Il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi ha chiarito quali sono le linee guida della sua politica fiscale, in cui viene paventata l’idea di una riforma Irpef e dei suoi scaglioni. Le tre riforme necessarie sono, infatti: Giustizia, Fiscale, Pubblica Amministrazione. Uno dei primi obiettivi del nuovo governo è di abbassare la tassazione sul lavoro, la quale provoca inevitabilmente un grande disincentivo per le nuove assunzioni. Nel suo discorso per la fiducia al Senato, Mario Draghi, ha citato il modello danese (vedasi l’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere, che per primo ha fatto cenno a tale modello). La tassazione delle persone fisiche avviene mediante 5 imposte, ed una facoltativa:

  1. Contributo al mercato del lavoro;
  2. Imposta statale;
  3. Imposta municipale;
  4. Imposta sanitaria;
  5. Imposta ecclesiastica.

In particolare, l’imposta nazionale ammonta a 12,16% per i redditi da 42.800 corone (5.755 euro) a 513.400 corone (69.035 euro) e del 15% per lo scaglione di redditi superiori. L’imposta comunale varia tra il 22,5% ed il 27,8%. L’imposta sanitaria è stata abolita a partire dal 2019 in parte sostituita da un incremento della tassazione nazionale.

Sul reddito viene da prima calcolato il contributo al mercato del lavoro con un’aliquota dell’8% tuttavia, dal 2011, è un’imposta vera e propria. L’ammontare di questo contributo viene poi dedotto dal reddito al fine del calcolo delle altre imposte. I redditi da capitali sono tassati separatamente al 27% fino a 54.000 corone mentre per importi superiori l’imposta è del 42%. Ora, noi non sappiamo ancora come nascerà la riforma fiscale, ma abbiamo deciso di andare ad approfondire il modello danese citato dallo stesso Draghi, in attesa che gli esperti chiamati alla formazione della bozza di riforma fiscale possa produrre i primi risultati. Detto questo, andiamo a vedere, in sintesi, quali sono le principali caratteristiche del modello fiscale danese.

Modello danese
Italia versoi il Modello Danese?

Come funziona il Modello danese?

Nel 2008 la Danimarca ha riformato il proprio sistema fiscale al fine di alleggerire il peso sul redditi da lavoro. La tassazione delle persone fisiche avviene mediante 5 imposte, ed una facoltativa. I redditi imponibili sono quelli da lavoro dipendente compresi i benefits, da lavoro autonomo, gli interessi, i dividendi ecc. Per i lavoratori autonomi il reddito imponibile è calcolato secondo le regole dell’imposta sui redditi delle società e le eventuali perdite possono essere compensate con redditi di altra fonte. Sono considerati residenti chi ha la residenza ufficiale in Danimarca oppure in caso di residenza per più di sei mesi.

Sui redditi personali da lavoro gravano un’imposta statale, una comunale, un contributo al mercato del lavoro e l’imposta ecclesiastica. Il sistema è comprensivo di tutte le tre imposte sommate. Imposte che vanno da una tassazione al 38% fino a raggiungere un massimo del 55,8%, per i redditi dai 60.000 euro a salire.

In particolare, l’imposta nazionale ammonta a 12,16% per i redditi da 42.800 corone (5.755 euro) a 513.400 corone (69.035 euro) e del 15% per lo scaglione di redditi superiori. L’imposta comunale varia tra il 22,5% ed il 27,8%. L’imposta sanitaria è stata abolita a partire dal 2019 in parte sostituita da un incremento della tassazione nazionale.

L’imposta ecclesiastica, istituita da una legge del 1997, è dovuta dai membri della Chiesa danese che è la religione ufficiale dello Stato. L’aliquota varia dallo 0,41 all’1,50% a seconda dell’autorità municipale. Tale imposta è facoltativa, tuttavia, diventa obbligatoria qualora il contribuente non comunichi di non essere membro della Chiesa.

Deduzioni ed esenzioni

Nel Modello Danese, è possibile per i lavoratori dedurre le spese di trasporto e viaggio se non rimborsate dal datore di lavoro. Inoltre, è riconosciuta un’esenzione dall’imposta per le prime 46.500 corone (6,253 euro, mentre in Italia la no tax area parte da redditi fino a 8.174 euro. Ai lavoratori dipendenti viene riconosciuta una deduzione pari al 10,5% della remunerazione totale, compresi i benefit che può giungere fino ad un massimo di 39.400 corone (5.298 euro). Viene aggiunta a 5,4% per i genitori single.

Per quanto riguarda l’IVA, è al 25%, ricordiamo che, in Italia l’aliquota massima è al 22%. I redditi da capitale sono tassati al 27% fino a 55.300 corone, l’aliquota aumenta al 42%, i dividendi sono in genere tassati 27% o al 22%.

L’imposta sul reddito delle società ha un’aliquota del 22%. I soggetti passivi sono le società residenti per tutti i redditi prodotti e quelle non residenti soltanto per i redditi di fonte danese. Una società è considerata residente quando la sede della sua direzione effettiva è situata in Danimarca.

I redditi derivanti da attività non commerciale sono tassati solo se eccedono 1 milione di corone (134.466 euro).

Gli immobili, invece, sono tassati con aliquota all’1% fino a 3.040.000 corone (408.779 euro) e al 3% sul valore eccedente.

Il modello danese va bene anche per l’Italia?

Il fatto che l’Italia necessiti di una riforma del sistema fiscale è ormai cosa nota è richiesta sia dagli imprenditori che dagli addetti ai lavori (es. commercialisti). Quello che è stato fatto sino ad adesso è andare a modificare la normativa del DPR n. 917/86, con una serie di deroghe, esenzioni o diverse applicazioni della normativa. Tutto questo non ha fatto altro che complicare il sistema tributario attuale, con una serie di norme, non armonizzate tra loro che complicano sicuramente la vita ad imprese, professionisti e famiglie. Oltre a questo, la pressione fiscale sui redditi è sicuramente tra le più alte d’Europa. Come precisato anche dal premier Draghi, la riforma del sistema fiscale dovrà riguardare sicuramente il rispetto del principio di progressività dell’imposta, indicato nell’art. 53 della Costituzione. Tuttavia, vi sono ampi margini per ripensare ed armonizzare la normativa fiscale esistente per arrivare ad avere in Fisco più semplice, equo e soprattutto dalla parte delle imprese e di chi produce investe e crea lavoro in Italia.

Tanti paesi sono riusciti, attraverso la riforma del proprio sistema fiscale, ad incentivare investimenti e crescita economica. A parte la Danimarca, l’esempio che mi viene in mente, soprattutto per le imprese, riguarda l’esempio dell’Irlanda che applica una tassazione del 12,5%. Tuttavia, più che uniformarsi ad altri paesi l’Italia dovrebbe trovare il proprio “modello” fiscale, che possa incentivare la formazione di nuove imprese, da sempre basate sul modello della PMI familiare, e promuovere la crescita di questo tipo di impresa, per renderle sempre più competitive nel mercato globale.

Nelle pagine di questo sito le novità che arriveranno in relazione alla nuova riforma fiscale del Governo Draghi. Continuate a seguirci.

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