La fattispecie di esterovestizione è configurabile ed ha conseguenze non solo ai fini delle imposte dirette, ma anche per quelle indirette. Non è sufficiente la residenza estera di una società senza l’esercizio di attività economica in loco.

Il caso è quello di una società conferitaria residente UE a cui sono stati apportati beni immobili situati in Italia, da parte di soci Italia. I beni risultano essere utilizzati da soci in Italia, ed il veicolo estero appare costruito al solo fine di ridurre la tassazione indiretta italiana sul conferimento.

In un economia globalizzata sicuramente il tema della società esterovestite è quanto mai attuale. Già con diversi articoli sull’argomento abbiamo cercato di sensibilizzare verso questa problematica che, per lo più riguarda le imposte dirette. Tuttavia, vi è una recente sentenza della commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna, la numero 861 del 18 agosto 2020 che ridetermina la tassazione indiretta legata ad un conferimento immobiliare in una società considerata esterovestita.

La questione è apparsa sul Sole 24 Ore del 26 ottobre scorso con un articolo a firma di Fabrizio Cancelliere e Gabriele Ferlito. La questione oggetto di analisi da parte dei giudici è legata al conferimento di un bene immobile in una società conferitaria di diritto inglese. Tale conferimento è stato effettuato con l’applicazione dell’imposta di registro fissa, trattandosi di conferimento verso ente giuridico non residente (indipendentemente dal fatto che l’immobile sia situato in Italia). Il nodo della questione è rappresentato dal fatto che la società conferitaria è da considerare esterovestita, in quanto non svolge alcuna attività effettiva all’estero. Pertanto, tale conferimento viene riqualificato come conferimento immobiliare effettuato verso società italiana, che sconta imposta di registro proporzionale al 9%.

Sono questi i principi affermati dalla commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna. Vediamo adesso, con maggiore dettaglio, i fatti e qualche riflessione.

Esterovestizione societaria ed imposte indirette
Esterovestizione societaria ed imposte indirette

La questione oggetto di analisi: il conferimento di immobile italiano a società non residente esterovestita

La questione risale al 2014, quando due coniugi residenti in Italia conferiscono, in una società di diritto inglese, la proprietà di alcuni fabbricati e terreni agricoli situati in Italia. Tale conferimento immobiliare, in quanto effettuato nei confronti di ente giuridico non residente, ha scontato imposta di registro in misura fissa (anziché proporzionale). Questo ai sensi di quanto disposto dalla nota IV all’art. 4 della Tariffa allegata al DPR n. 131/86. Si tratta di una disposizione che trova applicazione quando la società destinataria del conferimento ha sede legale o amministrativa in un altro Stato membro UE. Naturalmente, sono state versate le imposte ipo-catastali proporzionali (2% e 1%).

Da sottolineare che, tale disposizione agevolativa, prevede l’applicazione dell’imposta in misura fissa alla sola condizione che la società destinataria del conferimento abbia sede legale o amministrativa in un altro Stato membro dell’unione europea. In questa norma, non si parla di distinguo in base al luogo di effettivo esercizio dell’attività economica.

Per approfondire: “Immobili in Italia intestati a società non residente“.

La contestazione di esterovestizione

L’Agenzia delle Entrate muove la sua contestazione all’operazione in commento partendo dall’art. 73, comma 5-bis del TUIR, ovvero la norma che riguarda la presunzione di residenza fiscale in Italia di società estere che hanno la sede amministrativa in Italia. Si tratta della contestazione di “esterovestizione” societaria.

Secondo l’Amministrazione finanziaria, infatti, la società si trova in assenza di una effettiva attività economica svolta nel territorio inglese. Tale società, infatti, ha come unico patrimonio il complesso di immobili e terreni (situati in Italia) e conferiti da due soci (entrambi fiscalmente residenti in Italia). Inoltre, a ben vedere, emerge che gli stessi immobili italiani venivano utilizzati direttamente dai soci della società stessa, infatti, su uno di essi i soci si erano riservati di mantenere il diritto di abitazione. Tutto questo avveniva nonostante venisse mostrato come abitualmente i verbali societari mostrassero la presenza dei contribuenti nel Regno Unito. Tuttavia, la società non aveva struttura propria, in quanto domiciliata presso un consulente che fungeva anche da amministratore della stessa.

In assenza di struttura, di motivazione economica, e di direzione dell’attività economica dall’estero, sempre che vi si possa qualificare attività economica nella mera detenzione di immobili, l’Agenzia delle Entrate considera esterovestita la società del Regno Unito. Per questo motivo liquida l’imposta di registro sul conferimento immobiliare in misura proporzionale, con le aliquote previste per i conferimenti di beni immobili in società italiane. Tutto questo dopo un contraddittorio che non ha portato documentazione sufficiente ad ottenere spiegazioni convincenti da parte dei contribuenti.

Ricorre l’ipotesi di esterovestizione allorché una società, che ha nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione, da intendersi come luogo in cui si svolge in concreto la direzione e gestione dell’attività di impresa e dal quale promanano le relative decisioni, localizzi la propria residenza fiscale all’estero al solo fine di fruire di una legislazione tributaria più vantaggiosa. Cass. civ. Sez. V Sent., 21-06-2019, n. 16697.

Le motivazioni dei giudici nell’applicazione dell’imposta di registro proporzionale

I giudici di primo grado accolgono il ricorso, mentre in secondo grado la commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna sentenzia a favore dell’Agenzia delle Entrate.

Secondo quanto indicato dai giudici d’appello, la residenza fiscale estera (UE) della società conferitaria è condizione necessaria ma non sufficiente ai fini dell’applicabilità dell’imposta di registro in misura fissa nei conferimenti immobiliari. In particolare, il conferimento di beni ad una società estera rappresenta il legittimo esercizio del principio di libertà di stabilimento. Tuttavia, questo può accadere solo a condizione che alla forma giuridica estera corrisponda una realtà economica effettiva.

Sul punto, viene richiamato che la fattispecie di esterovestizione societaria si palesa quando la localizzazione della residenza fiscale di una società all’estero sia solo fittizia e non seguita da una corrispondente realtà economica. In questi casi, si realizza una condizione in cui permane nel territorio italiano la sede effettiva dell’amministrazione.

Società esterovestite con conseguenze sulla fiscalità indiretta: conclusioni

La sentenza in commento della commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna n. 861/2020 presenta sicuramente degli aspetti molto interessanti. Primo tra tutti, il fatto di confermare che, una volta verificata l’ipotesi legata alla presunzione legale relativa di residenza fiscale in Italia di una società di diritto estero, tale contestazione possa portare ad effetti anche sulla fiscalità indiretta.

In questo caso l’inconsistente “struttura” operativa estera della società e l’inesistente attività imprenditoriale effettuata dai due soci, il cui unico obiettivo era quello della gestione del proprio patrimonio porta conseguenze anche ai fini della fiscalità indiretta. Nel caso ha comportato la disapplicazione della norma agevolativa legata al conferimento di immobili in società estera con imposta di registro fissa, al posto di quella “ordinaria” proporzionale.

Le considerazioni che possiamo ricavare da questa sentenza devono essere sempre ben valutate quando ci si trova di fronte alla costituzione di enti di diritto estero che non svolgono una concreta attività economica. Qualora, infatti, il veicolo societario possa essere riqualificato come strumento idoneo soltanto all’ottenimento di un indebito vantaggio fiscale (nel caso l’applicazione dell’imposta di registro fissa in luogo di quella proporzionale) siamo di fronte ad una ipotesi di abuso del diritto.

Tale ipotesi, ai fini delle imposte dirette, è correttamente qualificata all’interno delle disposizioni dell’art. 73, comma 5-bis del TUIR. Per le imposte indirette, invece, non si ha una norma della stessa portata. Con questa sentenza, invece, si rende possibile riqualificare la fattispecie di esterovestizione anche con effetto sulle imposte indirette.

Ai fini dell’accertamento della fittizia localizzazione della residenza fiscale di una società all’estero, non è necessario accertare la sussistenza di ragioni economiche diverse da quelle relative alla convenienza fiscale, ma, invece, occorre verificare se il trasferimento in realtà vi è stato, o no, cioè se l’operazione sia meramente artificiosa, consistendo nella creazione di una forma giuridica che non riproduce una corrispondente e genuina realtà economica. E tale principio non può valere solo ai fini delle imposte dirette e non anche ai fini delle imposte indirette, essendo un principio di natura generale applicabile alla società in genere e non alla tassazione di una delle sue categorie reddituali.

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