora i redditi prodotti dal trust non subiscano in tale Paese alcuna imposizione né in capo al trust né in capo ai beneficiari non residenti. L’esempio di questa casistica è dato dai trust con più trustee nel Regno Unito. In tal caso, qualora il disponente non sia ivi residente né domiciliato (al momento della costituzione del trust e di eventuali apporti successivi) e vi sia almeno un trustee non residente o non domiciliato nel Regno Unito, i trustee non sono considerati come ivi residenti, a prescindere dalla circostanza che vi sia una maggioranza di trustee inglesi o che l’amministrazione del trust venga effettuata nel Regno Unito. Di conseguenza questa tipologia di trust, pur avendo la sede dell’amministrazione nel Regno Unito, gode, in detto Paese dei vantaggi fiscali riservati ai trust offshore. Analoghe considerazioni valgono anche nel caso in cui il trust sia ritenuto residente in uno Stato UE o SEE, se beneficia di un regime fiscale (di esenzione) previsto per i trust offshore (es. i trust a Cipro).

Come individuare i trust che godono di regime fiscale privilegiato?

Per individuare trust opachi esteri che godono di un regime fiscale privilegiato si deve fare riferimento alla lettera b) del comma 1 dell’art. 47-bis del TUIR che ravvisa tale regime ove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50% di quello applicabile in Italia.

Pertanto, il reddito di un trust opaco corrisposto ad un soggetto italiano è sempre considerato imponibile in Italia ai sensi della lettera g-sexies) del comma 1 dell’articolo 44 del TUIR qualora il livello nominale di tassazione dei redditi prodotti dal trust è inferiore al 50 di quello applicabile in Italia. In tali casi si deve tener conto anche di eventuali regimi speciali applicabili al trust.

A tal fine occorre confrontare il livello nominale di tassazione dei redditi prodotti dal trust nell’ordinamento fiscale nel quale il trust è stabilito con l’aliquota IRES vigente nel periodo d’imposta in cui i redditi di capitale sono distribuiti.

Per i trust non commerciali che producono esclusivamente redditi di natura finanziaria, occorre confrontare il livello nominale di tassazione del Paese ove è stabilito il trust non residente con quello applicabile in Italia sui redditi di natura finanziaria soggetti alle imposte sostitutive o alle ritenute alla fonte a titolo di imposta vigenti nel periodo d’imposta assunto ai fini del confronto (attualmente nella misura del 26 per cento).

Determinazione del reddito del trust

La determinazione del reddito del trust avviene secondo le norme del TUIR che regolano ciascuna tipologia di soggetto d’imposta. Questo indipendentemente dalla natura (opaca o trasparente) del trust stesso. Infatti, il trust è tenuto a determinare il proprio reddito a mezzo di apposita dichiarazione dei redditi. Salvo poi assolvere:

  • L’obbligo di assolvere la relativa obbligazione d’imposta solo per quei redditi che non siano imputati ad altri;
  • L’obbligo di “trasferire” il reddito ai beneficiari, non assolvendo su di esso le relative imposte. Questo nei casi contemplati dall’articolo 73, comma 2, del TUIR (ovvero, nel caso in cui i beneficiari siano individuati).

Il legislatore ha optato, dunque, per l’adozione di una base imponibile uniforme per il trust. Determinata la base imponibile il reddito del trust opaco è tassato direttamente dal trust. Nel caso di trust con beneficiari individuati, il reddito viene imputato e tassato in capo a questi soggetti.

La base imponibile ai fini fiscali del trust senza beneficiari individuati, è direttamente assoggettata a IRES. La tassazione avviene secondo le regole degli enti commerciali e non commerciali a seconda del tipo di attività svolta dal trust. Viceversa, nel caso di trust con beneficiari individuati, tale base imponibile sarà assoggettata all’imposta propria dei beneficiari (IRPEF) come reddito di capitale e secondo i criteri d’imputazione previsti dalla norma. In altri termini, il reddito da imputare ai beneficiari è determinato secondo le regole applicabili per il tipo di attività svolta dal trust:

  • Se il trust ha per oggetto un’attività commerciale, il reddito da imputare ai beneficiari deve essere determinato secondo le regole del reddito d’impresa;
  • Se il trust ha per oggetto un’attività non commerciale, il reddito da imputare ai beneficiari deve essere determinato secondo le regole proprie degli enti non commerciali.

Tassazione dei redditi di capitale sui beneficiari

Il principio d’imputazione in capo ai beneficiari del reddito conseguito dal trust trasparente riguarda soltanto quei redditi che non sono stati tassati con:

  • Imposta sostitutiva o
  • Ritenuta a titolo d’imposta in capo al Trust

al momento della percezione. Questi ultimi redditi di natura finanziaria non rientrano, infatti, nel principio di “imputazione” ex lege dei redditi conseguiti dal trust. Questo principio assume una valenza significativa per i contribuenti, in quanto l’eventuale reddito imputato per trasparenza ai beneficiari individuati deve essere assunto al netto delle somme già tassate a mezzo della ritenuta a titolo d’imposta o dell’imposta sostitutiva. Infatti, per il trust viene derogata la disciplina generale prevista per i redditi di capitale (all’interno dei quali rientrano – per espressa previsione legislativa – i redditi conseguiti dal beneficiario del trust).

Questi redditi, ordinariamente, sono caratterizzati dall’imposizione per cassa del percipiente. Con riferimento al reddito prodotto dal trust, si osserva che esso deve essere determinato secondo le regole applicabili alla tipologia di ente di cui si tratta (ossia, commerciale o non commerciale, residente o non residente).

Incasso di dividendi da parte del trust

Qualora il trust risulti assimilato a un ente commerciale residente, ad esempio, i dividendi sono imponibili ai sensi dell’articolo 89 comma 2 del TUIR, concorrendo alla formazione della base imponibile nel limite del 5%. Se, invece, il trust risulta assimilato a un ente non commerciale residente, gli utili percepiti concorrono alla formazione del reddito:

  • Nel limite del 77,74%, se formati con utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2016;
  • In misura integrale (100%), se formati con utili prodotti a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Gli utili percepiti dal trust non commerciale concorrono pertanto a formare la base imponibile dello stesso. In particolare, essi devono essere indicati dal trust nel quadro RL, sezione I, del modello REDDITI ENC, per essere successivamente attribuiti ai beneficiari.

Distribuzione dei redditi del trust ai beneficiari

La distribuzione dei redditi del trust ai beneficiari avviene unitamente agli altri redditi prodotti dal trust medesimo e dichiarati nei diversi quadri del modello (ad esempio, quadro RB per i redditi derivanti dai fabbricati, quadro RA per i redditi dei terreni, ecc.) oltre agli eventuali crediti di imposta estera o ritenute di acconto subite.

Il reddito complessivo del trust indicato nel quadro PN – sezione I e VII – deve essere imputato cumulativamente ai beneficiari. Questo in ragione della quota indicata nell’atto di costituzione del trust o altri atti modificativi ovvero in parti uguali in assenza di indicazioni. La successiva imputazione del reddito prodotto dal trust al beneficiario persona fisica – non esercente attività di impresa – costituisce reddito di capitale. Questo indipendentemente dal fatto che il reddito in capo al trust sia da ricondursi a una categoria reddituale diversa e a prescindere dalla circostanza che il trust sia o meno residente in Italia. Tale reddito sconta l’IRPEF secondo le aliquote progressive IRPEF.

Dal punto di vista dichiarativo, il beneficiario persona fisica non esercente attività di impresa indica il reddito imputato dal trust, comprensivo degli utili, nel modello REDDITI PF al rigo RL4 della sezione I-B del quadro RL. Naturalmente, la successiva percezione monetaria dei medesimi redditi da parte dei beneficiari costituirà una mera movimentazione finanziaria priva di conseguenze fiscali. Per quanto riguarda i dividendi sono applicabili le stesse regole valide per la tassazione di dividendi percepiti da parte di società residenti.

Per approfondire: “Tassazione dei dividendi: guida“.


Fiscalità diretta del trust: proventi immobiliari

I redditi fondiari del trust subiscono imposizione se l’immobile da cui derivano:

  • Si trova ubicato in Italia;
  • E’ (o deve essere) iscritto, con attribuzione di rendita, nel catasto dei Terreni o nel catasto edilizio urbano.

Pertanto, anche il trust estero potrebbe subire tassazione per l’immobile posseduto in Italia. Si può, pertanto, rilevare che:

  • Nel caso di trust estero immobiliare, i redditi fondiari da esso prodotti sarebbero oggetto di imposizione qualora l’immobile costituito in trust fosse ubicato in Italia;
  • Nel caso di trust immobiliare residente in Italia, i redditi derivanti dallo sfruttamento dell’immobile potrebbero essere oggetto di tassazione anche ove l’immobile fosse ubicato all’estero. Posto che i suoi frutti (canoni di locazione) potrebbero essere attribuiti a dei beneficiari (residenti o meno in Italia).

Disciplina ai fini delle imposte indirette

Il trust si sostanzia in un rapporto giuridico complesso che ha un’unica causa fiduciaria. Tutte le vicende del trust (istituzione, dotazione patrimoniale, gestione, realizzazione dell’interesse del beneficiario, il raggiungimento dello scopo) sono collegate dalla medesima causa. Ciò induce a ritenere che la costituzione del vincolo di destinazione avvenga sin dall’origine a favore del beneficiario (naturalmente nei trust con beneficiario) e sia espressione dell’unico disegno volto a consentire la realizzazione dell’attribuzione liberale.

La Corte di Cassazione, per quanto riguarda le imposte di successione, ha ritenuto di confermare l’interpretazione secondo la quale essendo la “costituzione di vincoli di destinazione” assoggettata alla reintrodotta imposta sulle successioni e donazioni occorre tenere conto, ai fini della tassazione, del presupposto stabilito per tale imposta dal D.Lgs. n. 346/1990, che impone la sussistenza “del reale trasferimento di beni o diritti e quindi del reale arricchimento dei beneficiari“, con ciò abbandonando la tesi iniziale della creazione di un autonomo presupposto impositivo.

A tal fine, il conferimento di beni e diritti in trust non integra di per sé un trasferimento imponibile bensì “rappresenta un atto generalmente neutro, che non dà luogo ad un trapasso di ricchezza suscettibile di imposizione indiretta, per cui si deve fare riferimento non già alla indeterminata nozione di ‘utilità economica, della quale il costituente, destinando, dispone’ (Cass. n. 3886/2015), ma a quella di effettivo incremento patrimoniale del beneficiario” (ordinanze 30 ottobre 2020, n. 24153 e 24154). Le medesime conclusioni sono state espresse, da ultimo, nelle ordinanze 14 giugno 2021, n. 16688; 10 giugno 2021, n. 16372; 20 maggio 2021, nn. 13818 e 13819, nonché nella sentenza 30 marzo 2021, n. 8719.

Trust residenti

L’imposta sulle successioni e donazioni è dovuta in seguito ai trasferimenti ai beneficiari del patrimonio vincolato in trust (comprendente, oltre alla dotazione patrimoniale iniziale, tutti gli eventuali successivi conferimenti effettuati dal disponente o da terzi a favore del trust ai sensi dell’articolo 2, comma 47, del decreto legge n. 262 del 2006 e delle disposizioni del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346).

Più specificamente, con riferimento agli atti che generalmente interessano la vita di un trust, si precisa quanto segue:

Atto istitutivo del trust – L’atto istitutivo con cui il disponente esprime la volontà di costituire il trust, se redatto con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, sarà assoggettato all’imposta di registro in misura fissa ai sensi dell’articolo 11 della Tariffa, parte prima, del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, anche quando nel medesimo atto venga disposta la dotazione patrimoniale al trust.

Atto di dotazione dei beni in trust – La medesima tassazione si applica anche agli atti con cui il disponente dota il trust di beni, vincolandoli agli scopi del trust. Infatti, in linea con l’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, tale atto “non determina effetti traslativi perché non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso (trustee), che è tenuto solo ad amministrarlo e a custodirlo, in regime di segregazione patrimoniale, in vista di un suo ritrasferimento ai beneficiari del trust” (Corte di Cassazione Sentenza n. 8082 del 2020). Pertanto, ai predetti atti, se redatti con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, sarà applicata l’imposta di registro in misura fissa ai sensi del sopra citato articolo 11.

Trasferimento dei beni ai beneficiari – Gli atti con cui vengono attribuiti ovvero devoluti, i beni vincolati in trust ai beneficiari realizzano il presupposto impositivo dell’imposta sulle successioni e donazioni. Infatti, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la “costituzione del vincolo di destinazione” non integra un autonomo presupposto ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni, ma è necessario che si realizzi un trasferimento effettivo di ricchezza mediante un’attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale. Nel trust, tale trasferimento imponibile si realizza solo all’atto “di eventuale attribuzione del bene al beneficiario, a compimento e realizzazione del trust medesimo” (Cassazione, Sentenza n. 8082/2020).

In ordine al momento in cui si realizza l’effettivo trasferimento di ricchezza mediante un’attribuzione stabile dei beni confluiti nel trust a favore del beneficiario, occorre far riferimento alle clausole statutarie che disciplinano il concreto assetto degli interessi patrimoniali e giuridici dell’istituto in esame.

Ai fini della determinazione delle aliquote, nonché delle relative franchigie, previste all’articolo 2, commi 48 e 49 del decreto legge 3 ottobre 2006, n. 262, occorre far riferimento al rapporto di parentela intercorrente tra il disponente e il beneficiario.
L’eventuale spettanza di esenzioni e/o agevolazioni sarà valutata al momento dell’atto di attribuzione dei beni sulla base della presenza dei relativi presupposti.

Valore dei beni vincolati in trust

Con riferimento alla determinazione del valore dei beni, vincolati in trust e trasferiti ai beneficiari, si precisa che, ai sensi dell’art. 2, comma 49 del decreto legge n. 262 del 2006, l’imposta sulle successioni e donazioni è determinata applicando le aliquote previste al “valore globale dei beni e dei diritti al netto degli oneri da cui è gravato il beneficiario diversi da quelli indicati all’articolo 58, comma 1 del citato testo unico di cui al d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346)“. L’articolo 56 del d.lgs. n. 346 del 1990 stabilisce che il predetto valore dei beni e dei diritti è determinato a norma degli articoli da 14 a 19 e dell’art. 34, commi 3, 4 e 5 del medesimo decreto.

Al riguardo, si chiarisce che il valore dei beni dovrà essere determinato in base alle specifiche disposizioni sopra richiamate, a seconda del tipo di bene trasferito, con riferimento alla data dell’atto con il quale viene effettuato il trasferimento.

Operazioni effettuate durante il trust – Per ciò che concerne le operazioni di gestione compiute dal trustee durante la vita del trust (quali, ad esempio, eventuali atti di acquisto o di vendita di beni), esse sono soggette ad autonoma imposizione, secondo la natura e gli effetti giuridici che le caratterizzano, da esaminare volta per volta con riferimento al caso concreto.

Sostituzione del trustee – Nell’arco della durata di un trust, può accadere che il trustee cessi dal suo ufficio per vari motivi tra cui la rinuncia, la revoca, la decadenza, la scadenza di termini, la sopravvenuta incapacità o altre cause individuate nell’atto istitutivo. In tal caso sarà necessario provvedere alla sua sostituzione, nominando un nuovo trustee che assumerà l’amministrazione e la gestione, secondo le disposizioni stabilite nello statuto. Alla luce dell’attuale orientamento della giurisprudenza di legittimità che individua nei soli trasferimenti di beni ai beneficiari il presupposto applicativo delle imposte sulle successioni e donazioni, si osserva che l’atto con cui si effettua la sostituzione del trustee non realizza tale presupposto ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni. Tali atti di sostituzione del trustee, se redatti con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, saranno assoggettati all’imposta di registro in misura fissa in quanto “non aventi per oggetto prestazioni a carattere patrimoniale“.

Imposte ipotecaria e catastale – Le modalità di applicazione delle imposte ipotecaria e catastale alla fattispecie dei trust, in mancanza di specifiche disposizioni, sono stabilite dal decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 347. Tali imposte sono dovute, rispettivamente, per le formalità delle trascrizioni di atti che importano trasferimento di proprietà di beni immobili o costituzione o trasferimento di diritti reali immobiliari e per le volture catastali dei medesimi atti. Le formalità e le volture catastali eseguite in dipendenza di atti di attribuzione dei beni immobili o diritti reali immobiliari vincolati in trust ai beneficiari, realizzando l’effettivo trasferimento dei beni in questione, sono soggette, invece, alle imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Trust non residenti

Ferme restando le conclusioni del paragrafo precedente che restano valide anche per gli atti relativi ai trust non residenti, in presenza dei presupposti per l’applicabilità dell’imposta sulle successioni e donazioni e delle imposte ipotecaria e catastale, con riferimento agli atti di attribuzione di patrimonio posti in essere da trust esteri che risultano formati all’estero, gli stessi sono soggetti ad obbligo di registrazione nei casi previsti dall’articolo 2, comma 1, lett. d) del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, ovvero quando “comportano trasferimento della proprietà ovvero costituzione o trasferimento di altri diritti reali, anche di garanzia, su beni immobili o aziende esistenti nel territorio dello Stato“.

Altra ipotesi in cui è previsto l’obbligo di registrazione per gli atti formati all’estero è data dal comma 1 bis dell’art. 55 del decreto legislativo n. 346 del 1990 che dispone la registrazione in termine fisso per “gli atti aventi ad oggetto donazioni, dirette o indirette, formati all’estero nei confronti di beneficiari residenti nello Stato“. Pertanto, si ritiene che l’atto di costituzione dei beni in trust, formato all’estero, vada assoggettato a registrazione in termine fisso, trattandosi di una donazione definibile “a formazione progressiva” in cui il disponente provvederà ad arricchire i beneficiari per mezzo del programma negoziale attuato tramite il trustee.

Pertanto, in applicazione dell’art. 2 del decreto legislativo n. 346/1990, nel caso in cui il disponente del trust sia residente in Italia, agli atti di attribuzioni di patrimonio sarà applicabile l’imposta proporzionale sulle successioni e donazioni, anche se i beni patrimoniali trasferiti siano esistenti all’estero. Nel caso in cui il disponente non risieda in Italia, la predetta imposta sulle attribuzioni dei beni patrimoniali sarà applicata limitatamente ai beni e ai diritti esistenti nel territorio dello Stato.

Fiscalità diretta del trust nelle Convenzioni Internazionali

I trust nelle Convenzioni Internazionali assumono la natura di “other body of persons”. Come tali, essi dovrebbero potere accedere alle norme pattizie. Conclusione, questa, accolta anche dalla Circolare n. 48/E/2007 delle Entrate. In tale documento ai afferma che anche ove non espressamente menzionato nelle singole convenzioni internazionali, il trust deve essere assoggettato alla disciplina di esse.

Il trust, infatti, configura una “persona diversa da una persona fisica” ex articolo 4, comma 3 del modello OCSE di Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni. Tuttavia, perché sia possibile applicare le Convenzioni contro le doppie imposizioni ai trusts non espressamente contemplati in esse, è, però, necessaria la presenza di una seconda condizione.

Il soggetto, oltre ad essere “persona” ai fini delle Convenzioni, deve anche essere considerato residente in almeno uno degli Stati contraenti ai sensi dell’articolo 4 del modello OCSE. A tali fini, assume rilievo il luogo di direzione effettiva, individuabile nel luogo ove viene effettivamente condotta la gestione dei beni in trust.

Ad esempio, il trust è esplicitamente riconosciuto quale “persona” dall’articolo 3 della Convenzione Italia-USA. L’articolo 4 della Convenzione Italia-USA contiene, tuttavia, una clausola antiabuso. Clausola secondo la quale i benefici convenzionali competono a condizione che il reddito dei trusts e dei patrimoni ereditari venga assoggettato ad imposta nello Stato di costituzione in capo al trust medesimo o ai suoi beneficiari.

Trust e monitoraggio fiscale

Per effetto della disciplina del cd. monitoraggio fiscale di cui al decreto legge 28 giugno 1990, n. 167 i soggetti obbligati sono tenuti alla compilazione del quadro RW della propria dichiarazione dei redditi per indicare gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia. Tale adempimento deve essere effettuato non soltanto dal possessore diretto degli investimenti o le attività estere di natura finanziaria, ma anche dai soggetti che ai sensi della normativa antiriciclaggio, risultino essere i “titolari effettivi” dei predetti beni.

Il richiamato articolo 1, comma 2, lettera pp), del decreto legislativo n. 231 del 2007 qualifica come titolare effettivola persona fìsica o le persone fisiche, diverse dal cliente, nell’interesse della quale o delle quali, in ultima istanza, il rapporto continuativo è instaurato, la prestazione professionale è resa o l’operazione è eseguita“. Rientrano nell’ambito di applicazione del monitoraggio fiscale, soggetti, indicati come “titolari effettivi”, che, pur non disponendo direttamente del patrimonio o del reddito di entità quali i trust, sono coloro che in ultima istanza beneficiano delle attività dell’entità giuridica.

Al riguardo, come chiarito con Circolare n. 38/E/2013, in generale, i soggetti obbligati al monitoraggio fiscale sono le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici e i soggetti equiparati, residenti in Italia.

I contribuenti residenti, rientranti nell’ambito soggettivo del monitoraggio fiscale, sono tenuti agli obblighi dichiarativi nell’ipotesi di detenzione di attività, finanziarie e patrimoniali, a titolo di proprietà o di altro diritto reale, indipendentemente dalle modalità della loro acquisizione e quindi anche se pervengono da eredità o donazioni. Se le attività finanziarie o patrimoniali sono in comunione o cointestate, l’obbligo di compilazione del quadro RW è a carico di ciascun soggetto intestatario con riferimento all’intero valore delle attività e con l’indicazione della percentuale di possesso. L’obbligo di compilazione del quadro RW sussiste non soltanto nel caso di possesso diretto delle attività da parte del contribuente, ma anche nel caso in cui le predette attività siano possedute dal contribuente per il tramite di interposta persona. È il caso, ad esempio, di soggetti che abbiano l’effettiva disponibilità di attività finanziarie e patrimoniali “formalmente” intestate ad un trust (sia esso residente che non residente.

Ogni qualvolta il trust sia un semplice schermo formale e la disponibilità dei beni che ne costituiscono il patrimonio sia da attribuire ad altri soggetti, disponenti o beneficiari del trust, lo stesso deve essere considerato come un soggetto meramente interposto ed il patrimonio (nonché i redditi da questo prodotti) deve essere ricondotto ai soggetti che ne hanno l’effettiva disponibilità.

Gli obblighi di monitoraggio dei beneficiari

I trust (“trasparenti” e “opachi”) residenti in Italia e non fittiziamente interposti, sono, in linea di principio, tenuti agli adempimenti di monitoraggio fiscale per gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria da essi detenuti. In particolare, il trust trasparente residente deve adempiere agli obblighi di monitoraggio fiscale con l’indicazione del valore delle attività estere e della percentuale del patrimonio non attribuibile ai “titolari effettivi” residenti.

Va da sé che se sussistono soggetti residenti titolari effettivi dell’intero patrimonio dell’ente, quest’ultimo è esonerato dalla compilazione del quadro.

Data l’ampia portata dell’attuale formulazione della norma, si ritiene che nel caso di trust opaco estero, senza quindi beneficiari di reddito “individuati” in Italia ai sensi del TUIR, indipendentemente dallo Stato estero in cui è istituito, i beneficiari dello stesso risultano comunque riconducibili ai “titolari effettivi” ai sensi della normativa antiriciclaggio. Pertanto, qualora nell’atto di trust opaco estero o da altra documentazione risultino perfettamente individuati i beneficiari dello stesso o facilmente individuabili (ad esempio i discendenti in linea retta del disponente), questi ultimi se residenti in Italia sono soggetti all’obbligo di compilazione del quadro RW.

Per permettere ai “titolari effettivi” del trust di adempiere ai suddetti obblighi dichiarativi, il trustee è tenuto ad individuare i titolari effettivi degli investimenti e delle attività detenuti all’estero dal trust e comunicare agli stessi i dati utili per la compilazione del quadro RW: la quota di partecipazione al patrimonio, gli investimenti e le attività estere detenute anche indirettamente dal trust, la loro valorizzazione, nonché i dati identificativi dei soggetti esteri.

Gli obblighi di monitoraggio dei titolari dei poteri di rappresentanza direzione ed amministrazione (trustee, disponente e guardiano)

La giurisprudenza di legittimità ha sancito l’obbligo di compilazione del quadro RW non solo per gli intestatari formali delle attività estere, ma anche per coloro che «ne hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione (Cass., Sez. III, sentenza 11 giugno 2003, n. 9320, Cass., Sez. V, sentenza 7 maggio 2007, n. 10332, ass., Sez. V, sentenza 21 luglio 2010, n. 17051, Cass., Sez. V, sentenza 23 ottobre 2013, n. 24009), ossia in capo al soggetto che “all’estero abbia la detenzione e/o la disponibilità di fatto di somme di denaro non proprie, eventualmente con il compito fiduciario di trasferirle all’effettivo beneficiario o di utilizzarle per conto dell’effettivo titolare“, ciò in quanto anche la detenzione nell’interesse altrui costituisce, secondo la Corte di Cassazione, idoneo strumento (voluto pure dal detentore nell’interesse altrui) di occultamento, e quindi di sottrazione al controllo degli investimenti e delle attività finanziarie previsti dalla norma.

La detenzione non si configura qualora una persona sia chiamata ad operare su di un conto estero per operazioni indicate dallo stesso titolare del conto che, per loro natura, escludono che il delegato detenga le attività finanziarie allocate sul rapporto oppure quando la delega riguardi un rapporto che è oggettivamente escluso dal monitoraggio fiscale. Ad esempio, non sono tenuti alla compilazione del quadro RW gli amministratori di società di capitali che hanno il potere di firma sui conti correnti della società in uno Stato estero, dei quali si ha evidenza nelle scritture contabili, e che hanno la possibilità di movimentare capitali, pur non essendo beneficiari dei relativi redditi. Inoltre, non sono tenuti agli obblighi dichiarativi i soggetti che, sebbene delegati ad effettuare operazioni di investimento mobiliare su rapporti esteri, non possono effettuare operazioni di versamento e prelevamento o operazioni a queste corrispondenti.

Ai fini della normativa antiriciclaggio, nel caso in cui il cliente sia persona giuridica privata, l’articolo 20, comma 4, del D.Lgs. n. 231/2007 individua come titolari effettivi, tra gli altri, “i titolari di poteri di rappresentanza legale, direzione e amministrazione“. Il successivo comma 5 del citato articolo 20 individua un criterio residuale in base al quale, se non altrimenti individuato, “il titolare effettivo coincide con la persona fisica o le persone fisiche titolari, conformemente ai rispettivi assetti organizzativi o statutari, di poteri di rappresentanza legale, amministrazione o direzione della società o del cliente comunque diverso dalla persona fisica“. Con riferimento alle persone giuridiche private, la disposizione in commento, individua tali soggetti come titolari effettivi sia in via principale che in via residuale.

Con la Risoluzione n. 53/E/2019 è stato chiarito che la definizione di titolare effettivo prevista dalla disciplina antiriciclaggio che si applica ai soggetti titolari di funzioni di direzione e amministrazione non possa essere estesa nell’ambito della disciplina del monitoraggio fiscale. Ai fini della disciplina del monitoraggio fiscale deve, dunque, sussistere una relazione giuridica (intestazione) o di fatto (possesso o detenzione) tra il soggetto e le attività estere oggetto di dichiarazione e che sono pertanto tenuti agli obblighi di monitoraggio non solo i titolari delle attività detenute all’estero, ma anche coloro che ne hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione. Di conseguenza, con la citata risoluzione, sono stati esonerati dagli obblighi di compilazione del quadro RW i titolari di funzioni di direzione ed amministrazione di una fondazione italiana in relazione alle attività finanziarie detenute all’estero dalla fondazione.

Pertanto, deve ritenersi esclusa l’esistenza di un autonomo obbligo di monitoraggio nell’ipotesi in cui il soggetto possa esercitare in relazione alle attività detenute all’estero un mero potere dispositivo in esecuzione di un mandato per conto del soggetto intestatario, ovvero nell’ipotesi in cui il soggetto agisca come rappresentante legale.

Analoga esclusione, dall’obbligo di monitoraggio fiscale, continua a sussistere anche alla luce della nuova definizione di titolare effettivo, per il trustee, in quanto si ritiene che quest’ultimo amministri i beni segregati nel trust e ne disponga secondo il regolamento del trust o le norme di legge e non nel proprio interesse. Non sarebbe, infatti, proporzionale alle finalità delle disposizioni in materia di monitoraggio fiscale una generalizzata estensione dell’obbligo di compilazione del quadro RW al trustee, al disponente ed al guardiano, in particolar modo nei casi in cui l’obbligo di monitoraggio sussiste, già, in capo al trust o al beneficiario titolare effettivo. Ciò, anche, al fine di non moltiplicare gli adempimenti dichiarativi con riferimento al medesimo patrimonio o attività estera e nel presupposto che il coinvolgimento del trustee, del disponente e del guardiano, nelle vicende del trust, non si traduca nel possesso o nella detenzione del patrimonio o reddito del trust stesso nei termini sopra specificati.

Applicazione dell’IVIE e dell’IVAFE

L’art. 1, co. 710 e 711 della Legge n. 160/2019 ha modificato l’ambito soggettivo di applicazione dell’imposta sul valore degli immobili all’estero (IVIE) e dell’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (IVAFE). A decorrere dal periodo d’imposta 2020, sono soggetti passivi di tali imposte, oltre alle persone fisiche, anche gli enti non commerciali e le società semplici (e soggetti equiparati) residenti in Italia.

Rientrano nell’ambito oggettivo dell’IVIE e dell’IVAFE, i soggetti tenuti ad assolvere gli obblighi di monitoraggio fiscale di cui al D.L. n. 167/1990 per gli investimenti e le attività detenuti all’estero, adempimento che si esplica mediante la compilazione del quadro RW. Pertanto, i trust residenti in Italia devono assolvere al pagamento di tali imposte per gli immobili e le attività finanziarie detenute all’estero dal 1° gennaio 2020. Il primo versamento dell’IVIE e dell’IVAFE dovrà essere effettuato entro il termine previsto per il versamento del saldo delle imposte sui redditi derivanti dalla dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta 2020. Entro tale termine dovrà essere versato anche il primo acconto per le imposte relative al 2021.

Il presupposto oggettivo per l’applicazione dell’IVIE è costituito dal possesso di un immobile all’estero a titolo di proprietà o di altro diritto reale, a qualsiasi uso esso sia destinato dai predetti soggetti residenti nel territorio dello Stato.

Quanto al requisito della residenza fiscale dei soggetti passivi dell’imposta, per i trust occorre far riferimento all’articolo 73, comma 3, del TUIR che stabilisce che si considerano residenti le società e gli enti che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello Stato. Si considerano residenti nel territorio dello Stato, salva prova contraria, i trust e gli istituti aventi analogo contenuto istituiti in Stati o territori diversi da quelli inclusi nella cd. “white list”, in cui almeno uno dei disponenti e almeno uno dei beneficiari del trust siano fiscalmente residenti nel territorio dello Stato.

Si considerano, altresì, residenti in Italia i trust istituiti nei predetti Stati o territori non inclusi nella white list quando, successivamente alla loro costituzione, un soggetto residente effettui in favore del trust un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari anche per quote, nonché vincoli di destinazione sugli stessi.

L’IVIE è dovuta nella misura dello 0,76 per cento in proporzione alla quota di titolarità del diritto di proprietà o altro diritto reale e ai mesi dell’anno nei quali si è protratto tale diritto, con una franchigia di 200 euro.

Il valore è costituito dal costo risultante dall’atto di acquisto o dai contratti e, in mancanza, secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l’immobile. Tuttavia, per gli immobili situati in Paesi appartenenti all’Unione europea o in Paesi aderenti allo SEE, che garantiscono un adeguato scambio di informazioni, il valore da utilizzare al fine della determinazione dell’imposta è prioritariamente quello catastale, come determinato e rivalutato nel Paese in cui l’immobile è situato ai fini dell’assolvimento di imposte di natura reddituale o patrimoniale ovvero di altre imposte determinate sulla base del valore degli immobili.

Dall’imposta si detrae, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta pari all’importo dell’eventuale imposta patrimoniale versata nell’anno di riferimento nello Stato estero in cui è situato l’immobile e ad esso relativa. Resta fermo che per gli immobili per i quali non siano intervenute variazioni nel corso del periodo d’imposta fattispecie di esonero dalla compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi prevista dall’articolo 4, comma 3, del D.L. n. 167/1990 il trust è comunque tenuto al versamento della relativa IVIE qualora dovuta.

A decorrere dal 2020 anche l’IVAFE si applica nei confronti dei trust residenti in Italia che detengono all’estero attività finanziarie a titolo di proprietà o di altro diritto reale, e indipendentemente dalle modalità della loro acquisizione, in proporzione alla quota di possesso e al periodo di detenzione. Tale imposta si rende applicabile sul valore dei prodotti finanziari, dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero da persone fisiche, enti non commerciali e società semplici ed equiparate ai sensi dell’articolo 5 del TUIR, residenti nel territorio dello Stato.

L’IVAFE si applica, in misura differenziata, sul valore dei “prodotti finanziari”, dei “conti correnti” e dei “libretti di risparmio“. L’imposta è dovuta nella misura del 2 per mille del valore dei prodotti finanziari. A tale proposito, per poter giungere alla definizione dei “prodotti finanziari” utile all’applicazione dell’IVAFE, è necessario fare riferimento all’ambito oggettivo di applicazione dell’imposta di bollo di cui all’articolo 13 della citata Tariffa.

Per “prodotti finanziari” si intendono quelli elencati all’articolo 1 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (TUF), ivi compresi i depositi bancari e postali, anche se rappresentati da certificati52 (cfr. Circolare n. 48/E/2012). Per i conti correnti e i libretti di risparmio intestati a trust residenti in Italia l’imposta è dovuta da un minimo di 100 euro ad un massimo di 14.000 euro.

Si ritiene opportuno ricordare che la base imponibile dell’IVAFE è costituita dal valore di mercato delle attività finanziarie, rilevato al termine di ciascun anno solare nel luogo in cui esse sono detenute, anche utilizzando la documentazione dell’intermediario estero di riferimento per le singole attività ovvero dell’impresa di assicurazione estera. In mancanza del valore di mercato si deve far riferimento al valore nominale o al valore di rimborso.

Inoltre, è possibile detrarre dall’IVAFE, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta pari all’ammontare dell’eventuale imposta patrimoniale versata nello Stato in cui sono detenuti i prodotti finanziari, i conti correnti e i libretti di risparmio.


Fiscalità diretta del trust: conclusioni

In questo articolo ho cercato di spiegarti i principali elementi di fiscalità diretta del trust. L’aspetto più importante che devi ricordare è che la fiscalità del trust deriva dalla sua struttura da un punto di vista civilistico. Per questo motivo è di fondamentale importanza costituire un trust quanto più in linea con le proprie aspettative da un punto di vista civilistico per poi applicare la relativa normativa fiscale.

La differenza fondamentale in termini di tassazione è quella che riguarda le due variabili sopra individuate. Mi riferisco al trust opaco tassato ai fini IRES, e il trust trasparente tassato ai fini IRPEF sui beneficiari. La tassazione poi, sconterà regole diverse a seconda della natura commerciale o meno dell’attività esercitata dal trust.

Se vuoi avere maggiori informazioni sulla fiscalità del trust in Italia, contatami per ricevere una consulenza personalizzata.

Fonte:
Circolare trust in pubblica consultazione dell’Agenzia Entrate

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