Se operate con broker esteri può capitare una situazione che, a prima vista, sembra illogica: chiudete l’anno in perdita, siete “in rosso” sul trading, eppure in dichiarazione dei redditi compare comunque un importo da versare per IVAFE. Il punto è che l’IVAFE non nasce per tassare la bravura o la sfortuna nel trading, ma per colpire il valore delle attività finanziarie detenute all’estero.
Questo equivoco è frequente soprattutto tra chi inizia con piattaforme straniere per CFD, forex o azioni, oppure tra chi gestisce più conti e valuta il risultato solo come differenza tra versamenti e saldo finale. In realtà, l’IVAFE segue regole proprie e si aggancia al monitoraggio fiscale (quadro RW) più che all’andamento del PnL.
Indice degli argomenti
Perché l’IVAFE non dipende dal risultato del trading
L’IVAFE è un’imposta “patrimoniale” collegata al possesso di attività finanziarie all’estero. In pratica, ciò che conta non è se avete guadagnato o perso, ma se avete detenuto un certo valore su conti o strumenti esteri nel periodo d’imposta e in quale misura.
Questo spiega il paradosso solo apparente: potete aver registrato una perdita di trading e avere comunque un saldo residuo, liquidità o posizioni aperte valorizzabili. E su quel valore si applica l’IVAFE, in modo simile (come logica) all’imposta di bollo che si applica sui dossier titoli nazionali.
Attenzione anche a un dettaglio operativo: gli obblighi RW e le imposte collegate possono scattare anche se l’investimento non è più presente a fine anno, perché il monitoraggio considera pure la detenzione durante l’anno e alcune soglie si valutano sul valore massimo o medio.
Come si calcola l’IVAFE su un conto di trading estero
In linea generale, l’IVAFE è pari al 2 per mille annuo sulle attività finanziarie estere; per conti correnti e libretti esteri si applica la misura fissa di 34,20 euro se la giacenza media annua supera la soglia di 5.000 euro.
Inoltre, per investimenti detenuti in Paesi a fiscalità privilegiata possono esserci aliquote più alte (ad esempio 4 per mille in determinate casistiche).
Per non confondere i piani, ragionate così:
- Risultato di trading: riguarda plus/minusvalenze e imposte sui redditi (tema diverso).
- IVAFE: riguarda il valore dell’attività estera e si calcola in proporzione a quota e periodo di
- detenzione.
- Tipologia di rapporto: un conto può essere assimilabile a un rapporto “bancario” (giacenza media, soglia 5.000 euro, eventuale misura fissa) oppure a un “dossier/strumenti” (aliquota proporzionale). La qualificazione pratica dipende da come l’intermediario estero struttura il rapporto e da cosa risulta dalla documentazione.
- Base di partenza realistica: se avete versato 20.000 euro, perso 6.000 e chiuso l’anno con 14.000, siete in perdita ma esiste ancora un valore positivo di investimento su cui l’IVAFE si applica.
- Paese dell’intermediario: se rientra tra quelli a fiscalità privilegiata, cambia l’aliquota applicabile e aumentare l’attenzione sugli adempimenti (dal 2 al 4 per mille).
- Sanzioni: errori o omissioni nel monitoraggio RW possono comportare sanzioni percentuali rilevanti sugli importi non dichiarati, con range che può salire in presenza di Paesi “black list”.
Conti esteri e “prop firm”: cosa cambia
Nel mondo del trading moderno si sente spesso citare la dicitura “prop firm“. In sintesi, le moderne società di prop trading propongono spesso un percorso di valutazione a pagamento e l’accesso a un capitale “virtuale/simulato”, con remunerazione legata alle performance e al rispetto di regole di rischio, secondo una logica diversa dal trading tradizionale con capitale proprio.
Dal punto di vista fiscale, però, la domanda da porsi non è “ho fatto trading con una prop firm?”, ma “ho detenuto attività estere a mio nome o nella mia disponibilità?”. Alcuni scenari pratici da tenere in considerazione:
- Se pagate solo una fee per una valutazione e non avete un conto estero intestato o nella vostra disponibilità, l’impatto su RW e IVAFE può essere diverso rispetto a chi mantiene fondi su un broker estero.
- Se ricevete pagamenti, bonus o ricompense su un conto estero, o se per qualche ragione detenete somme su rapporti esteri nella vostra disponibilità, torna centrale il tema del monitoraggio, ma anche quello dell’esercizio di un’attività economica su capitale di terzi.
- Se invece operate con un broker estero “classico” (conto trading intestato a voi), la logica RW-IVAFE resta quella ordinaria legata al possesso del valore.
Dato che i modelli contrattuali possono variare molto, la regola prudente è basarsi su documenti, estratti e condizioni: ciò che conta è la titolarità o la disponibilità/movimentazione delle attività estere.
Errori frequenti nel quadro RW che fanno pagare più del dovuto
Molte problematiche nascono da errori pratici o dalla scarsa conoscenze delle normative da parte degli investitori. Alcuni esempi tipici che vediamo:
Il primo è confondere i versamenti con il valore: anche se avete caricato 30.000 euro in totale, l’IVAFE non si calcola automaticamente sui bonifici, ma sul valore dell’attività estera secondo i criteri di dichiarazione, rapportato al periodo di detenzione.
Il secondo è non gestire correttamente soglie e cumuli: per i conti correnti esteri, la soglia dei 5.000 euro di giacenza media è decisiva per stabilire se l’imposta fissa è dovuta, e per la soglia occorre considerare i conti detenuti presso lo stesso intermediario; se la giacenza media è negativa, quel conto non concorre al calcolo della media.
Il terzo è ignorare l’effetto “Paese”: se un investimento ricade in Stati o territori considerati a fiscalità privilegiata, l’aliquota può aumentare e cambiano anche alcune attenzioni dichiarative.
Il quarto è sottovalutare le conseguenze dell’omissione: il quadro RW non è un dettaglio formale. Le sanzioni per omessa o incompleta compilazione possono essere significative e più alte per attività in Paesi black list. In pratica, anche con trading in perdita, l’IVAFE può essere dovuta perché il vostro “rosso” descrive il risultato, non il fatto che a fine anno o durante l’anno avete comunque detenuto valori su rapporti esteri.
Per ridurre errori e pagare il giusto, conviene lavorare su report, classificazione corretta del rapporto e compilazione RW coerente con la documentazione dell’intermediario.
Documenti e metodo pratico per ricostruire valori e giorni di detenzione
Una domanda che, spesso, ci viene posta è il “come faccio davvero a ricostruire i numeri corretti”. Qui si gioca la differenza tra una compilazione RW accurata e una stima approssimativa che rischia di far pagare più del dovuto o di generare incongruenze.
Partite dai documenti giusti: statement annuale, estratti periodici, report con saldo giornaliero o almeno con saldo a inizio e fine periodo, riepilogo depositi e prelievi, e indicazione della valuta del conto. Se il broker offre un export con equity giornaliera, è oro: vi permette di gestire correttamente la proporzionalità per giorni e di motivare i calcoli.
Poi chiarite che cosa state misurando: in molte piattaforme esistono “balance” (liquidità e risultato delle operazioni chiuse) ed “equity” (balance più PnL delle posizioni aperte). Per l’impostazione patrimoniale dell’IVAFE, ha senso ragionare su un valore che rappresenti l’effettiva consistenza del rapporto, evitando di ignorare componenti rilevanti solo perché non “realizzate”.
Se il conto è in valuta diversa dall’euro, serve una conversione coerente e ripetibile. Anche qui, l’obiettivo non è indovinare al centesimo, ma costruire un metodo difendibile e documentato, allineato alle evidenze disponibili nei report. Con conti multi-valuta, annotate come si compone la disponibilità (cash, margine, eventuali sub-account) e conservate gli screenshot o i report che mostrano la struttura.
Ultimo passaggio: archiviate tutto. Una cartella con report, mail del broker, movimenti, e un foglio di calcolo con il criterio adottato riduce il rischio di ricostruzioni future “a memoria” e vi aiuta a spiegare i numeri in caso di controlli o di semplice revisione con il commercialista.