Valute-virtuali
Valute-virtuali

Negli ultimi anni l’utilizzo della moneta virtuale, c.d. Criptovalute ed in particolare dei Bitcoin si è andato consolidando. Questo soprattutto in funzione della possibilità di ottenere profitti dal tasso di cambio e dalla crescente accettazione dello strumento virtuale per il pagamento di beni e servizi.

Le Criptovalute come i Bitcoin, sono nati con l’obiettivo di stabilire una circolazione monetaria indipendente da Governi e banche centrali. Questi strumenti consentono la movimentazione, a livello internazionale, in modo rapido, anonimo e pressoché gratuito, di somme di danaro, anche consistenti. La rete Bitcoin consente il possesso e il trasferimento anonimo delle monete. Pensa che i dati necessari a utilizzare i propri Bitcoin possono essere salvati su uno o più personal computer sotto forma di “portafoglio” digitale. Oppure, mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili a una banca. In ogni caso, i Bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque disponga di un “indirizzo bitcoin“.

La struttura peer-to-peer della rete Bitcoin e la mancanza di un ente centrale rende impossibile a qualunque autorità, governativa o meno, il blocco dei trasferimenti. Oppure il sequestro di Bitcoin senza il possesso delle relative chiavi di accesso. Infine, pensa anche al fatto che la svalutazione dovuta all’immissione di nuova moneta, non è possibile con questo strumento di pagamento. In questo articolo, voglio andare ad analizzare la disciplina fiscale legata all’intermediazione derivante dalla gestione di Bitcoin, e moneta virtuale. Questo sia ai fini delle imposte dirette che indirette nel panorama fiscale italiano.

L’utilità delle valute virtuali non è solo quella di rappresentare un’investimento finanziario, ma l’ambizione è quella di diventare una vera e propria moneta di scambio di beni e servizi. E’ solo di qualche giorno fa la notizie che aziende come Tesla e Ferrari accettino pagamenti con valuta virtuale. Anche Mastercard ha annunciato che in futuro i possessori delle proprie carte potranno realizzare pagamenti utilizzando le valute virtuali. Insomma, il segno che qualcosa stia cambiando in questo settore e che forse, nel tempo, le valute virtuali raggiungeranno il loro obiettivo è forte. Tuttavia, a fronte di tutto questo fermento, ancora oggi a livello fiscale, manca una regolamentazione vera e propria delle valute virtuali.

Normativa fiscale delle valute virtuali in Italia

Il legislatore ha riconosciuto l’utilizzo nel nostro ordinamento delle valute virtuali come strumento di pagamento alternativo a quelli tradizionalmente utilizzati nello scambio di beni e servizi con il D.Lgs. n. 90/2017. Le Criptovalute sono uno “strumento di pagamento” quale “rappresentazione digitale di valore”, “trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

L’Agenzia delle Entrate, tenendo conto di una sentenza in materia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e dei riferimenti ad oggi presenti nella legislazione domestica, ha fornito poi importanti chiarimenti. Dapprima, limitatamente al trattamento ai fini IVA, con la Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016. Successivamente, in modo più articolato con la risposta della Direzione Regionale della Lombardia all’interpello n. 956-39/2018. Tutti aspetti che approfondirò di seguito.

Un esempio di criptovaluta: il Bitcoin

Bitcoin è una moneta elettronica nata nel 2009 dall’idea di Satoshi Nakamoto. A differenza della maggior parte delle valute tradizionali, Bitcoin non fa uso di un ente centrale. Esso utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni. Tale ente sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione di proprietà dei Bitcoin.

La rete Bitcoin consente il possesso e il trasferimento anonimo delle monete. I dati necessari a utilizzare i propri Bitcoin possono essere salvati su uno o più personal computer sotto forma di “portafoglio” digitale “Wallet“. In alternativa, tali dati possono essere mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili a una banca. In ogni caso, i Bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque disponga di un “indirizzo Bitcoin“.

La rete bitcoin

I Bitcoin contengono la chiave pubblica del loro proprietario (cioè l’indirizzo). Quando un utente A trasferisce della moneta all’utente B rinuncia alla sua proprietà aggiungendo la chiave pubblica di B (il suo indirizzo) sulle monete in oggetto e firmandole con la propria chiave privata. Trasmette poi queste monete in un apposito messaggio, la “transazione“, attraverso la rete peer-to-peer. Il resto dei nodi validano le firme crittografiche e l’ammontare delle cifre coinvolte prima di accettarla.

La rete Bitcoin crea e distribuisce in maniera completamente casuale un certo ammontare di monete all’incirca sei volte l’ora ai client che prendono parte alla rete in modo attivo. Ovvero che contribuiscono tramite la propria potenza di calcolo alla gestione e alla sicurezza della rete stessa. L’attività di generazione di Bitcoin viene spesso definita come “mining“, un termine analogo al gold mining (estrazione di oro).

La circolazione delle monete virtuali

La circolazione delle Criptovalute e dei Bitcoin come mezzo di pagamento virtuale si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato. Operatori che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi. In questo modo ne viene riconosciuto il valore di scambio. Questo indipendentemente da un obbligo di legge, come nelle monete tradizionali.

Le monete virtuali sono create, memorizzate e utilizzate su dispositivi elettronici (ad esempio, smartphone), nei quali vengono conservate in “portafogli digitali“. Tali monete sono liberamente accessibili e trasferibili dal possessore titolare delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento e senza bisogno dell’intervento di terzi.

I bitcoin vengono generati grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining. Lo scambio delle monete virtuali tra i vari utenti (user), operatori sia economici che privati, avviene per mezzo di un’applicazione software. Gli utenti possono acquistare i bitcoin in cambio di valuta legale e/o possono accettarli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi. Gli user possono utilizzare le monete virtuali come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi, ma anche per fini speculativi. Questo attraverso piattaforme on line che consentono lo scambio di bitcoin con altre valute tradizionali sulla base del relativo tasso di cambio.

bitcoin

Tracciamento nel trasferimento di criptovalute

Le transazioni Bitcoin sono peraltro del tutto trasparenti al pubblico e chiunque può verificarle. Per farlo è necessario accedere ad un registro pubblico condiviso chiamato Public Ledger. Allo stesso tempo, però, ogni utente viene classificato all’interno del Public Ledger mediante un codice alfanumerico e tale codice digitale non è in alcun modo riconducibile al suo proprietario. Tale registro è comunemente noto con il nome di Block Chain, poiché letteralmente composto da una catena di blocchi.

Ogni blocco archiviato nella Block Chain è ordinato cronologicamente e contiene l’insieme delle transazioni confermate dal mining in un preciso arco temporale. Un Bitcoin, in sostanza, non è altro che un hash (codice alfanumerico che corrisponde ad un numero esadecimale), confermato da una catena di firme digitali.

Criptovalute e attività remunerative

Il mining è dunque un processo che mira a confermare transazioni di Bitcoin e Criptovalute (sostanzialmente creandoli) mediante complessi calcoli matematici eseguiti da potenti computer. I miner, assieme ai nuovi Bitcoin così creati, ricevono in cambio un compenso sulle transazioni che riescono a confermare.

La prima transazione che viene memorizzata in un blocco della catena è una transazione che dà vita ad un nuovo gettone Bitcoin, di cui entrerà in possesso il creatore del blocco stesso. In sostanza, il computer che per primo genera il blocco che entra a far parte della Block Chain si impadronirà della nuova moneta generata. Le attività remunerative non si fermano però solo al sistema di mining. Esistono poi infatti anche le attività di exchange di moneta digitale con moneta avente corso legale.

Alcuni exchanger sono peraltro già stati autorizzati dalle rispettive autorità di vigilanza (in Germania, in Svezia, nella Repubblica Ceca e in Francia). Infine, vi sono poi delle vere e proprie attività di scambio tra privati, dove il Bitcoin viene in sostanza usato come merce di scambio verso altri beni o prestazioni di servizi.

Criptovalute e Bitcoin: il regime fiscale di tassazione in Italia

Con la Risoluzione n. 72/E/2016, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito il trattamento fiscale, sia ai fini Iva che ai fini delle imposte dirette (Ires e Irap), applicabile alle operazioni di acquisto e di cessione di moneta virtuale. La Risoluzione è frutto di interpello promosso da parte di una società che svolge attività di servizi relativi ai Bitcoin. Le soluzioni prospettate dall’Agenzia, in generale si rendono, tuttavia, applicabili anche a società che svolgono tali attività relativamente ad altre monete virtuali.

Per quanto riguarda il trattamento tributario in Italia possiamo del resto già giungere, a legislazione vigente, a delle conclusioni sotto il profilo delle imposte dirette. Nel caso degli exchanger, chiarito il trattamento Iva, ai fini imposte dirette, la “commissione” di cambio dovrebbe essere soggetta a tassazione secondo le ordinarie regole del reddito di impresa.

L’attività del miner, che sostanzialmente crea bitcoin, dovrebbe invece essere assimilabile ad attività di produzione di beni (immateriali). E, laddove tali operazioni vengano poste in essere con i requisiti dell’abitualità e della professionalità, ne dovrebbe allora discendere l’applicazione delle regole fiscali proprie del reddito d’impresa. Ai fini Iva, poi, si dovrebbe ritenere che, stante il rispetto dei requisiti soggettivi, oggettivi e territoriali, l’operazione di cessione del bene finito venga assoggettata ad imposta. In via generale la posizione dei miner è quella tipica di ciascun residente nel territorio dello Stato che decida di prestare la propria opera al fine di ottenere in cambio un corrispettivo specifico.

Disciplina IVA delle valute virtuali

Per quanto riguarda il trattamento fiscale applicabile alle operazioni relative alle monete virtuali, non si può prescindere da quanto affermato dalla Corte di Giustizia Europea nella sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14. In tale occasione, agli effetti dell’IVA, la Corte europea ha riconosciuto che le operazioni che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale e viceversa costituiscono prestazioni di servizi a titolo oneroso.

Più precisamente, secondo i giudici europei, tali operazioni rientrano tra le operazioni “relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio” di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della Direttiva 2006/112/Ce. In assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle monete virtuali, la predetta sentenza della Corte di giustizia costituisce necessariamente un punto di riferimento sul piano della disciplina fiscale applicabile alle monete virtuali. In particolare, nella sentenza viene chiarito che le prestazioni in esame, pur riguardando operazioni relative a valute non tradizionali:

costituiscono operazioni finanziarie in quanto tali valute siano state accettate dalle parti di una transazione quale mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non abbiano altre finalità, oltre a quella di un mezzo di pagamento

Parere dell’Agenzia delle Entrate in tema di IVA e valute virtuali

In sintonia con quanto sostenuto dalla Corte, l’Amministrazione finanziaria ritiene che:

  • L’attività di intermediazione di valute virtuali come di quelle tradizionali, svolta in modo professionale ed abituale, costituisca una attività rilevante, oltre agli effetti dell’IVA, anche dell’IRES e dell’IRAP;
  • L’attività è soggetta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione e di segnalazione all’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) previsti dal D.Lgs. n. 231/2007.

In particolare, alla luce dei principi contenuti nella sentenza della Corte di giustizia, l’Agenzia ritiene che l’attività di acquisto/vendita di Bitcoin, posta in essere da una società, che nel caso analizzato viene remunerata attraverso commissioni pari alla differenza tra l’importo corrisposto dal cliente che intende acquistare/vendere bitcoin e la migliore quotazione reperita dalla società sul mercato, debba essere considerata ai fini Iva quale prestazione di servizi esente. Questo ai sensi dell’articolo 10, primo comma, n. 3), del DPR n. 633/1972.

Disciplina fiscale delle valute virtuali ai fini delle imposte dirette

Quanto invece agli utilizzatori, i guadagni di tipo speculativo dovrebbero essere dichiarati come redditi diversi di natura finanziaria. Per l’Agenzia delle Entrate le critpovalute sono assimilate alle valute estere (anche quando è il soggetto residente a detenere la chiave privata): una tesi che contrasta con le norme antiriciclaggio ed è di difficile attuazione pratica. Secondo tale assimilazione, quindi, a livello fiscale in caso di scambi “rilevanti” che producono guadagni di tipo speculativo questi sono assoggettati a tassazione.

I guadagni derivanti dall’impiego in attività di trading di valute virtuali per l’Amministrazione finanziaria sono considerati come redditi derivanti dall’impiego di capitale e, considerato che derivano da un evento incerto (anche considerata la variabilità delle quotazioni), la disciplina applicabile deve essere quella di cui all’articolo 67 del DPR n. 917/86. Ai fini IRPEF, l’Amministrazione attraverso la Risoluzione 72/E/2016 indica che le valute virtuali, se detenute al di fuori del regime di impresa, possono generare un reddito diverso di natura finanziaria. Tale reddito diviene tassabile secondo i principi che regolano le operazioni aventi a oggetto valute tradizionali, previsti dall’articolo 67 del TUIR, il quale, al fine di non attrarre a tassazione fattispecie di guadano non significative, al comma 1,  prevede che:

la tassazione delle plusvalenze derivanti dalla cessione di valute provenienti da depositi e conti correnti si ha solo nel caso in cui la giacenza in valuta nei depositi e conti correnti complessivamente sia superiore a €. 51.645,69 per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta in cui la plusvalenza è stata realizzata

In pratica, ogni Bitcoin Trader deve tenere bene a mente questa soglia, in quanto restando al di sotto nel corso dell’anno, non è necessario dichiarare alcunché in dichiarazione dei redditi. Per il calcolo della giacenza complessiva devono essere sommati tutti i controvalori dei depositi e conti intrattenuti anche di valute diverse e su diversi intermediari. Qualora, invece, il Trader superi la soglia della giacenza superiore a 51.645,69 euro per almeno 7 giorni lavorativi consecutivi nel periodo d’imposta, è soggetto alla tassazione dei guadagni derivanti dall’attività di compravendita di valuta virtuale.

Base imponibile fiscale

In base a a quanto previsto dall’articolo 68, 5° e 6° comma del DPR n. 917/86 il reddito imponibile è pari alla differenza tra il costo di acquisto e il valore o corrispettivo di vendita. Eventuali minusvalenze, sono deducibili dai redditi della stesa natura e il differenziale positivo delle plusvalenze e minusvalenze dovrebbe essere tassato in dichiarazione, con applicazione della ritenuta a titolo di imposta del 26%.

Indicazioni in dichiarazione dei redditi per le valute virtuali

La giacenza media del conto operativo deve calcolata sulla base del rapporto di cambio al 1° gennaio. Rilevato sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale. Oppure, in mancanza quello dove ha effettuato la maggior parte delle operazioni. La plusvalenza (al netto di eventuali minusvalenze scomputabili) deve essere dichiarata nel quadro RT, utilizzando il criterio LIFO in caso di vendite parziali. Nel quadro RT il contribuente è chiamato all’indicazione del totale delle operazioni attive e passive effettuate, dai cui valori fuoriesce la plusvalenza tassabile (con la relativa imposta sostitutiva del 26%), o la minusvalenza (deducibile nell’esercizio in corso e nei quattro successivi). Il costo, se non documentabile, può essere calcolato dividendo l’importo del bonifico effettuato all’exchanger per il numero di criptovalute acquistate.

Ai fini IVAFE, l’Agenzia precisa che le criptovalute non sono soggette a tassazione in quanto l’imposta si applica esclusivamente ai depositi e conti correnti di natura “bancaria”.

Controlli delle Entrate sulle Criptovalute

Un punto importante della risoluzione, che ci pare fondamentale ribadire, è che l’Amministrazione finanziaria ha facoltà, in sede di controllo fiscale, di acquisire le liste della clientela dalle società di intermediazione di valute virtuali. La richiesta è effettuata con il fine di porre in essere le opportune verifiche anche a seguito di richieste da parte dell’Autorità giudiziaria.

IVA per le valute virtuali utilizzate come merce di scambio

Laddove invece le criptovalute non vengano utilizzate come moneta virtuale per scopi speculativi, ma come semplice bene di scambio nell’ambito di una permuta, ai fini IVA, le cessioni di beni e/o le prestazioni di servizi permutate o utilizzate per estinguere precedenti obbligazioni, dovrebbero essere soggette all’imposta. Questo ai sensi dell’art. 11, 1° comma, del DPR n. 633/72. Quindi, le operazioni dovrebbero essere considerate operazioni imponibili autonome, con autonoma verifica dei presupposti d’imposta, sotto i profili oggettivo, soggettivo e territoriale.

Nella permuta tra un soggetto passivo e un privato assume rilievo a fini IVA solo la prima cessione/prestazione, mentre la seconda cessione/prestazione è da considerare “fuori campo IVA” per carenza del presupposto soggettivo. In caso di cessione di criptovaluta contro beni o servizi, la base imponibile dovrebbe essere costituita, per il cedente di criptovaluta, dal valore normale (rilevato dalla quotazione in quel momento), con esenzione ex art. 10. Mentre per chi cede beni e servizi si dovrebbe applicare il regime Iva che normalmente applica. Per il cedente delle criptovalute, peraltro, non essendo applicabile l’IVA, l’imposta pagata sugli acquisti non è da considerarsi detraibile, e la liquidazione dell’imposta dovrebbe seguire le regole del pro-rata.

Monitoraggio fiscale delle attività estere: le valute virtuali

In base a quanto disposto dall’art. 4 del D.L. n. 167/90 le persone fisiche (enti non commerciali e società semplici) devono compilare il quadro RW del modello dichiarativo, relativo al monitoraggio fiscale, in caso di detenzione di investimenti all’estero o di attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi in Italia. Tale obbligo, possiamo dire, riguarda anche le valute virtuali, che pur non essendo ricollegabili ad attività estere, rientrano in questa casistica grazie all’assimilazione “valuta virtuale” come “valuta estera” effettuata dalle Entrate.

Attraverso l’interpello (n. 956-39/2018) l’Agenzia delle Entrate ha affermato che le criptovalutedevono essere oggetto di comunicazione attraverso il quadro RW“. Secondo l’Agenzia, il dato deve essere indicato alla colonna 3 (“codice individuazione bene“) con il codice “14(“Altre attività estere di natura finanziaria“).

Il controvalore in euro della valuta virtuale, invece, deve essere determinato al 31 dicembre del periodo di riferimento. Al cambio indicato a tale data sul sito dove il contribuente l’ha acquistata. Per quanto riguarda le norma sul monitoraggio fiscale le Criptovalute possono essere considerate attività di natura finanziaria. Elementi che, quindi, sono soggetti a monitoraggio da un punto di vista territoriale. Questo considerando che si deve trattare di “attività estere“.

Sotto un profilo soggettivo, invece, le criptovalutesono a-territoriali, non stanno né in Italia né all’estero. Si può dire, in termini semplicistici, ma comunque fattuali, che le criptovalute stanno nella “rete” (di fatto, nella blockchain). Nella rete, infatti, non esiste né un concetto di “estero” né di territorio nazionale. Peraltro, la risposta all’interpello non affronta il problema dell’indicazione nel quadro RW del Paese estero. Risulterebbe un ossimoro, una sorta di “asset apolide”, la compilazione del quadro RW senza l’indicazione dello Stato estero.

Il possesso della chiave privata delle valute virtuali

Autorevole dottrina è del parere che il possesso della chiave privata sulle valute virtuali (vedi anche Dario Deotto e Stefano Capaccioli sulle pagine del Sole 24 Ore “Bitcoin da riportare in RW ma resta il nodo della “chiave” del 3 giugno 2019), esoneri il soggetto detentore dall’obbligo di compilazione del quadro RW ai fini del monitoraggio fiscale. Tale posizione risulta essere in linea con l’art. 4 del Model Tax Convention Income and Capital del 21 novembre 2017, il quale prevede la presunzione che il luogo di detenzione delle valute virtuali sia coincidente con lo Stato ove il contribuente risulti residente ai fini fiscali. Per questo motivo, è possibile affermare che l’obbligo di monitoraggio fiscale scatti esclusivamente quando il soggetto detentore di valuta virtuale si avvale di intermediari non residenti. Proprio sulla territorialità di tali prestatori di servizi occorre fare attenzione, in relazione alle sanzioni previste in caso di irregolarità o omesso monitoraggio. Le sanzioni ordinarie, infatti, vanno dal 3% al 15% del valore delle attività non dichiarate (che raddoppiano in caso di detenzione del portafoglio virtuale in paese “black list“).

L’unico aspetto, ad avviso dello scrivente, da tenere in considerazione riguarda quei soggetti che detengono parte delle valute virtuali su chiave privata e parte di essa per attività di trading su intermediario non residente, con spostamenti di valuta nel corso dell’anno. In questi casi, tenere separata la valuta virtuale “esente” da monitoraggio rispetto a quella da segnalare può non essere del tutto semplice.

Valute virtuali: i rischi per i detentori

A conclusione di questo articolo è sicuramente opportuno anche affrontare il tema dei rischi legati all’assenza di un quadro giuridico preciso che determina l’impossibilità di tutelare in modo efficace gli interessi dei detentori di valuta virtuale. Non sono rare, infatti, situazioni di condotte fraudolente o cessazioni di piattaforme online di scambio presso cui i fruitori detengono e custodiscono portafogli digitali personali (“e-wallet“).

Sul punto occorre poi ribadire che le piattaforme di scambio estere, a differenza degli intermediari autorizzati, non sono soggette ad alcuna garanzia di qualità del servizio, né sono soggette a procedure di controllo. Tutti questi aspetti devono essere sicuramente tenuti in considerazione quando ci si vuole approcciare ad una tematica delicata come quella che oggi è rappresentata dalle valute virtuali.

Valute virtuali: consulenza fiscale

Se hai letto questo articolo e ti stai rendendo conto che necessiti dell’analisi della tua situazione personale, ti invito a contattarci attraverso il form di cui al link seguente. Riceverai il preventivo per una consulenza personalizzata in grado di risolvere i tuoi dubbi sull’argomento. Soltanto in questo modo, infatti, potrai essere sicuro di evitare di commettere errori, che in futuro possono esserti contestati e quindi sanzionati.

Valute virtuali: consigli di lettura

Se ti è piaciuto questo articolo voglio darti un ulteriore consiglio. Sicuramente so che ti sei già immerso nel mondo dei Bitcoin e ne sei rimasto piacevolmente colpito. Per questo motivo voglio indicarti un libro che per me è stato importante per capire le basi di funzionamento di questa forma di trading. Il libro è:

BITCOIN SUPERSTAR: Spiega cosa sono bit-coin e le criptovalute, come guadagnarci in concreto e come gestirne

Si tratta di un volume scorrevole che ho letto piacevolmente. E’ utile sia per coloro che sono agli inizi di questa avventura finanziaria, sia per chi vuole avere qualche suggerimento utile per investire con i Bitcoin. Spero possa esserti utile quanto lo è stato per me per approfondire questo argomento molto attuale.

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